Leggere Mary Butts

“As I squirm at the good it can’t be all vanity. Help!”*

francesca massarenti

Questo pezzo completa la recensione della raccolta A Bloomsbury, traduzione di Giulia Betti e Cristina Pascotto, Safarà Editore (2019), comparsa nella Ghinea di aprile 2019.

“Land’s End, Cornwall” acquerello di Joseph Mallord William Turner, ca. 1834. Photo © Tate CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported). Fonte.

La voce del 20 novembre 1916 dal diario di Mary Butts recita:

Sono stanca — ho quest’immagine di un luogo tutto mio, uno studio con muri grigi & legno nero, & tendaggi sciolti, & vuoto & pace & amici gentili, & nessuna voce cattiva che dal suo piedistallo mi faccia a pezzi lo spirito. E una ragazza snella radiosa e splendida che venga & mi riponga via, & mi faccia ridere fino ad una pace inimmaginabile, una fontana di consigli saggi, & comprensione. Ecco un sogno vano e adorabile.

Il diario di Mary Butts è una lista di pensieri lasciati a metà, bozze e idee per scritti futuri, rifugio per lamentele, bacheca di conquiste e amori vissuti in parallelo. Inizia a scriverlo, nel 1916, in coda a quello che lei stessa definisce il suo “periodo saffico”, a cui segue un decennio di vita nomade tra Parigi e l’Inghilterra e una carriera letteraria di modesto successo, con la pubblicazione di tre romanzi, tre raccolte di racconti, due “narrazioni storiche” (sulla vita di Cleopatra e Alessandro Magno), un epistolario “immaginario” illustrato da Jean Cocteau, oltre che scritti miscellanei pubblicati su riviste europee e americane. Quando Butts trova il suo rifugio — a Sennen Cove, l’ultimo villaggio abitato all’estremo occidente della costa della Cornovaglia, un cottage affacciato sul mare, il civico 1 di Marine View, battezzato Tebel Vos, “casa della magia” in cornico — ha quarantadue anni, è al suo secondo matrimonio con il pittore Gabriel Atkin e ha una figlia adolescente, Camilla. È il 1932 e Butts mantiene attiva la sua carriera di scrittrice. Cinque anni dopo morirà in quello stesso cottage, per la peritonite causata da un’ulcera, da sola, il 5 marzo 1937.

Butts è una figura che è stata marginale ed eremitica in vita, poco conosciuta e ancora meno letta dopo la morte. La proprietà letteraria delle opere, in seguito al decesso prematuro, passa a sua figlia, Camilla Rodker Bagg, che conserva gelosamente, pare per affetto e ritrosia, carte e documenti di sua madre, rendendo di fatto estremamente difficile ricerca e valutazione dell’opera di Mary Butts, e forse contribuendo ad oscurarne la presenza nella narrazione storico-letteraria del periodo. Solo negli anni ’80 concede alla studiosa Nathalie Blondel di accedervi per redigere una biografia e curare un’edizione commentata dei diari, per poi vendere l’archivio — corrispondenze, bozze di lavori e appunti privati — nel 1998 all’università di Yale. Le traduzioni di Giulia Betti e Cristina Pascotto in A Bloomsbury sono le prime mai pubblicate in Italia, la selezione di sei racconti fatta da Safarà editore — ognuno un assaggio di una tematica tipica di Butts — pesca da un repertorio di una quarantina circa di testi brevi scritti e pubblicati tra il 1923 (la sua prima pubblicazione è la raccolta Speed the Plough) e l’anno della morte (Last Stories compare postumo, nel 1938). Per presentare Butts al pubblico italiano Safarà ha, giustamente, caricato i riferimenti culturali al modernismo inglese cui siamo abituate, quello salottiero di Woolf e Mansfield, accerchiando Butts dei nomi (e amicizie) tipici del canone dell’epoca, T.S. Eliot, W.B. Yeats, Gertrude Stein. Butts infatti non manca di nulla: l’ambientazione londinese nel quartiere di Bloomsbury, il periodo da expat nella Parigi bohème degli anni ’20, l’allineamento alla Lost Generation (la fascia demografica che ha sprecato gli anni giovani in guerra) in virtù dell’essere nata nel 1890.

