Vent’anni fa moriva François Mitterrand, presidente grande e ambiguo

Vent’anni fa, l’8 gennaio 1995, moriva a Parigi François Mitterrand. Aveva 79 anni. Tra gli innumerevoli soprannomi attribuiti all’ex presidente della repubblica francese, “Dio” è senz’altro uno dei più azzeccati. Ma più che uno e trino, il presidente della Repubblica che ancor oggi viene considerato dai francesi come colui che incarnò l’essenza del capo dello Stato, appare come un essere duplice: nazionalista e resistente; colonialista e autonomista; realista e ideologo; laicista e, al tramonto della sua vita, credente. E bigamo, come hanno rivelato al mondo le immagini del suo funerale, con la famiglia “ufficiale” raccolta accanto al feretro, a fianco a quella “segreta”.

Parigi, 21 maggio 1981. François Mitterrand risale con passo solenne l’avenue Soufflot in direzione del Pantheon, circondato dalla folla festante. Il suo volto non tradisce nessuna emozione particolare — non per niente viene soprannominato “la Sfinge” — eppure è il giorno più importante della sua vita : una decina di giorni prima aveva battuto il capo dello Stato uscente Valéry Giscard d’Estaing, portando per la prima volta la “gauche” al palazzo dell’Eliseo. In mano il presidente appena insediato tiene una rosa, che deporrà simbolicamente sulla tomba di Jean Jaurès, padre del socialismo francese, di Victor Shoelcher, che aveva abolito la schiavitù, e di Jean Moulin. L’omaggio al capo della Resistenza, torturato a morte dai nazisti nel 1943, rimarrà come une degli atti fondanti della sua presidenza.

Eppure nulla lasciava presagire che il giovane Mitterrand avrebbe un giorno reso quell’omaggio. Cresciuto in una famiglia di notabili cattolici di provincia il futuro presidente aveva flirtato sin da studente con la destra nazionalista, ed ha aderito relativamente tardi alla causa antinazista, praticando un doppio gioco ambiguo sul quale, più tardi, ha sempre dato risposte evasive. Almeno fino a quando il giornalista Pierre Péan non ha sviscerato “il lato oscuro” del Mitterrand di estrema destra nel libro-inchiesta Une jeunesse française (“Una gioventù francese”, Fayard editore, 1994), infliggendo un duro colpo all’immagine di uomo integro che “Tonton” si era pazientemente costruita nel corso degli anni.

Fervido ammiratore del maresciallo Pétain, del quale definisce “magnifico” il portamento in una lettera alla sorella, Mitterrand aderisce al regime collaborazionista di Vichy durante l’occupazione nazista della Francia.

Poco dopo la sua “salita”, come si usa dire, a Parigi, per iscriversi a Giurisprudenza, colui che incarnerà in seguito le speranze della sinistra diventa un membro attivo del movimento giovanile diretto dal colonnello La Roque e partecipa alle manifestazioni contro “l’invasione dei negri” indette dal marziale capo delle Croix-de-Feu. Lo si intravede anche alle riunioni della Cagoule, l’organizzazione sergreta patrocinata da Eugène Schueller, il fondatore di L’Oréal. Fervido ammiratore del maresciallo Pétain, del quale definisce “magnifico” il portamento in una lettera alla sorella, Mitterrand aderisce al regime collaborazionista di Vichy durante l’occupazione nazista della Francia.

Al fianco del suo capo, il maresciallo Pétain, si occupa dei prigionieri di guerra (tra il 1940 e il 1941 è stato detenuto in Germania) e, a partire da gennaio 1942, mette in piedi un’efficace rete di aiuto a coloro che sono evasi dai campi tedeschi, che sfrutta anche per sorvegliare gli avversari del regime. Da buon nazionalista, non sopporta però il zelo con il quale molti suoi connazionali collaborano con le forze di occupazione naziste e, con il beneplacito del suo capo Maurice Pinot, si dà da fare per fornire documenti falsi ai prigionieri di guerra evasi e, a giugno, prende i primi contatti con la Resistenza. Quando, nel gennaio del ’43, a capo del Commissariato per la riqualifica dei prigionieri di guerra viene nominato un collaborazionista convinto, Mitterrand si dimette e aderisce alla Resistenza con il nome di guerra di Morland, pur rimanendo ufficialmente al servizio di Vichy. Insieme a Pinot, entrato anch’egli in resistenza, fonda il Raggruppamento nazionale del prigionieri di guerra, un partito clandestino. Nello stesso tempo viene decorato dell’ordine della francisca, attribuito ai più fedeli servitori di Pétain.

