Quella che se ne va

Sinossi:

Ernesta di tanto in tanto scrive, spesso cambia casa, a volte città e anche impiego. Detesta la realtà lavorativa, che contesta, ma solo fra sé e sé, scrivendo in silenzio, senza che nulla trapeli, mantenendo all’esterno una serena facciata sorridente, servizievole, sottomessa e ubbidiente. Arrivata a Milano però qualcosa cambia, non solo per la condivisione dell’alloggio con Lucia, studentessa universitaria, ma soprattutto perché ciò che prima si lasciava alle spalle rimaneva alle spalle, a Torre Annunziata o a Bologna o in una delle tante città in cui faceva tappa. Invece adesso no.

Team leader e lavoratori si spostano da una parte all’altra, fra Milano, Corsico, Cesano Boscone, Buccinasco, Arese,in un gioco di scacchi che ha poco o niente di divertente.

Amalia passa da E-care a Comdata, Cristian da E-care a Comdata e poi ad Arese, Mimma da E-care a un cambio inaspettato, Aldo dal Mc Donald al caf Acli e a C-Global, Gilda dal caf Acli a vendere polizze in RBS, Fred da Omnia a Sitel e poi a casa, Eldor da Omnia al tribunale, Marika al suo primo impiego si imbatte nelle pulizie nei mini hotel. Tutti vanno ovunque, nessuno rimane da nessuna parte, continue infornate di corsi Formatemp, muovono docenti, e somme di denaro, per corsi di inserimento in attività lavorative di pochi mesi.

Presìdi, scioperi, causa collettiva, chiusure definitive e temporanee, esternalizzazioni, cambi commessa, interventi della Regione, finanziamenti per la formazione dei lavoratori in somministrazione, un intero circo precario su cui poggia stabilmente il grande business del mercato a termine.

Sullo sfondo i negozi che chiudono cedendo alla crisi collettiva; l’Expo, con riferimento particolare alla giornata di inaugurazione e al corteo di protesta; Bag, che fa parte della povertà invisibile ma reale, quella in cui si inciampa quotidianamente camminando nel centro di Milano, non solo nelle mense e nei dormitori pubblici.

Alla fine solo Ernesta e Mimma riusciranno a scendere dalla giostra precaria. Tutti gli altri, con varie e alterne vicende, si sistemeranno in maniera più o meno definitiva, o continueranno a vagare.

Dal 2009 al 2017, un giorno di narrazione per ogni anno.

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Pag. 3 Un giorno

Pag. 4 2009 primavera, un giorno di aprile

Pag. 84 2010 estate, un giorno di luglio

Pag. 158 2011 autunno, un giorno di settembre

Pag. 170 2012 inverno, un giorno di gennaio

Pag. 211 2013 primavera, un giorno di marzo

Pag. 236 2014 estate, un giorno di giugno

Pag. 264 2015 EXPO 1 maggio — 31 ottobre

Pag. 301 2016 un giorno come un altro

Pag. 309 2017 un giorno

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Un giorno

Erano le sette di un sabato mattina. Salvò il file chiamandolo <tempo perso>, spense il computer, si alzò dalla sedia pieghevole e si infilò a letto cercando di dormire.

L’unica ciocca lunga di un taglio cortissimo, impreziosita da alcuni fili grigi, si adagiò con lei sul cuscino, e tutto tornò nel mondo dei giusti, quello fantastico in cui viveva Ernesta. Però continuava a rigirarsi, come se qualcuno la stesse chiamando.

A mille chilometri da lei, Evaristo si era appena svegliato, con l’ingombro del nome e il peso del compito da portare a termine. Non sarebbe stato facile, dopotutto si trattava di sua cugina. Uscì nel freddo del mattino, dirigendosi verso la pila in pietra. Mise le mani a coppa sotto il getto gelido e si buttò in faccia un po’ d’acqua. Del tutto sveglio, alzò gli occhi a cercare il sole. La giornata era spettacolare, di un azzurro che gli sarebbe mancato. Si impresse nella memoria la distesa di alberi, la vigna e il muretto su cui si sedeva a mangiare all’ora di pranzo. Tornò nel capanno, per studiare il piano dello zio. Gli toccava partire per Milano.

Milano alle sette e mezza di sabato era già sveglia da un po’. I raggi di sole si arrampicavano fino ai balconi, raggiungendo gli angoli dove alcune formiche sparpagliate erano a caccia di briciole. O più in là, dove una formica solitaria correva impazzita dal bordo superiore a quello inferiore del marmo di una finestra, come se avesse smarrito la strada di casa. In un altro palazzo una vespa insisteva a voler oltrepassare la barriera in pvc arancione, contro cui aveva sbattuto un paio di volte, per poi arrendersi e volare via. Nell’angolo a est di un giardino condominiale, una colonia di formiche scavava nel terreno, creando una piccola montagnola tutto intorno: l’accesso alla loro casa. E poi più lontano l’hinterland e il naviglio, i call center e i palazzi e le aziende e il Duomo e le vie, e poi piccola, sempre più piccola, risucchiata dalle nuvole, non più umana, una piccola minuscola goccia di vapore, dentro le nuvole. Ernesta chiuse gli occhi e si addormentò.

