L’uovo o la gallina

Ricordo quando pensavo di continuo a quanto mi sarebbe piaciuto vedere in Italia una destra sana, da combattere il più possibile, ma sana.

Devo ammettere che ho davvero gli stessi pensieri nei confronti dell’istituzione del sindacato, che vedo sempre più come un ostacolo alla logica delle cose più che un utile compendio alla professione, qualsivoglia professione, ma soprattutto per quelle meno tutelate. Quelle dove è evidente e storicamente certificata una tremenda verità: e cioè che uno vale l’altro.

Ci sono queste realtà, e ci sono perché il tipo di lavoro non richiede alcuna personalità; ci sono queste realtà e vanno tutelate. Trovo si sia decisamente persa la bussola, perso il motivo, persa la ragione e più precisamente il significato di tutela. Oggi stiamo difendendo con le unghie e con i denti il posto di lavoro, del lavoratore non sembra importare nulla a nessuno, e il capofila è il sindacato. Probabilmente non è vero in assoluto, ma se la percezione è questa, e io faccio parte della realtà che li circonda, se ne facciano una ragione i sindacati e i sindacalisti, probabilmente qualche cosa a riguardo la dovrebbero fare.

Anche solo nella comunicazione. Se solo non fosse invisa, la comunicazione, perché così c’è scritto nel bagaglio culturale del sindacalista che la prima e l’ultima volta che ha sentito parlare di comunicazione poco prima o poco dopo c’era scritto Silvio Berlusconi, e da quel giorno si aggira per il mondo con la bava alla bocca non appena salta fuori l’argomento. Poco importa che la comunicazione gli faccia scegliere quali biscotti comprare, quella è una sofisticazione che rimandiamo ad un’altra volta.

Sento il forte bisogno di tornare a parlare di economie. Vorrei un sindacato che si sente parte di un’economia e non abbia come primo comandamento “il padrone è uno stronzo”. Perché non è così. Per lo stesso principio per il quale non tutti i lavoratori sono dei lavativi.

Non posso tirarmi indietro dal dire che ogni Natale, ogni regalo, ogni maglione, ogni pallina, ogni sorriso di suo figlio, ogni sfizio ed ogni vizio lo paga il suo datore di lavoro. E non solo a lui, a centinaia, migliaia di persone. Ed è un argomento scemo perché risponde ad un argomento scemo. Ad un modo di ragionare piccolo così. Che non ha il respiro e probabilmente la maturità necessaria per vedere le cose nella loro interezza. Oppure peggio, oppure – molto peggio – vuoi dirmi che ti stanno sul cazzo i ricchi? Questo è il punto? Beh, ho una notizia, siamo tutti i ricchi di qualcuno. Vedi tu quanto puoi andare al largo con questa roba qui, secondo me poco.

Il dualismo datore di lavoro/lavoratore non è un’antitesi sociale, è una sintesi economica. Ci importa, ci importerà sempre, a cosa porta e non da dove nasce. Perché alla fine della fiera, il datore di lavoro e il lavoratore vorranno sicuramente sentirsi tranquilli ma soprattutto comprare la PlayStation da mettere sotto l’albero e non c’è proprio niente di male in tutto ciò, ma proprio niente niente.

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