I racconti londinesi, l’eponimo A Bloomsbury e A Bayswater, sono (violente) saghe familiari, le cui nervose dinamiche di potere sono ulteriormente movimentate da un risvolto thriller-razzista nel primo, e da ambigue relazioni omoerotiche nel secondo. Dall’altare al soprammobile del camino è una cartolina dei ricordi da una Parigi gentrificata da americane benestanti e inglesi in cerca di moderate avventure dopo essere sopravvissuti alla trincea e alla conseguente convalescenza forzata in campagna. Bellerofonte e Antea — perfetta cesura nella raccolta — è un ottimo esempio dell’ironia iconoclastica e fantasiosa di Butts, che non esita a impossessarsi del genere mitologico per reinventare l’epica del salvataggio. Il sovrannaturale appena accennato negli altri racconti è al centro di Con o senza bottoni, in cui inafferrabili forze occulte, costantemente ribelli al controllo e all’intenzione di chi le convoca, spargono dappertutto eleganti guantini. In coda, Brighteness falls ritrae due uomini alle prese con la gestione del capitale umano e sovrannaturale femminile: come si gestiscono, o meglio, si dirottano per il proprio comodo, poteri più grandi di sé? C’è una qualità allucinatoria nella scrittura di Butts, che non procede per nessi logici, eppure è principalmente ossessionata dal capire come riconoscere ciò che è reale. Chiedendosi che cosa faccia parte del mondo, è naturale che Butts proceda chiedendosi in che modo il magico, il nascosto, il sotterraneo, il selvaggio e l’incontaminato partecipino alla sua creazione. E, immediatamente dopo, metta in discussione chi, e in che termini, si arroga l’autorità di compiere l’esperienza, osservare e incontrare, per infine descrivere il “vero”.

“Land’s End, Cornwall” acquerello di Joseph Mallord William Turner, ca. 1834. Photo © Tate CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported). Fonte.

In gioventù Butts si avvicina all’occultismo sotto la guida, e in seguito addirittura collaborando agli scritti, del controverso esoterista Aleister Crowley. Sottopone a costante indagine il suo personale “misticismo” esercitandosi con scrittura automatica, sedute spiritiche e tanto oppio. La rivelazione della quarta dimensione, tuttavia, non l’affascina mai quanto la scrittura, né sembra riuscirle con successo, nonostante la pratica. Scrive nel suo diario, il 23 giugno 1920:

Non posso raccomandare nessuna delle due percezione, stati ‘magici’ o sogni. Devo aspettare il momento. Non posso indurre alcunché — non posso richiamare o ripetere — e dubito del vizio di indurre [stati di percezione alterata, n.d.a.] usando alcol o droghe. Per quanto riguarda la concentrazione, riesco a sfiorare il subconscio attraverso il rituale dell’ “abbandono” & riesco a distaccare me stessa per dormire o addirittura cadere in leggere trance. Ma non sembro in grado di stare calma quanto basta per indurmi stati di trance leggeri abbastanza — senza addormentarmi — da far sollevare le immagini. E quando non ci provo, ci riesco! […] E ancor meno riesco a pensare a un oggetto — oppure una persona amata — senza che la mente divaghi prima di ottenerne fuori qualcosa — o, se ho gli occhi chiusi, senza che mi venga sonno. Semplicemente scorro oltre per immagini collegate.

Il percorso di Butts attraverso rituali magici e neopaganesimo si ribalta infine, nel 1935, in una conversione al cattolicesimo. “Amore per Gabriel. Amore per Gabriel. Il cattolicesimo di Gabriel che rispetto & trovo bellissimo” scrive il 9 ottobre 1929, mentre già il 22 agosto 1918 rifletteva “dall’istinto si balza indietro — non ci sono altre porte. Non è attraverso la magia nera, l’occultismo, la fede cattolica che il mondo esiste — solo attraverso le preoccupazioni etiche”. Le figure del pantheon cristiano funzionano altrettanto bene quanto i fantasmi dei racconti “esoterici”, anzi, danno a Butts ancora più libertà per sfoggiare una certa ironia drammatica. Nell’esilarante racconto “Madonna of the Magnificat” (inserito nella collezione Speed the Plough del 1923), la piccola Maria, sconvolta dall’annunciazione che ha appena subito, si rifugia in cantina:

Nel tredicesimo anno della sua verginità Maria, figlia di Anna, sedeva nel magazzino buio, ascoltando i piedi correre lungo il vicolo, facendo guizzare la lingua dentro e fuori. Il buio era fresco e sapeva di grano. Stava seduta sopra una giara d’olio sigillata, rinfrescandosi le piante dei piedi contro i fianchi del vaso.