2009

primavera, un giorno di aprile

Gi Group

Corso di Ripa Ticinese, Milano

Due erano le cose che odiava: Hemingway e l’insicurezza. Seduta alla minuscola scrivania, si protese verso la finestra. Perlustrò oltre i vetri, superando i fiorellini bianchi della violetta Saintpaulia poggiata accanto al computer. Tornò alle pareti della stanza, scivolò sull’immagine di Marilyn Monroe che sorrideva felice, nell’abito bianco sollevato dal vento della metropolitana. Irritata per una gioia che non sentiva di poter condividere, fissò la calamita appiccicata sulla piccola lampada a pinza, Ernesta la odiava quella frase: il sole c’è sempre oltre le nuvole. Come no, aveva aggiunto lei in un post it giallo. Odiava anche l’altra calamita poco più sotto, quella con la faccia di Hemingway, la solita immagine barbuta col maglione a collo alto, e la sua frase “Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica”, ti odio Hemingway, aveva aggiunto lei in un post it rosa. Proprio regalo simpatico a lei che da Torre Annunziata se ne andava a Milano. Odiava pure quella scema di Luigina. Per lei regalare la frase di un grande scrittore a un’aspirante scrittrice era il massimo del buon augurio. Ernesta arricciò le palpebre, non lo sopportava Hemingway, lo odiava proprio, sbucava da tutte le parti. Spostò la calamita in modo da non vedere le parole. Non poteva buttarlo, i regali non si buttano, le diceva sempre mammà, che la gente li ha pagati e non sta bene, non si buttano. E dire che I quarantanove racconti le erano anche piaciuti, o era Il vecchio e il mare che aveva letto? Sia come sia, gli era piaciuto finché non avevano cominciato a portarglielo come esempio permanente, quell’Hemingway, lui e la sua bravura, e i suoi dialoghi, e la sua maestria. Sbuffò, e mosse la mano lungo la testa, forse per sistemare i capelli, forse per scacciare via ricordi e pensieri, dato che i capelli erano cortissimi e c’era poco da sistemare. Tolse il tappo dal Breeze, schiacciò sul contenitore, facendo fuoriuscire verso l’alto un getto di profumo, fantasticando che fosse una piccola fontanella. Ma no, perché piccola, grande, la fontana di Trevi, via, con dentro pure la Anita che chiama il Marcello. Le piaceva molto la variante Sporting e le piacevano molto i profumi. Riavvitò il tappo chiudendo nel flacone aroma e fantasie.. Sistemò meglio la schiena, piegò le gambe incrociandole al di sotto della sedia e selezionò col mouse CARTELLE ERNESTA, salvò il file <Largo ai giovani> e poi si decise a tornare sul sito di InfoJobs. Inserì indirizzo mail e password, per controllare la sezione candidature inviate. Cinque scartate, due inserite nel processo selettivo, tutte le altre in stato di ricevuto. Era la quinta volta che si distraeva, non aveva voglia di fare quella inutile ricerca ogni giorno. Ma non aveva molta scelta: o quello o chiamare papà. Appoggiò il mento di lato sulla spalla un attimo, sospirò e tornò a guardare il computer. Le si accasciarono le spalle, il gomito si puntellò sulla scrivania, la testa si inclinò in avanti. Gli unici movimenti erano quelli degli occhi lungo le righe, e della mano destra che dirigeva sul mouse.

“Cercasi addetto trapano a colonna”. Fu quello il primo annuncio della lista ma non era ciò che si aspettava. Si domandò cosa mai fosse un trapano a colonna, quell’annuncio sbucava non l’aveva mai visto. Controllando si accorse di aver sbagliato a impostare la ricerca, selezionando un campo errato. Corresse e riprese a scorrere la lista di addetti richiesti dalle varie agenzie di somministrazione. Ogni volta che pensava alla parola somministrazione si sentiva una supposta.

Le agenzie erano sempre le stesse, Start People, Gi Group, OpenJob, Randstad, Adecco, Metis, qualche volta Sinergye, di rado Etjca e pochissime altre che comparivano di tanto in tanto. Qualche volta c’erano nomi di aziende, e a volte anche annunci senza alcua indicazione tranne “ricerca riservata”. Che ci fosse di tanto riservato, nel cercare un lavoratore, lei non lo capiva. Si alzò di nuovo, cercò qualcosa da fare in stanza. Poi cambiò idea e andò in bagno, magari far pipì avrebbe aiutato ma c’era andata un quarto d’ora prima. Andò in cucina per cercare un biscotto, o qualcosa da mangiare, che la distraesse da lavoro e problemi economici. Lasciò a metà sul lavandino, con le relative briciole, un frollino al cacao, bevve mezzo bicchiere d’acqua lasciando in giro anche quello e tornò in camera. I risultati della ricerca erano diciotto pagine di annunci e lei si era già annoiata alla prima, ma continuò a sfogliare con paziente disperazione. Il conto in banca ormai conteneva solo più venticinque euro e il prossimo affitto stava per scadere. Puoi chiamare papà. Non ci penso proprio. Volante uno a volante due, disse tra sé e sé in falsetto. Si allontanò dal pensiero disturbante della famiglia e dei soldi, si riavvicinò allo schermo e continuò a cercare. Resistette pochi secondi prima di fermarsi di nuovo, allungandosi verso la minuscola mensola accanto alla scrivania. Si spruzzò sui polsi un po’ di profumo, lo inalò come fossero esalazioni di benzina e, con il cervello sotto l’effetto della magnolia, tornò a puntare il mouse.