Mitterrand ha continuato a frequentare Bousquet e a difenderlo, venendo per questo anche accusato di velato antisemitismo e di intralcio alla giustizia.

Grazie a questa “meravigliosa copertura”, come la definirà in seguito, Mitterrand sfrutta la rete di ex prigionieri di guerra che aveva messo in piedi per ottenere questa volta delle informazioni sull’attività dei tedeschi. Mitterrand approfitta anche della complicità di alcuni alti esponenti del regime, tra i quali il capo della polizia René Bousquet. Secondo Péan, Bousquet era al corrente delle attività di “Morland” e, sentendo che il vento stava cambiando, lo ha “coperto”, avvertendolo anzi che la Gestapo era sulle sue tracce e stava per arrestarlo. Mitterrand gliene sarà eternamente riconoscente, e tra i due uomini nasce un’amicizia tanto solida quanto scomoda per il futuro presidente. Bousquet aveva infatti organizzato il rastrellamento del Vélodrôme d’hiver, nel quale 13mila ebrei parigini furono arrestati e deportati, un gesto per il quale non venne però mai condannato nel dopoguerra, e venne anzi amnistiato nel 1958. Mitterrand ha continuato a frequentare Bousquet e a difenderlo, venendo per questo anche accusato di velato antisemitismo e di intralcio alla giustizia quando, a metà degli anni Ottanta, le accuse contro Bousquet riprendono consistenza e il presidente si dà discretamente da fare per fermarne il processo.

Ricercato dai nazisti, Mitterrand entra in clandestinità nell’estate e cerca di mettersi in contatto con il generale de Gaulle. Dopo averlo inseguito a Londra, incontra finalmente il capo della Francia libera ad Algeri, e ne ottiene la direzione del Movimento nazionale dei prigionieri di guerra e dei deportati, che raggruppa la sua rete, quella dei gollisti e quella dei comunisti, e che costituirà la futura base della sua scalata politica. Giunta l’ora della Liberazione, Mitterrand vi partecipa a pieno titolo come uno dei leader della Resistenza e, nell’agosto 1944, entra a far parte del primo governo provvisorio guidato da De Gaulle. Due mesi dopo sposa Danielle Gouze, una mora dallo sguardo frizzante e dalle labbra carnose di cui si era innamorato, pare, vedendola in fotografia in casa di amici. Danielle rimarrà al suo fianco fino alla fine, sopportando sia gli oneri dell’impegno politico che il peso della conclamata infedeltà del marito.

Dopo un battesimo del fuoco elettorale fallimentare nel 1946, Mitterrand viene eletto deputato nel primo Parlamento della IV Repubblica, e, l’anno dopo, a soli trent’anni, entra a far parte del primo governo a guida socialista, guidato da Paul Ramadier. Il “più giovane ministro dai tempi di Napoleone”, come ama definirsi, eredita il dicastero degli Ex combattenti e vittime della guerra. Comincia così una carriera che lo poterà a partecipare a ben undici governi sotto la “Quarta”, pur con casacche diverse, e con un progressivo slittamento verso sinistra.

Favorevole all’indipedenza dell’Indocina, dove la Francia sta perdendo la guerra, Mitterand è però ostile a quella dell’Algeria.

Il primo ministero “pesante” occupato da Mitterrand sarà quello dell’Oltremare (1950–51), che gli viene assegnato proprio mentre l’Africa occidentale comincia a svegliarsi. Ma Mitterrand riesce a disinnescare momentaneamente gli scontri che minacciano di scoppiare, negoziando con Félix Houphouët-Boigny, il principale dirigente indipendentista della Costa d’Avorio. Dal futuro presidente del paese africano Mitterrand ottiene anche la rottura con i comunisti francesi e l’adesione al suo partito, l’Unione democratica e socialista della Resistenza, mandando su tutte le furie gli ambienti colonialisti, che lo accusano di voler consegnare l’Africa alla sinistra, e dei gollisti, che non vogliono rinunciare all’Impero.

