Dire no

Registrare e ascoltare il consenso

francesca massarenti
Apr 18 · 7 min read

“No” è una stagione del podcast americano The Heart. Questo è un approfondimento che integra il mio pezzo su Kaitlin Prest e i suoi podcast, “Il cuore e le ombre”, pubblicato da Il Tascabile il 15 aprile 2019. Le citazioni sono tratte da una mia intervista con Prest avvenuta via mail e messaggi vocali a marzo 2019.

Quattro coppie ballano una quadriglia. Incisione, ca. 1825. Fonte.

L’oggettività non figura tra i valori applicati da Kaitlin Prest nei suoi podcast, è evidente, e onesto: le sue spudorate manipolazioni del materiale raccolto non sono affatto occultate. In chiusura del secondo episodio della serie più controversa di The Heart, “No”, rilasciata nella tarda primavera del 2017, Prest ringrazia sua nonna, la quale “non si è mai fatta alcun problema a dire ‘no’ e quindi non è finita nel montaggio finale dell’episodio”, di fatto ammettendo che la sua storia era stata esclusa dalla linea narrativa principale dell’episodio perché non allineata con la tesi dell’intera serie. La serie “No” è forse quella che ha suscitato le reazioni e i contraccolpi più interessanti nell’intera storia del podcast, non solo da parte del pubblico (la quarta puntata è interamente dedicata ai commenti degli ascoltatori), è stata anche oggetto di un breve documentario visuale e di una puntata in tre parti di Radiolab che ne ripercorrono la creazione, ed è ormai esemplare dello stile e dell’approccio di Prest al materiale più spinoso.

“No” si propone come un’esplorazione delle incomprensioni alla base del concetto di “consenso” nei rapporti sessuali (prevalentemente eterosessuali) attraverso l’esperienza personale di Prest, corroborata da una sfilza di interviste ad amici e familiari. Chiedo a Prest se pensa che “No” sia stata ricevuta con l’attenzione che si aspettava:

non penso che “No” sia stata molto popolare, ma è andata lontano. Credo che la ragione per cui sia arrivata così lontano è perché la maggior parte delle persone che l’hanno ascoltata ci si sono rispecchiati. […] Le persone si sono immedesimate: gli uomini si sono sentiti chiamati in causa e hanno messo in discussione i loro comportamenti dopo l’ascolto, le donne si sono sentite legittimate, hanno sentito che il loro dolore era valido.

La stagione si costruisce attorno alla testimonianza diretta di Prest — contestualizzata come esperienza negativa — di due incontri non pienamente consensuali con due uomini: l’amico di lunga data Jay e la fiamma occasionale Raoul. L’incontro contestato con Jay viene inscenato con l’aiuto di un attore, ma appartiene al vero Jay la voce che, nella terza puntata, porta le sue ragioni in un litigio via Skype registrato da Prest. A chi la accusa di essere stata ingiusta nei confronti di Jay, Prest ricorda che ha

chiesto il suo consenso all’inizio, lo ha chiesto a metà, durante tutte le fasi del lavoro, ogni volta chiedendogli ‘vuoi ancora farlo?’, ‘vuoi ancora farlo?’, ‘vuoi ancora farlo?’ e ogni volta la risposta è stata ‘sì’, Jay era disposto a partecipare.

Per Raoul invece Prest propone una registrazione originale del loro incontro. Il “reperto” audio delle negoziazioni fallimentari tra Prest e Raoul, sebbene diffuso con l’esplicito benestare del vero Raoul, esiste perché Prest ha semplicemente “lasciato il registratore acceso”, ma senza avvertire il suo partner. “I pezzi migliori sono quelli raccolti fuori dai limiti convenuti” commenta altrove.

Nel suo complesso il progetto dà l’effetto di un confronto asimmetrico malgrado la supposta pluralità di voci. L’ascolto risulta a tratti snervante per la disparità nell’inquadratura delle parti coinvolte, e il sospetto è che la testimonianza, raccontata secondo tonalità dispersive e alle volte capziose, non sia commisurata alla tesi che mira dimostrare. E a conti fatti l’intenzione non è affatto quella di fare chiarezza sulla questione del consenso — nonostante la presenza di una voce esperta nell’ultima puntata tenti di tamponare la situazione — quanto problematizzare ulteriormente una pratica che, oltre a descrivere una dimensione morale, veicola precise ripercussioni legali.

Qualcuno mi ha detto una volta che ‘il cattivo sesso è una questione di giustizia sociale’ e io ci credo. Il fatto che alle donne non piaccia il sesso che fanno, che succeda così spesso con gli uomini, è una follia. È ancora quella storia del personale è politico, è tragico quanto [il sesso] amplifichi la dinamica di potere tra i generi che ancora esiste. Quanta sofferenza è disposta a sopportare una donna per rassicurare qualcun altro? E la tradizione dietro tutto questo! Il fatto che ci venga insegnato, tuttora, in una cultura che allo stesso tempo ci insegna che possiamo fare qualunque cosa in quanto donne!

Popolarizzata da slogan binari come yes means yes e no means no, l’idea di “consenso”, sembra convenire Prest, è utile a indicare un accordo circa la differenza tra stupro, molestia e rapporto consensuale, ma insufficiente per descrivere l’ampiezza e le sbavature degli abusi di potere e influenza, che capitino in una camera da letto o in uno studio di registrazione. Prest, infatti, è perfettamente conscia degli aspetti problematici del proprio prodotto: nel video-documentario su “No” commenta: “narrare è una forma riduttiva. Quando si racconta una storia si riducono le persone a punti della trama, e questo mi mette a disagio”, e aggiunge, a commento della rappresentazione negativa di Jay a Raoul, “credo davvero che siano persone complicate”, ammettendo che la riscrittura in “No” li abbia decontestualizzati e costretti in un ruolo negativo predeterminato.

