Il PD oggi fra poca sostanza e molti accidenti

Quello che in filosofia aristotelica è una differenza, nel Partito Democratico è una sofferenza con vette ed accenti surreali: cioè il rapporto fra sostanza e accidenti dove nel Pd prevalgono i secondi, cioè dimenticare gli elementi oggettivi ed essenziali per subire le contigenze, le cose che “accadono” nel tempo. Per questo i tentativi di Matteo Renzi di superare lo stillicidio autolesionista delle correnti a favore di una convergenza politica sono miseramente falliti con la sua segreteria almeno per fino ad oggi. Nella mia pur giovane memoria di appassionato della politica non ricordo una segreteria nel campo del centrosinistra così osteggiata dalla minoranza interna così come questa. E la sensazione di chi scrive è certamente la più sfumata rispetto, ad esempio, le parole di un insospettabile e diversamente renziano come Roberto Giachetti il quale ha dichiarato su Speranza, Bersani and co parole a volte irripetibili.

Rimanendo alla similitudine, il Pd si è arreso ai suoi “accidenti “ e non è solamente una battuta. In questa diatriba tra le sue feroci correnti si è costruito un colabrodo che ha disperso tutta la potenziale capacità di governo e quindi la sua affidabilità per la stabilità del paese. Altro che evocazione dell’Ulivo, suvvia.

Sulla carta i democratici costituirebbero un partito che ha una struttura valoriale e una storia di sopra di ogni personalismo e tuttavia ha sempre avuto il terrore dei suoi leader o premier designati Siano essi extra moenia come Prodi o intra moenia come Renzi oggi ma dalle parti del nazareno poco importa. L’importante è aprire porte e finestre a tutta corrente affinché chi sta accerchiato dagli spifferi (Renzi in questo caso) non stramazzi prendendosi un accidente di febbre alta alzando bandiera bianca. Qui non si tratta di difendere l’ex premier fiorentino sugli errori del quale si continueranno a scrivere lenzuolate di editoriali; ma da qui l’ipocrisia sul taglio della memoria non è accettabile. Dopo mille giorni di governo Renzi, la defenestrazione di Letta (votata dal Pd in primis), decine di voti di fiducia a approvazioni di leggi finanziarie e sociali importanti, come si può saltare da un carro all’altro dei coinvincimenti politici senza un pur minimo senso della realtà relegando — uno alla volta — i propri leader ad un oblio imbarazzante? Congresso sì o no, mozioni vinte e perse, dichirazionismo spinto prima e dopo le decisioni, talk a manetta. E poi tweet di diritto e rovescio, lanciate di sasso e nascondere le mani, la guerra di tutti contro tutti con un quadro politico deprimente. Si può continuare così?

A monte degli accidenti, la sostanza è perciò un altra: dalle elezioni politiche del 2013 una certa boria del Pd (che tra l’altro non ha vinto ma comunque guida esecutivi a Palazzo Chigi grazie al porcellum ) perdura senza un minimo di freno attraverso un congresso infinito non conclusosi con la vittoria di Renzi. Senza una maggioranza assoluta, il Pd governa sopratutto con seggi non suoi ma chiesti in prestito da un pezzo di centrodestra cioè quell’Alfano del quale tutti si preoccupano di tenersi alla larga salvo poi chiedergli i voti di fiducia per stare a galla. Forse è un po’ corrosivo ma anziché invitare Padoan alla direzione di ieri (e le prossime) il Pd non dovrebbe avere imbarazzo a sentire le opinioni dei centristi di razza, quelli veri per intenderci. Detta altrimenti, perché parlare di quando e come le elezioni spudoratamente senza chiedere placet a quei brutti e sporchi centristi cioè 1/3 senza i quali non esisterebbe ne Letta ne Gentiloni Renzi incluso? E se le cose stanno così qualcuno spieghi agli italiani come diventeranno buoni i nemici di oggi se poi ci devi governare insieme domani?

Per questi motivi bisogna finirla — per tornare alla verità dei fatti — con questa storia della quadra del Pd poiché un paese che si ritrova un centrodestra non amalgamato, un solipsismo pentastellato inquietante e una probabile legge elettorale iper-proporzionale non va da nessuna parte. Una labirintite di intenti che sembra aver archiviato la svolta di Renzi il cui tasso di grinta e di azione si è ridotta al suo grado minimale. Ne è prova che lo stesso renzismo (i tanti che salirono sul carro) non viene fuori e non è solo una questione anagrafica o stilistica. Basti pensare che il vero renzista per grinta, ritmo e sintesi è Vincenzo De Luca, il discusso teutonico governatore della Campania. Su di lui e il suo grigno combattivo, come in un memorabile spot degli anni ’80 viene da chiedersi: scambiereste un fustino dell’over De Luca per altri 2 fustoni dei giovani renziani?