Un’ostilità che andrà crescendo mano a mano che Mitterrand si esprimerà a favore di una maggiore autonomia per il Marocco e per la Tunisia, dei quali parteciperà peraltro ai negoziati sulla loro autonomia. Insieme ad alcuni intellettuali, come Jean-Paul Sartre e Albert Camus, firmerà anche il “Manifesto Francia-Maghreb” per chiedere il rispetto dei diritti umani nel Nordafrica. Favorevole all’indipedenza dell’Indocina, dove la Francia sta perdendo la guerra, Mitterand è però ostile a quella dell’Algeria. E proprio per tentare di disinnescare la bomba che minaccia di esplodere al di là del Mediterraneo, nel 1954 Miterrand ottiene dal premier socialista Pierre Mendès France il portafoglio dell’Interno. Si tratta di mediare tra la volontà di mantenere l’Algeria francese a costo di introdurre profonde riforme nell’amministrazione coloniale, anche contro la volontà dei coloni e dei rappresentanti del governo sul posto.

Ma le sue velleità riformatrici si scontrano con lo scoppio dell’insurrezione armata: una settimana dopo la sua vista del 19 ottobre 1954, dalla quale è tornato “pieno di ottimismo”, Mitterrand è costretto a scatenare una “rigorosa repressione”. “L’Algeria, è la Francia”, dichiara al Parlamento, e la Francia “farà la guerra” agli insorti. Nello stesso tempo però, autorizza delle inchieste parlamentari sulle violenze commesse dai poliziotti in Algeria e si oppone all’impiego della tortura — “un sistema odioso” — da parte delle forze dell’ordine.

L’uomo di sinistra si troverà più volte a firmare le numerose sentenze di morte pronunciate dai tribunali algerini contro i combattenti dell’Fln.

Nel successivo governo guidato dal socialista Guy Mollet Mitterrand ricopre il ministero della Giustizia, proprio mentre infuria la battaglia di Algeri. L’Algeria è a ferro e fuoco, le forze dell’ordine si avvitano nella spirale della repressione e François il riformista firma la legge che assegna all’esercito i poteri speciali, aprendo la porta a un uso ancora più diffuso della tortura nei confronti dei membri del Fronte di liberazione nazionale (Fln). L’uomo di sinistra si troverà più volte a firmare le numerose sentenze di morte pronunciate dai tribunali algerini contro i combattenti dell’Fln (e a chiedere la grazia per altri) e a coprire le esecuzioni stragiudiziali commesse dai parà.

Al costo di essere accusato di avallare delle pratiche che ricordano quelle della Gestapo, l’ex resitente rimarrà al governo, convinto di poter succedere a Mollet e di poter così applicare una politica più liberale in Algeria e soddisfare l’ambizione di guidare il governo a quarant’anni, non “a cinquanta, come un imbecille qualsiasi”. Non ci riuscirà, e dedicherà gli anni successivi a realizzare il suo disegno politico più importante: riunire la sinistra in un unico fronte che possa sostenerlo nella conquista della presidenza della Repubblica. Conquistato il Partito socialista nel 1971, perde la sfida con Valéry Giscard d’Estaing nel 1974 e dovrà aspettare le presidenziali seguenti, nel 1981, dove, alla testa della “gauche unie”, gli si aprano finalmente le porte dell’Eliseo.