Saltò tutti gli annunci cui non poteva candidarsi, quelli dove era richiesta la conoscenza fluente o madrelingua dell’inglese, del tedesco, dello spagnolo, del finlandese, del cinese, del russo, del fiammingo. Erano annunci del call center Arese ex Alfa Romeo o dei negozi fashion del quadrilatero della moda.

Saltò quelli dove era indispensabile la padronanza di programmi software che lei non conosceva neanche di nome e saltò quelli con uso di auto cad.

Poi c’erano quelli dove non capiva neanche cosa cercassero. Sul monitor vedeva scorrere supply chain, operation manager, compliance e andava oltre.

Non sapeva mai a quale pagina sarebbe successo, ma c’era sempre il punto in cui passava dalla ricerca al voler dar fuoco all’intero sistema di lavoro a termine. Allungò lo sguardo fuori dalla finestra, l’unica via di fuga che vedeva al momento. Quelle agenzie il lavoro non lo avrebbero dato proprio a lei, che si chiamava Ernesta, che aveva quarantaquattro anni, che era troppo incazzata, che non era un lavoro qualsiasi ciò che voleva, che sapeva cosa fare nella vita ma non riusciva a farlo. Si ricordò di un selezionatore in Page Personnel.

“Lei ha un curriculum spendibile ma, in fondo, l’esperienza acquisita è talmente diluita nel tempo, da non essere qualificante”.

Lei non capì cosa significasse, l’agenzia non la convocò mai più, per quanti curriculum mandasse, e lei inserì la faccia del selezionatore nell’angolo di mente riservato al tiro con le freccette. Gliene aveva tirate così tante che ormai del volto rimaneva una costellazione di buchi e nessun tratto somatico, ma gliene tirò ancora una, con notevole violenza, accompagnata da un calcio alla parete sotto la scrivania. Solo a casa riusciva a far qualcosa, nei posti dove le cose accadevano, nei momenti in cui accadevano, o non faceva nulla del tutto, o sorrideva, o ringraziava e girava sui tacchi. Rispondeva agli oltraggi col silenzio, chiudendo le porte, cambiando stanza, traslocando, con un attacco di asma o con un attacco al frigorifero. Andò a recuperare il biscotto smangiucchiato, aprì un pacchetto di taralli, originali pugliesi con olio extra vergine d’oliva, recitava l’etichetta, e ne prelevò una decina da portare con sé in camera. Saltò gli annunci a cui si era già candidata e che le agenzie continuavano a riproporre ogni giorno. Lei riusciva a capire come potessero non trovare il lavoratore giusto, su un numero di candidati che oscillava fra duecento e mille. Si domandava ogni volta che lavoratori stessero davvero cercando e le pareva che volessero solo gente che sapesse far tutto, che lo facesse senza fiatare, che non avesse pretese né diritti e che non reclamasse uno stipendio per l’attività svolta. Infilò in bocca tre taralli in un colpo solo per bloccare l’imprecazione.

Per oggi le rimanevano solo tre possibilità, dopo l’accurata scrematura che le aveva portato via più di un’ora. La prima era per un lavoro part time di trenta ore, su turni, dal lunedì al sabato dalle otto alle ventuno, contratto a tempo determinato, due settimane più proroghe. Per lei era ridicolo che potesse esistere un lavoro di due settimane, ma gli annunci cui poteva rispondere erano così pochi che inviò il curriculum. La seconda opportunità lavorativa riguardava un contratto a progetto part time venticinque ore su turni da lunedì a domenica, festivi compresi, richiesta massima disponibilità e flessibilità oraria, esperienza pregressa, preferibile conoscenza lingua inglese. Immaginò di prendere a schiaffi ripetutamente chi aveva inserito l’annuncio, spiegandogli che un contratto a progetto non si poteva permettere di chiedere flessibilità oraria e nemmeno orari prestabiliti. Lo lasciò legato sulla sedia in un capannone abbandonato, livido e spaventato, e tornò a inviare curriculum. L’ultima possibilità era per un contratto iniziale di due mesi con possibilità di proroghe, corso di formazione gratuito non retribuito Forma.temp, lavoro part time quattro ore, su turni a rotazione, tra le otto e le ventidue e trenta, da lunedì a domenica cinque giorni lavorativi a settimana. Compilò la lettera di accompagnamento, ci scrisse ‘andate a farvi fottere tutti a rotazione da lunedì a domenica’, la cancellò, mandò solo il curriculum. Ripose in tasca l’immaginaria pistola fumante con cui aveva fatto fuori il personale di un paio di agenzie di somministrazione.

“Si può sapere dove hai fatto finire la mia camicia?”.

