Il dio delle piccole tocche

Poteva essere stato quello. Il fatto che Malachia le avesse parlato di draghi e vampiri, però di fatto non vedeva che ombre. Su quel marciapiede stava camminando solo lei. Insieme a draghi e vampiri. Non le piaceva l’effetto di quei pensieri. Le mani sudate, la pelle d’oca, il respiro affannato, le gambe molli. Eppure grazie Malachia. Da quanto non provava qualcosa? Una cosa qualsiasi. Avanzava sulle pietre posate lì da qualcuno e chissà dov’era quel qualcuno adesso. Vivo da qualche parte. O morto fra i draghi e i vampiri che la seguivano. Chissà cosa fu, forse il chiarore sotto l’ennesimo lampione, forse i fari dell’auto che incrociò, l’unica in quella strada, le venne da aprire le braccia, e cominciò a parlare.

“Grazie oh grazie dio degli dei dei vampiri tu che dalle tenebre rispunti nel lampione, con fari di un’auto per occhi, grazie, grazie dio dei piccoli mostri, tu che volevi essere dio delle piccole cose adesso sei finito a fare il dio delle piccole tocche”.

Apriva e incrociava le mani sul petto al ritmo delle frasi, una piroetta ogni tanto e via un abito a fine decantazione. La giacca giaceva un paio di metri dietro di sé, a terra, lei continuava verso la sua meta, che non sapeva quale fosse.

Gli occhi del dio delle tocche adesso erano alle sue spalle, e la mano del dio ora la stava toccando.

“Signora, signora, scusi signora, ha perduto questa”.

Il dio era venuto addirittura da lei, dunque era lei la prescelta. Le recava la divisa, un giacchetto che l’avrebbe resa unica in mezzo agli altri. Guardò il dio, il dio delle tocche, che in effetti la toccò, per sostenerla, perché stava cadendo. Ai suoi piedi.

“Signora su, si alzi, coraggio, sta bene?”.

Chi era questa Signora? Dove? Dov’era colei che usurpava il ruolo che era il suo e solo il suo, il giacchetto era stato dato a lei.

“Maria, vieni qua, aiutami”.

Eccola, eccola sbucare dalla navicella, colei che serviva il dio, prima di ogni cosa, ucciderla.

“Signora ma cos’ha?”.

Aveva sé stessa una volta, ecco che aveva, e adesso aveva solo uno stupido lavoro una stupida giacchetta e una stupida vita.

“Sto bene, non si preoccupi, grazie”.

Fine della vita vera. Il dio non era un ragazzetto con accanto una ragazzetta e la vita non era che una fila di lampioni a illuminare un marciapiede deserto.

Ringraziò i ragazzi e se ne tornò verso casa.

Com’era stato bello sentire quel batticuore, sentire le squame del drago sulla pelle, i denti del vampiro sul collo.

Adesso a casa invece sentiva le mura metterle le mani addosso e il letto era più squamoso della pelle di un drago rugoso.

Mancavano tre ore a domenica.

Non restava che dormire, tornando alla solita triste vita.

Il giacchetto giaceva ripiegato sulla spalliera.

(scritto il 04.05.2016 — esercizi — Diventare scrittori — Dorothea Brande)

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