Da presidente, Mitterrand seguiterà a coltivare ambiguità e contraddizioni, meritandosi il soprannome di “Fiorentino”, in omaggio a Lorenzo il Magnifico e Machiavelli: passa così da una politica di spesa pubblica a una di rigore; governa con i comunisti, ma favorirà l’affermarsi del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen; guida la “gauche”, ma sarà costretto a “coabitare” con dei primi ministri di destra per ben due volte. Questa forma inedita di spartizione del potere è perfettamente congeniale a “Tonton” (zietto), che può dedicarsi al suo domaine réservé, la diplomazia e la difesa, lasciando che Jacques Chirac prima ed Edouard Balladur in seguito si arrabattano con la disoccupazione, l’inflazione, le piazze. E sfrutta a meraviglia il privilegio di essere allo stesso tempo il primo cittadino e il principale oppositore del governo per rafforzare la propria popolarità e ottenere a pieni voti un secondo mandato. Se il primo è stato segnato da importanti riforme “in casa”, quello che comincia nel 1988 è quasti tutto all’insegna della politica estera: caduta del muro di Berlino, intervento in Rwanda, guerra del Golfo, guerra civile in Algeria, guerra di Bosnia. Queste ultime due videro Mitterrand impegnato in prima persona, seppure con modalità molto diverse.

Mitterrand preferiva i serbi, che avevano resistito ai nazisti, ai croati, che avevano invece collaborato con loro. Li preferiva anche ai bosniaci, che temeva potessero dare vita al primo Stato musulmano in Europa.

All’inizio, Mitterrand si oppose alla spartizione della Jugoslavia perché temeva che l’accettazione da parte della Comunità europea dell’indipendenza delle repubbliche che formavano la federazione provocasse una reazione a catena in Europa centrale e orientale nella quale decine di “tribù”, come le chiamava, avrebbero fatto secessione e portato alla “disintegrazione” dell’Europa. Per impedirla, e per prevenire nuovi conflitti, Mitterrand propose la creazione di istanze arbitrali, il riconoscimento dei diritti delle minoranze e la garanzia dell’inviolabilità delle frontiere. Quest’ultimo elemento valse a Mitterrand l’accusa di sostenere i serbi nella loro politica di pulizia etnica. Un’accusa ingenerosa, cui il presidente francese diede la più spettacolare delle risposte recandosi, nel giugno 1992, nella Sarajevo assediata dalle truppe del generale serbobosniaco Ratko Mladic.

Un’accusa però non del tutto infondata, poiché l’amicizia franco-serba ha radici storiche, alle quali si somma la tendenza della diplomazia francese a privilegiare gli Stati esistenti. A questo si aggiunge il fatto che Mitterrand preferiva i serbi, che avevano resistito ai nazisti, ai croati, che avevano invece collaborato con loro. Li preferiva anche ai bosniaci, che temeva potessero dare vita al primo Stato musulmano in Europa proprio mentre, dall’altra parte del Mediterraneo, il Fronte islamico di salvezza (Fis) si accingeva a prendere il potere.

Al primo turno delle legislative in Algeria, il 26 dicembre 1991, il Fis aveva infatti sfiorato di poco la maggioranza assoluta dei voti e si avviava verso la conquista dei due terzi dei seggi al Parlamento. Pur di non perdere il potere, da trent’anni nelle mani del Fln (socialista), il governo decise di annullare le elezioni, non senza prima avere ottenuto il via libera da parte dello stesso Mitterrand. Questi si sentiva più vicino ai militari, considerati laici e repubblicani (e francofoni) — benché avessero messo in atto un vero e proprio golpe — rispetto ai fondamentalisti, anche se questi ultimi puntavano a conquistare democraticamente il potere. Mitterrand temeva peraltro che la vittoria del Fis, che si annunciava schiacciante, avrebbe sottratto l’Algeria alla sfera di influenza dell’ex potenza coloniale e dato vita a un Stato islamico a sole tre ore di volo da Parigi.

Una Repubblica islamica sul modello dell’Iran di Khomeini, che aveva destabilizzato il Medio Oriente. La sua fu una decisione carica di conseguenze: la guerra civile che scaturì dalla sospensione del processo elettorale generò una campagna di terrorismo e di repressione durata oltre dieci anni e che avrebbe provocato oltre centomila vittime. Parigi parteciperà al confitto a fianco delle forze dell’ordine algerine, cui fornirà un’assistenza tecnica e di intelligence preziosa, e chiudendo un occhio sulla politica di “sradicamento” dei fondamentalisti e sul suo corteo di esecuzioni stragiudiziali, arresti sommari, tortura e sequestri di persona. Come se l’esperienza della guerra d’indipendenza che si era svolta quarant’anni prima non avesse lasciato il segno sulla scorza della “Sfinge”.