Balzò sulla sedia, Ernesta odiava Lucia: per i ventiquattro anni che la rimandavano con astio ai propri quarantaquattro, per gli occhi azzurri, per il metro e settanta e perché stava per laurearsi costringendola a considerare con livore quanti annunci le sfuggivano per avere solo un diploma, risalente a un’epoca in cui un iPhone neanche si sapeva cosa fosse e un cellulare era grande quanto una stampante. Le arrivava sempre alle spalle, silenziosa come una biscia. Usciva per andare al lavoro e poi rientrava a orari strani per andare a lezione, oppure viceversa prima andava a lezione e poi al lavoro. Si muoveva con la maestria di un predatore, faceva tutto con la silenziosità di un monaco zen. Aveva i feltrini sotto la propria sedia, ciabatte di spugna per la doccia e moppine di morbida lana per le poche volte che stava in casa. Anche la voce era flebile, tranne quando riteneva che Ernesta le avesse fatto sparire qualcosa.

Lucia sbuffò rivoltando i vestiti ammassati per terra accanto al proprio piccolo armadio, e sul proprio letto. La camera era di appena venti metri quadrati, i due letti singoli addossati alle pareti, divisi dalla finestra che si affacciava su corso di Ripa Ticinese. Fra i letti era posizionata la scrivania di Ernesta, mentre quella di Lucia era incollata alla parete opposta, tra i due mini armadi. Il bilocale che condividevano aveva anche un angolo cottura con un minuscolo balconcino e un bagno piccolissimo, privo di finestra. Mille euro al mese, da dividere in due, spese condominiali e riscaldamento centralizzato inclusi. Il bucato veniva steso dove capitava, sulle sedie in cucina, sullo stendino appeso alla porta in camera, sulle ante degli armadi, sulla porta scorrevole del box doccia.

“Non ne so niente della tua camicia”.

“Ieri continuavi a rivoltare tutto, l’hai presa per il colloquio,”.

“Non avevo nessun colloquio ieri, sono rimasta a casa tutto il giorno attaccata a questo maledetto computer a cercare lavoro e mandare curriculum e comunque non ho toccato niente dal tuo lato”.

Lucia sbuffò di nuovo, agitando i lunghi capelli biondi a ogni movimento, convinta che Ernesta le stesse mentendo. Stava sempre chiusa in casa, non poteva essere stata che lei a farle sparire la camicia. Sospirò e si rassegnò a prelevare dall’armadio qualcos’altro. Non vedeva l’ora di poter lasciare quell’alloggio asfissiante, ma per il momento non aveva scelta. Le mancavano ancora parecchi esami per la laurea e non aveva tempo di mettersi a cercare un altro alloggio in condivisione. Per quanto non la sopportasse, questa era sempre meglio delle precedenti coinquiline. Almeno era silenziosa. Leggeva o ascoltava musica in cuffia o batteva per ore sui tasti scrivendo chissà cosa o continuava a mandare domande di lavoro con lo sguardo fisso al monitor del portatile. Qualunque cosa facesse, la faceva in silenzio. E poi pagava sempre puntuale la propria quota di affitto.

“Guarda che non l’ho presa io e comunque ce l’ho oggi il colloquio Quando ti fissi sei impossibile, che ci farei con una camicia in cui nemmeno entro?”.

Non ottenne risposta e tornò a girarsi verso il monitor. Lucia sospirò forte alzando gli occhi al soffitto, finì di truccarsi, raccolse i libri, caricò in spalla la pesante borsa, salutò con un ciao privo della o finale e andò a lezione.

Ernesta spense il computer e andò a fare la doccia. Doveva prepararsi per il colloquio. Fece in fretta. I capelli non richiedevano cure particolari, trucco non ne usava, i vestiti erano così pochi che non aveva il problema del cosa mettere. Le scarpe erano le stesse da parecchio ma ancora in ottimo stato. Aprì il frigo un’ultima volta prima di uscire, infilò in bocca due cucchiaini di gelato ghiacciato e uscì.

In via Torino c’era la solita folla, arrivò in fretta a piedi alla fermata Duomo della metro rossa. Un paio di minuti di attesa e il treno richiuse le porte alle sue spalle. Non c’era posto per sedersi. Attaccata al sostegno in metallo, direzione Loreto, si ripeté le cose da dire al selezionatore. Non capiva mai bene se stessero esaminando le sue capacità professionali o se la stessero biasimando per come era vestita o se stessero studiando il suo taglio di capelli o quante rughe ci fossero intorno agli occhi o chissà cosa. A ogni fermata qualcuno l’aveva strattonata per scendere, nonostante cercasse nei limite del possibile di non intralciare il passaggio, aggrappata con due dita alla sbarra metallica unidiccia. Per fortuna a Loreto scese anche lei e fine dello strazio. Riemerse in superficie arrancando lungo le scale. Sbucò in piazza Argentina, imboccò via Stradivari, percorse un pezzo di viale Abruzzi e arrivò in via Paisiello. Fu soddisfatta di aver trovato l’agenzia al primo colpo, seguendo a memoria la piantina che si era studiata da google maps. La porta in ferro e vetro produsse uno sgradevole rumore stridulo quando la spinse e avrebbe voluto lasciarla aperta, per non dover risentire quell’urlo metallico Avanzò verso l’unica persona visibile in quel momento, atteggiando il viso in una specie di sorriso di circostanza. Attese un secondo, ma la persona al di là dell’alto banco non dava segno di averla vista o sentita. Provò a poggiare l’avambraccio sull’alto supporto, che un tempo doveva essere stato candido e che ora presentava graffi e ditate qua e là. Dato che nemmeno l’avanzata fisica parve funzionare e non potendo darle una padellata in faccia, si decise a parlare.

