Il vuoto del Signor Grunt

Lo chiameremo, per convenienza, Grunt. Gira per lo più nudo, anche quando tira molto vento, confidando nel suo pelo irsuto. Per esprimersi, per farsi capire dai suoi simili, usa tutti i muscoli del proprio corpo. Riesce anche a trasformare una cosa in un’altra, che gli serve per tagliare altre cose.

Per Grunt, lo spazio è una scoperta costante. Vede montagne in lontananza ma non è sicuro di poterle toccare. Si immerge nell’acqua fredda e limpida che si muove senza sosta e si chiede cosa possa mai essere quella sensazione. Di solito segue quella direzione senza sapere bene perché, forse il contatto con quel liquido che sente necessario gli dà la vaga idea di un percorso verso qualcosa di molto simile all’infinito. Sa che se si stendesse, se si arrendesse a quella forza, potrebbe essere trasportato ma di questo ha paura. Alcuni sono andati. Esce dal fiume e inizia a percorrere una distanza e ciò che ha lasciato alle spalle smette di esistere in tutto ciò che vede, tranne che nella sua memoria.

Grunt ha un temperamento riflessivo, spesso si siede e guarda. Adesso si appoggia a un albero e in breve si forma una pozza di umidità che compatta la polvere. Con le dita scava nella terra bagnata, trasformando il mondo in un groviglio di segni. In questo momento, i suoi nervi sono pervasi da una corrente di piacere intenso, simile al momento in cui si unisce a un altro suo simile, oppure a quello in cui uccide una bestia più grossa di lui. Euforico, apre la bocca e digrigna i denti, se li massaggia con i polpastrelli profondamente ruvidi, cicatrizzati. Sente la finitezza della propria bocca, dove tutto avviene per un contatto diretto, in uno spazio minimo che può masticare e inghiottire o, addirittura, sputare, diversamente da quanto accade per ciò che vede lontano e può immaginare tendere all’infinito. Per quelle montagne, per quell’acqua, la storia è diversa, impossibile da capire e i segni sembrano ricordarglielo ogni volta.

Grunt fa spesso questo gioco ma gli fa girare la testa e dopo pochi secondi deve smettere. Molte volte si arrabbia per questa reazione, perché vorrebbe continuare. Così, anche in questo momento, cerca di resistere un po’ di tempo in più ma niente, proprio non riesce. Una scheggia, simile a quelle che usa per tagliare, gli si infila nel cranio e inizia a scavare. Si alza di scatto e furioso, con gli occhi iniettati di sangue, scaglia due pugni formidabili contro il tronco secco dell’albero, facendo volare molte schegge di legno. Il rumore secco dei colpi prima si diffonde tra le ombre dei rami e sembra acquistare una nuova potenza ma subito dopo si disperde nell’aria vuota, per perdersi definitivamente dopo un po’ di spazio.

Sul tronco sono rimaste le impronte, molto indefinite per la verità, dei suoi pugni. Dopo essersi sfogato, il dolore passa immediatamente e si accorge che, nel trambusto, i segni nella polvere sono scomparsi, calpestati dai suoi stessi piedi enormi. Ci rimane molto male, si sente stanco e straziato.

Poi alza lo sguardo e vede qualcosa. Una massa compatta dagli oscuri contorni sfumati si distende in quel liquido eternamente sospeso che, come molte altre volte, inizia a venire verso di lui, bagnandogli di nuovo tutti i peli. Grunt ride, perché immagina gli altri suoi simili che hanno tracciato alcuni segni sulla polvere. È divertito perché li vede distintamente andare su tutte le furie, a dare pugni agli alberi, perché il liquido che cade continua a cadere anche quando arriva sulla terra e, cadendo, riesce sempre a cancellare tutti i segni. Immagina gli altri gettarsi sui segni per tentare, invano, di proteggerli. Questa cosa lo fa ridere ma ciò che gli fa più piacere è il fatto che, dopo la caduta del liquido, il mondo torna a essere vuoto.