Il revisionismo di Butts non si fa remore a leggere la mente di Maria, la quale, davanti alla domanda “Che cosa vorresti?”, si ferma a pensare: “Non sposare Giuseppe. Cose da mettermi e da mangiare”, per poi rispondere: “Non tornare a casa. Non tornare indietro”. Ma le inversioni e retromarce di Butts si prestano, purtroppo, ad una notevole dietrologia: ad aver contribuito a mantenere nell’ombra il ricordo di Butts ci sono alcuni rovesci ideologici che problematizzano i suoi testi e, da una prospettiva contemporanea, incrinano il suo ruolo culturale.

Come nota Caterina Orsenigo, “il pensiero magico-religioso, a maggior ragione in un periodo storico già in odor di nazismo, sottende una certa tensione a certe forme di razzismo o quanto meno elitismo”. Inquietanti accenni antisemiti compaiono in varie fasi della carriera di Butts — mai apertamente conflittuali, ma di certo influenzati da stereotipi e usati per reificare la differenza — per esempio sotto forma di un’innocua rivalità tra collegiali. Nel racconto “Angèle au Couvent” (1923), Terry segna sul fondo del suo dizionario di latino i giorni che mancano alla fine della scuola, ognuno con un simbolo diverso: “Se batto Rachel, nella casella del lunedì disegnerò una svastica, perché è un’ebrea. Si esercitò a disegnare le svastiche e poi contò i giorni che mancavano alla fine del semestre”. Nel romanzo The Death of Felicity Taverner (1932) — seguito di Armed with Madness (1928) — il losco ebreo russo Kralin è sospettato di aver avuto un ruolo nell’incidente d’auto che ha ucciso sua moglie Felicity. Butts smentisce che il personaggio di Kralin sia ispirato dal suo primo marito, figlio di esuli ebrei russi, John Rodker: “No, non è il povero John. Mi ha dato un paio di idee, lo ammetto; ma davvero [Kralin] è emerso da alcuni perfidi ebrei parigini” scrive in una lettera del 2 novembre 1932 a H.R. Williamson. La traccia ebraica, tuttavia, si combina a un’agenda capitalista resa ancora più spietata dalla mancanza di radici nazionali e territoriali: il piano del vedovo Kralin è, infatti, speculare sull’eredità terriera dei Taverner per trasformare la tenuta in un parco divertimenti pubblico.

L’ansia nutrita da Butts riguardo la conservazione del patrimonio materiale e culturale inglese trova solo uno sfogo parziale nel neopaganesimo e nell’interesse per il folklore celtico, oltre che un facile capro espiatorio nell’elemento razziale “alieno”. È vero che Butts dimostra un’evidente preoccupazione riguardo l’impronta umana che degrada gli spazi, sia urbani (gentrificazione) che naturalistici (la crescente rete infrastrutturale che interrompe la continuità del paesaggio). Il paesaggio di provincia cantato da Butts — bucolico, intessuto di memoria storica antichissima, mezzo di ascesi e comunicazione mistica — è descritto però in termini che equiparano il “naturale” al “nazionale” e lo imbrigliano all’interno di genealogie umane autorizzate dal diritto terriero, che per di più inglobano la trasmissione culturale. Personaggi come la coppia fratello e sorella nel racconto “In the South” (1923), che passeggia — emanando un’ambiguità incestuosa — sorvegliando pascoli, campi e ruderi della loro proprietà, sembrano funzionare come veri e propri genii locorum, necessariamente bianchi e impliciti discendenti delle famiglie che per prime avevano recintato i commons. Ecco che il revival mistico-animista degli anni ’30 a cui Butts aderisce, e che reagisce esplorando l’arcano e il primitivo dopo una velenosa guerra di trincea, non esita a riscrivere la storia della Englishness, codificando il terrore della miscegenazione.

Butts stessa proveniva da un contesto aristocratico, seppure in declino: da ragazza aveva osteggiato la decisione di vendere la collezione familiare di acquerelli di William Blake, di cui un avo Butts era stato il mecenate. Non sorprende che un’esistenza privilegiata accomodi, per autolegittimarsi, alleanze sacralizzate in virtù di un’ideologia xenofoba e una geografia pseudostorica. Proprio la figlia Camilla Bagg è la critica più spietata del contesto narrativo costruito da Butts nei suoi scritti. Nell’introduzione all’autobiografia di Butts The Crystal Cabinet. My Childhood at Salterns (1937), Bagg definisce:

Quelle ambientazioni in cui il denaro è dato per scontato, non c’è alcuna necessità di trovare lavoro, si vive coltivando l’intelletto, si fanno frequenti supposizioni che la lettrice conosca bene il francese e i classici antichi, senza alcun tipo di interesse per la gente comune.