“Buongiorno, mi chiamo Ernesta Bernaba, ho appuntamento alle undici, sono un po’ in anticipo”.

La tipa in reception, con l’aria di averla davvero ricevuta la padellata in faccia, le porse un foglio.

“Compili la scheda e si accomodi, la dottoressa la chiamerà appena si libera”. Girò il mento verso le sedie in plastica, con quello che era un gesto per dire “vada là”, senza mai smettere di fissare il monitor. Il sorriso di Ernesta diventò disappunto, ma si girò e andò ad accomodarsi, come le era stato ordinato, bestemmiandole contro in silenzio. Si accomodi un cavolo, ma dimmi buongiorno almeno, cafona. Il resto sarebbe finito in qualche cartella. Cercò di accomodarsi in quella specie di seggiolone, anche se di comodo in quelle sedie non c’era nulla. Si agitò nel tentativo inutile di dare una sistemazione confortevole al corpo, arrendendosi all’impossibilità di riuscirci. Tirò fuori dalla borsa gli occhiali da lettura, con una gran voglia di sbattere quell’accidenti di scheda sul banco della receptionist e andarsene. Compili la scheda, si accomodi, si accomodi e compili la scheda, le devo chiedere di compilare la scheda, le variazioni erano minime, di certo c’era sempre una scheda da compilare. Non capiva a cosa servisse né dove finisse, dato che ogni volta, anche tornando nella stessa agenzia, doveva ricompilarla. Si sentiva come se entrasse in una stazione dei carabinieri per aver commesso il crimine di rimanere disoccupata. Prima o poi avrebbero inserito l’obbligo delle impronte digitali sul curriculum. Già pensava al rientro a casa, al pc, al momento in cui avrebbe potuto finalmente parlare con qualcuno, scrivendo invettive. Pensava, sbuffava, compilava. Tanto valeva mettere in reception cugino It e alla porta Lurch. Il pensiero le fece tornare il buonumore e, seppure contro voglia, infilò gli occhiali che detestava e ricominciò a riempire i campi della scheda, sbuffando, storcendo la bocca, alzando le sopracciglia e con la voglia di strappare il foglio a ogni dato che aggiungeva, nauseata dal dover ripetere le solite cose e indispettita dal doverlo fare. E via di nuovo a scrivere nome, cognome, data di nascita, domicilio, residenza, abilità, interessi, hobby. Alzò la testa nel sentire l’orrido stridio della porta. La tipa dietro il bancone riservò al nuovo arrivato lo stesso identico trattamento con la stessa immutata aria da padellata in faccia, consegna della scheda e richiesta di attendere. Il nuovo arrivato si avvicinò all’angolo dei seggioloni, scegliendone uno a caso. Lo sconosciuto, diligente, stava già riempiendo i campi, non sbuffava e non sembrava infastidito. Un servo, una formica operaia, un vile, lamentati un attimo, sbuffa un poco, un secondo di protesta, niente. Lo lasciò perdere, continuò anche lei la minuziosa opera di compilazione, alzando almeno altre dieci volte la testa, a ogni ingresso dei candidati. La tipa imperterrita sporgeva un foglio e faceva accomodare. Cigolii, colpi di tosse, sussurri, borse aperte e richiuse, rumori di zip e bottoni a pressione di giacche e giubbotti. Poco per volta nella stanza tornò il silenzio, la porta smise di aprirsi e, a parte cambiare posizione ogni tanto per sgranchire le ossa, nessuno si muoveva più.

Dopo che furono trascorsi almeno tre quarti d’ora rispetto all’orario fissato per il colloquio di gruppo, il rumore di una porta che si apriva e di passi su tacchi sottili, fece ben sperare. Ai lavoratori veniva richiesta massima puntualità, gli esaminatori invece erano otto volte su dieci in ritardo, dai venti minuti a circa un’ora.

Una figura con un rossetto talmente vistoso, che di notte avrebbe potuto essere usato come catarifrangente, avanzava verso di loro con andatura marziale. A Ernesta vennero in mente le bagnine in corsa di Bay Watch, con quei rallenty a effetto e per poco non le venne da ridere per quell’ingresso. Mancavano giusto il costume rosso e il salvagente.

“Da questa parte”.

Via col solito film. Undici sedie scivolarono sul pavimento di squallide mattonelle bianco-grigio-nere, raccolse da terra la borsa e si unì agli undici gladiatori. Che andasse bene o andasse male, per ciascuno dei candidati sarebbe stata una vittoria. Perché a ogni colloquio il lottatore apprendeva, l’esperienza aumentava e, dottoressa dopo dottoressa, il gladiatore imparava a dire proprio ciò che andava detto, mostrava proprio ciò che doveva essere mostrato, impersonando il perfetto lavoratore, proprio quello che quella specifica azienda stava cercando. Oggi tutti erano dei conoscitori provetti della clientela residenziale nel settore energetico, Ernesta ne era certa.