Così come i personaggi maschili di “No” non hanno possibilità di riscattarsi o controbilanciare le proprie azioni, i personaggi femminili — il soggetto Kaitlin soprattutto — non sembrano considerare appieno il potere di agire ancora in loro facoltà anche nelle difficili situazioni descritte. Mi sono serviti ripetuti ascolti delle puntate di “No” per intuirne l’intenzione profonda: marcare forme fisiche di affetto interpersonale che non fossero sinonimo della sfera sessuale, scovare un’intimità che prevalesse sui lacci delle relazioni monogame e del binarismo di genere. Quando ho ammesso con Prest il disagio da cui non riuscivo a liberarmi durante l’ascolto — la sensazione che anch’io stessi colpevolizzando le vittime — mi risponde:

hai provato tutte le cose che il patriarcato ci fa sentire, cose del tipo ‘oh, perché lo sta provocando, perché è andata a casa sua se non voleva andarci a letto, perché lo illude così’, ma quando ti osservi pensare quei pensieri ti rendi conto che inizi anche a pensare ‘ma perché una donna non dovrebbe…’ ed è questo il punto. Il senso di tutta la faccenda sul consenso è ‘il sesso non dovrebbe’: nessuno dovrebbe fare sesso se entrambe le parti non ne sono entusiaste. L’idea è che non c’è alcuna obbligazione a fare sesso con qualcuno perché siamo andate a casa sua, o perché stiamo limonando nel suo letto, perché siamo nude o gli abbiamo toccato il pene. […] Credo che esista uno spettro di diverse attività che ognuno può intraprendere con il proprio corpo insieme a qualcun altro, e che il sesso penetrativo non sia assolutamente l’unica.

Non è tra le ambizioni di Prest, però, diventare l’autorità nel campo della comunicazione sessuale, o fornire il vocabolario definitivo per identificare e giudicare tutte le varianti della violenza. La scelta di condividere certe zone grigie della propria biografia assume per Prest una precisa presa di posizione nei riguardi di quella che percepisce come una tendenza nelle forme narrative (il documentario, l’intervista-profilo, il personal essay) impiegate dalle industrie dell’intrattenimento e della cultura: il considerare meritevoli (e remunerativi) solo i dettagli più crudi, scabrosi o violenti delle storie presentate. Da qui deriva la scelta di Prest di raccontare storie di non-stupro, di quasi-aggressione, fastidio e dolore che non sfociano nel trauma, per rivelare i meccanismi più comuni, spiacevoli anche se quasi invisibili, che formano la parte predominante della realtà vissuta.

La serie documentaria precedente, “Silent Evidence” (2016) aveva proposto la stessa strategia: introdurre un argomento estremamente delicato — l’abuso sessuale infantile — attenuandone la carica disturbante lasciando che la vittima, la giornalista Tennessee Williams, raccontasse in prima persona la sua versione degli eventi. Com’è solito per The Heart, anche “Silent Evidence” sacrifica l’accuratezza del documentario investigativo per dare risalto alla storia personale di chi racconta, evidenziando, senza toni drammatici, quanto le conseguenze della molestia siano state pesanti, ma non determinanti. Prest rintraccia somiglianze anche nelle reazioni del pubblico in ascolto rispetto alla sentimento di victim blaming che si sono scoperti capaci di provare:

una fetta di persone era arrabbiata, con me, perché è rimasta ad arrovellarsi su quei sentimenti, finché non è arrivata a un punto di svolta. È successa la stessa cosa anche con “Silent Evidence”. In moltissimi, dopo che abbiamo fatto uscire il primo e il secondo episodio, finché [Tennessee Williams] non è entrata in un’aula di tribunale e ha ottenuto la prova legale che quel tizio l’ha molestata, un sacco di gente non le credeva, o ascoltavano tutta la stagione e commentavano ‘oh davvero? È stato davvero così brutto?’. Ma quando ti fermi a pensare a cosa stai provando, e provi le stesse cose che quelle persone provano nei confronti delle vittime, capisci che stai sbagliando, te ne vergogni, ed è una svolta, un momento istruttivo che è davvero molto importante”.

Un’educazione collettiva che passa attraverso la pelle stessa di Prest, la quale si espone come testimone singola — raccontando una storia personale che è contemporaneamente privata e pubblica — per indicare uno spettro più ampio.

Mi identifico come queer e sono cresciuta in mezzo alla cultura queer, dove non si fanno supposizioni su come dovrebbe essere il sesso, non c’è il presupposto che esista un solo modo di fare sesso con qualcuno. Inoltre è sottinteso che, in quanto donna, il tuo corpo è un campo minato di traumi, è implicito che ci siano certe parti che non vuoi ti si tocchino, posti che ti ricordano qualcosa di brutto che ti è capitato. Tutto questo è ben compreso, fino a un certo punto, ma in eterolandia invece niente di tutto ciò viene preso in considerazione. Sì, penso che dovremmo essere capaci di andare a casa con qualcuno, anche solo per sbaciucchiarsi, e che tutto vada bene. Secondo il pensiero attuale il consenso è concepito come una negoziazione, e dovrebbe sempre essere una negoziazione. E lo scopo del mio lavoro è diversificare i modi in cui pensiamo a cosa significa essere una donna, cosa significa essere un uomo, che cosa significa amare, che cosa significa scopare e quindi, sì, direi che pensare al significato del consenso è parte della missione.

L’introduzione del Jive nelle sale da ballo inglesi, 1945. Fonte.

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