L’atteggiamento classista di Butts, il suo ideale di “purezza” trovano massima espressione nel breve saggio Warning to Hikers (1932) in cui si deridono i lavoratori industriali urbani che hanno iniziato la pratica della scampagnata domenicale in campagna, facilmente raggiungibile grazie alle nuove linee ferroviarie. Il “nuovo tipo di persona” che Butts ha incrociato, storcendo il naso, lungo sentieri e intenta a consumare picnic, è “un assemblaggio delle parti corrette, di buoni dettagli, con un che di debole nella molla o nell’accensione”.

L’uomo di città, secondo Butts, non può davvero fare esperienza dell’ “out of doors” perché conosce la natura solo entro i termini del “piacevole” e del “sensazionale”, la sua esperienza è legata alle condizioni del meteo e perciò non potrà mai conoscere l’ “ordinario intatto”, ovvero il volto autentico del paesaggio che è osservabile, sottende Butts , solo ai pochi che possiedono accesso esclusivo e continuativo al territorio. Per capire la gravità del distacco dalla realtà “popolare” di Butts, è utile ricordare che, mentre tutto ciò veniva messo nero su bianco (forse proprio in risposta?), un gruppo di escursionisti organizzava, il 24 aprile 1932, il Kinder mass trespass, una gita di sconfinamento attraverso terreni privati fino ad arrivare al colle Kinder Scout, nel parco del Peak District. L’azione dei circa quattrocento ramblers viene letta oggi come una tappa cruciale nell’iter che ha portato al Right to roam, principio che ispira una serie di leggi (piuttosto recente, del 2000) a protezione del diritto degli escursionisti di camminare anche su terreni di proprietà privata. La coscienza ambientalista di Butts, in realtà, è una facciata che camuffa (difficile capire se coscientemente o meno) la sua ottica elitista. Il rigetto per forme culturali spurie, ibride — lowbrow — emerge anche, per esempio, da rivelatori appunti di lavorazione per una poesia (Corfe), il cui titolo provvisorio annotato sul diario, nel novembre 1924, è “Canzone per tenere la gente lontana dal Dorset”. A seguire la nota “da cantare in macchina quando si attraversa quella contea”, che tradisce ulteriormente lo scetticismo di Butts nei confronti della pratica democratica, l’incapacità di concepire una condivisione di stili di vita, innovazioni tecnologiche, spazi aperti.

La riscoperta di Mary Butts coincide con un periodo storico in cui leggere in piena coscienza degli aspetti problematici del testo significa soppesare anche le discrepanze etiche nella vita delle persone che li hanno scritti. Non si tratta più semplicemente di tenere a mente il contesto storico per “giustificare” certe posizioni, ma capire come continuare a leggere senza scadere nella cancellazione brutale di chi ha simpatizzato apertamente con ideologie che, se all’epoca avevano il suono di promesse, oggi sono inaccettabili. Se Butts da sola è un problema, inserita sulla mappa diventa un segnavia, utile per unire linee e calcolare distanze. Nella voce del 6 gennaio 1928 sono elencate tutte le cose, belle e ridicole, che hanno animato vita e pagine di Butts:

Voglio parlare, flirtare, ballare, correre in giro; ma comunque sono contenta oltremisura, timida quando presa dalle emozioni di fronte a panorami sensazionali, neve sulle montagne, colline in un certo cloisonné, attorno alla luna di cristallo torri e tetti di tegole della città vecchia, stelle & creste del mare, una balza tracciata lungo la sabbia. Natura che davvero imita Cézanne! Che imita Omero e gli accademici di metà XIX secolo.

Con una bussola morale viziata dal gusto per la sproporzione, l’eccessivo, in Mary Butts, supera il controverso.

“Land’s End, Cornwall” acquerello di Joseph Mallord William Turner, ca. 1834. Photo © Tate CC-BY-NC-ND 3.0 (Unported). Fonte.

*“Poiché mi divincolo dal bene non può essere tutta vanità. Aiuto!”, nota sul diario del 21 novembre 1919, in cui Butts lamenta il fastidio che prova leggendo commenti alle sue opere, sia negativi che positivi.

    francesca massarenti

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