“Buongiorno a tutti e grazie di essere qui Mi chiamo Francesca Siracusa e mi occupo di ricerca e selezione delle risorse umane”.

La Siracusa, con le mani poggiate sul tavolo, era rimasta in piedi, e guardava uno dietro l’altro gli undici visi disposti intorno al grande tavolo rettangolare.

“L’azienda cliente per la quale stiamo facendo la selezione è un importante outsourcer e richiede operatori con esperienza in call center, preferibilmente energetico”.

“Come si chiama l’azienda?”

Un audace candidato, di certo a uno dei suoi primi colloqui, interruppe l’atmosfera sterile da camera operatoria, che la dottoressa era riuscita a creare con il solo stare in piedi, poggiata sulle mani, con quello chignon che faceva tanto signorina Rottermeier. Con lo stesso piglio della signorina tedesca, la Siracusa si tirò su di colpo, afferrando una penna. Fulminò il tipo, battendo un solo colpo secco sul tavolo con la punta della penna.

“Signor?”.

Il tono ebbe l’effetto di una martellata e arrostì la pelle del signor Cancetti, che sussurrò il proprio cognome scivolando in basso sulla sedia.

“Signor Cancetti, per il momento il nome dell’azienda non è determinante. Vi basti sapere che è un outsourcer di comprovata esperienza, presente con varie sedi in varie parti d’Italia e che la commessa è di un grosso operatore energetico”.

Niente nomi, niente informazioni, così non potevano cercare da internet commenti di altri lavoratori per sapere che ambiente fosse, quanto pagavano e se ci si poteva aspettare qualche proroga dopo il primo contratto.

Soddisfatta, picchiò nuovamente la penna sul tavolo.

“Cominceremo con un giro di tavolo”.

E-care

Via Ariberto, Milano.

I raggi di sole stavano tagliando via, a fette sottili, le ombre notturne dalle facciate di un vecchio stabile scrostato. Una colonna di formiche finiva poco a poco nel caldo fascio di luce. Marciavano in linea retta fino a un fiorellino, che spuntava fra le crepe del tetto, lo aggiravano, e riprendevano la marcia.

Due piani più in basso, sulla facciata rivolta a nord, l’ombra dominava la finestra, quella dietro cui Amalia dormiva, ancora aggrappata al sogno. Anche oggi il sole non sarebbe riuscito ad arrivare fino a lei, nel silenzio e nell’aria viziata di sonno.

Le pareti del monolocale, bianche un tempo, chissà quale tempo, erano ormai giallognole, e facevano da sfondo a un divano letto sempre aperto. Mezzo metro più in là, un tavolino, regno del tarlo che lo rosicchiava con metodica pazienza. Prima o poi la piccola piastra elettrica non avrebbe più avuto un appoggio stabile. Accanto al tavolino, un pensile sbilenco con l’anta malferma e dalla cerniera cigolante, pronta a precipitare sul pavimento alla prima occasione utile. Sotto, un mobiletto per le stoviglie. A destra, un lavandino scheggiato, per lavare i pochi piatti. Evitava di cucinare, la piastra elettrica consumava da paura, come diceva lei, e quindi piatti pronti in offerta al supermercato, insalate, tanta frutta e la pizza margherita a tre euro dell’egiziano all’angolo. Con la voglia permanente di uova al tegamino, pasta al sugo, patate al forno, ricordi lontani dell’era del gas.

Un minuscolo armadio Ikea a due ante completava lo spazio vitale, e stava giusto giusto fra lavandino e porta di accesso al bagno. Un abbondante metro quadrato, water, lavabo angolare e piatto doccia costituito dall’intero pavimento del bagno, con il foro di scolo dell’acqua al centro del metro quadro. Il vantaggio era che i sanitari non doveva pulirli, si lavavano insieme a lei a ogni doccia. Una finestrella rettangolare di circa venti centimetri per trenta, garantiva un minimo di aerazione per salvarsi dalla muffa.

“La preghiamo di attendere in linea per non perdere la priorità acquisita”.

Cercava di girarci intorno, come le formiche intorno al fiore, ma non era altrettanto brava, si svegliava e sbatteva contro qualcosa. Un foglietto separato dagli altri foglietti, nello stesso quaderno in cui stavano tutti. Aveva sempre la strana sensazione di rimanere appiccicata a qualche altro foglio, la sua storia invischiata in quella di qualcun altro.

Es la musica infinida, esto es barraca destroy.

La musica della radio andava avanti già da un po’, quando si decise a muoversi. Nella memoria annebbiata si confondevano i ricordi del precedente alloggio, dell’altra città, dell’altro lavoro. Ancora doveva abituarsi all’idea di essere a Milano.

Staccò l’allarme che suonava alle sei o alle sei e mezza, in accordo con l’orario del turno di lavoro. Come sempre lasciò la radio accesa. Nuovo giorno solita solfa, ma almeno nuova canzone. Quello di oggi era un motivo del 1993. Se lo ricordava bene quell’anno, perché fu l’anno in cui Amalia Righetti decise di diventare una scrittrice. Quell’anno si era ricordata di Jo March, la Jo di quel vecchio telefilm che amava. Si era scelta anche il nome d’arte: Sue Day, come l’attrice che impersonava Jo. In realtà l’attrice era Susan Day e le pareva di somigliarle. Aveva gli stessi capelli castani, lisci e lunghi, il viso regolare da brava ragazza, il sorriso pieno di promesse e buoni propositi. Solo gli occhi erano del tutto diversi, quelli di Amalia erano castani, con sopracciglia sottili allineate, quelle di Susan più spesse, con quella dell’occhio destro che saliva verso l’alto, in un cenno di stupore permanente. L’attrice le era piaciuta così tanto, in quel telefilm, che aveva deciso di darsi alla stessa professione. Aveva dodici anni all’epoca. Due anni prima, quando ne aveva dieci, avrebbe voluto fare la missionaria in Africa, a quattordici pensò fosse una buona idea diventare vigile del fuoco o poliziotta, per aiutare la gente, a sedici si ritrovò a fare l’operaia, a venti pensò che forse stava sbagliando tutto. E poi, nel 1993, mentre ascoltava alla radio Barraca Destroy, vide per caso in televisione Susan Day. Non era più Jo March, interpretava Grace Van Owen e faceva l’avvocato, ma l’aveva riconosciuta subito. Aveva spento la radio, alzando il volume della tv che teneva sempre accesa, che la guardasse o meno. Si era messa a guardare Avvocati a Los Angeles, con le mani ancora bagnate e le foglie di insalata che gocciolavano acqua sul pavimento, il sugo sul fornello che cominciava ad attaccarsi al fondo del pentolino. Dimenticò anche di chiudere il rubinetto dell’acqua sotto cui stava pulendo la lattuga. Le si sarebbe potuto allagare l’alloggio che non se ne sarebbe accorta. Mentre guardava l’attrice muoversi nello studio legale televisivo, concluse di dover fare come Jo, quella piccola donna che si era messa a scrivere e che se ne era andata a vivere a New York. Ancora le restava la convinzione che lei e Jo si sarebbero alla fine incontrate, lo avvertiva con certezza, mentre in sottofondo già le pareva di sentire la prima chiamata del primo cliente della solita giornata di sim, ricariche, accrediti mancati e contestazioni.

“La preghiamo di attendere in linea per non perdere la priorità acquisita”.

Spostò del tutto il piumone scalciandolo via, si liberò della maglia di cotone extra large e si precipitò in bagno. Il monolocale misurava quattro metri e mezzo per quattro, costava 520 euro al mese più 30 di spese condominiali. Una cinquantina di euro al mese per luce e acqua, altrettanti per l’abbonamento ai mezzi pubblici, un centinaio per la spesa. Circa 750 in totale da sottrarre dallo stipendio di un migliaio scarso di euro al mese. Gliene restavano più o meno 250, da cui detrarre oneri accessori non fissi ma puntuali come la tassa rifiuti. Avanzava poco e niente, Amalia però non protestava, pensando ci fosse chi stava peggio.

Es il nido di Valencia, esto es barraca destroy.

Quella musica le faceva l’effetto di un bagno all’alba in un mare spumeggiante, di un tuffo da un trampolino di undici metri, di un salto in skateboard. Quella canzone la faceva volare a New York, le dava la sensazione di essere a Madrid, a Parigi, ovunque fuorché in un vecchio monolocale a Milano. Ascoltandola poteva ballare davanti a un pubblico di milioni di persone, cantare happy birthday al Presidente in persona e poteva anche camminare su un filo sospeso nel vuoto a trenta metri di altezza, poteva risolvere il problema della fame nel mondo e far venire fuori il meglio da ogni cosa. Era convinta che ogni persona avesse la propria canzone magica, quella che faceva diventare funamboli, filantropi, artisti, esseri stupendi e tanto tanto buonini, come lupo de lupis.

L’acqua calda e il vapore non le tolsero di dosso i brividi di un maggio ancora fresco alle sei di mattina, ma era comunque piacevole sentirla scorrere sulla pelle, e l’odore di sandalo del bagnoschiuma rendeva piacevole almeno in parte l’essersi dovuta alzare così presto.

“La preghiamo di attendere in linea per non perdere la priorità acquisita”.

Lavarsi, vestirsi, rifare il letto, aprire tenda e finestra per cambiare l’aria, intanto che l’ossigeno entrava a sostituire l’anidride carbonica, procedere con meditazione veloce, quindi chiudere finestra, dieci minuti a piedi fino a porta Genova, metro verde fino a Cadorna, folla di studenti e lavoratori, cambio con metro rossa fino a Bisceglie, bus interurbano 322, folla di gente, scendere una fermata prima per cappuccino e brioche. Uffa. E alla fine, pezzo a piedi fino a via Raffaello Sanzio, cervello accartocciato, cuffia, ventesimo giorno di lavoro.

Non le piaceva granché quel lavoro, ma intanto le dava i soldi per restare a Milano. Continuava a ripetersi all’infinito la canzone che la svegliava, lasciando in sottofondo il tormento delle lamentele quotidiane.

Ogni giorno, sempre tutto uguale.

Oggi però era un po’ diverso perché Barraca Destroy era stata la sua canzone, quella che l’avrebbe dovuta rendere artista e tanto tanto buonina. Non le usciva più dalla testa, come nel ’93. All’epoca le prime volte la confondeva con i Datura di Eternity e con gli U.S.U.R.A. di Open Your Mind.

Poi arrivò la prima chiamata e con infinita fatica lasciò il vecchio nastro. Solo che anche ora le pareva di ascoltare la stessa cassetta, avvolta e riavvolta ogni giorno, con su incise le stesse parole, le stesse lagne, le stesse richieste impossibili da evadere e le pareva di fare la stessa confusione fra voci diverse che dicevano le stesse cose. E questo di nastro non finiva mai, imperterrito per otto ore al giorno. Se solo avesse trovato il tasto stop.

Barraca barraca Destroy.

****

Via Boccaccio, Sesto San Giovanni.

I raggi di sole si erano arrampicati fino al balcone all’ultimo piano. Nell’angolo, tra le piastrelle di cotto, alcune formiche sparpagliate erano a caccia di briciole, ma l’aspirapolvere aveva ripulito tutto.

L’alloggio di due camere e cucina, con ampio bagno appena ristrutturato, dava riparo a lei, a suo marito e al loro bambino. Dalle avvolgibili filtrava la luce del sole e Mimma staccò l’allarme prima ancora che la sveglia suonasse; aveva già aperto gli occhi da qualche minuto. Si girò verso Aldo e gli diede un bacio. Lui mugugnò qualcosa, girandosi per dormire ancora qualche ora. Aveva finito il turno all’una di notte.

Gli accarezzò i capelli con la mano ossuta e scivolò piano fuori dal letto. Gli avrebbe parlato più tardi dell’esito della visita di Andrea e della comunicazione della banca. Si liberò della sottoveste, tolse gli slip, chiuse le ante scorrevoli e si lasciò investire dal getto di acqua calda.

Asciugarsi, cercare qualcosa da indossare senza accendere la luce,, fare piano per lasciar dormire Aldo, svegliare Andrea, vestirlo, preparargli colazione, uscire di casa, frecce di emergenza, auto in doppia fila, giusto un attimo, lasciare Andrea dalla nonna, spostarsi da Milano nord a Milano sud, cercare parcheggio, camminare fino in E-care, via Raffaello Sanzio, Cesano Boscone.

Per fortuna aveva un lavoro. Anche oggi era riuscita a fare tutto in tempo. Diede un’occhiata in giro nel grande salone. Posò la borsa nera finto Versace e la piccola borsa frigo sulla scrivania, piegandosi intanto ad accendere il computer. Srotolò il filo della cuffia che qualcuno aveva completamente intrecciato. Lo trovava spesso così, perché le position non erano personali, chi prima arrivava prima si sedeva e utilizzava la dotazione presente: un computer, una sedia, una cuffia. Lei in E-care ci lavorava sin dall’inizio, sin da quando di commessa ne avevano solo una, la storica Vodafone, e di operatori non più di venti. Adesso erano quasi 500, distribuiti in una struttura di quattro piani, uno dei quali seminterrato. Andò alla macchinetta per un rapido caffè. Incrociò alcuni colleghi che entravano in sala break, per sistemare nel frigo comune il proprio pranzo o lo spuntino di metà mattina. Dall’elettrodomestico arrivò un odore sgradevole.

“Ma chi è che si porta dietro i cavolfiori?”.

La signora che aveva aperto per lasciare il proprio pranzo salutò Mimma, richiuse e se ne andò.

L’area break non aveva porte e le pareti non arrivavano neppure fino al soffitto, rendendola così parte integrante della sala operativa. Era delimitata da tre separé, più che da tre pareti, due delle quali erano attrezzate con piani d’appoggio per consumare i pasti. Non c’erano sedie ma quattro sgabelli alti, per chi arrivava in tempo. Gli altri poteva restare in piedi, meno comfort, meno gente in pausa, più lavoro, più profitto. Tutto cronometrato, inizio turno, fine turno, tempo in bagno, tempo in pausa. Completava la dotazione un microonde, responsabilità di diffondere nel salone, fra gli operatori al lavoro, l’odore del cibo riscaldato dai colleghi in pausa pranzo. Veniva da chiedersi come mai il progettista della fantastica saletta non avesse optato per un forno a gas. Forse per evitare suicidi che avrebbero bloccato l’operatività e abbassato i margini di produttività, costringendo il team leader a elaborare complessi tabulati giustificativi per il committente Vodafone. Mimma rise ricordando la battuta di Amalia, il primo giorno che era arrivata lì da loro in E-care. Lasciò cadere il bicchiere con il fondo melmoso di presunto caffè, facendo attenzione a usare il cestino per la plastica, e cominciò a prepararsi mentalmente per la riunione di mezzogiorno.

*****

Via degli Ulivi, Cesano Boscone.

I raggi di sole si erano più che arrampicati sul tetto, entravano ormai dalla finestra, scavalcavano il davanzale e riuscivano a raggiungere gli occhi chiusi di Cristian.

Una formica solitaria correva impazzita dal bordo superiore a quello inferiore del marmo, come se avesse smarrito la strada di casa.

“Gesù Cristo!”.

Scaraventò via le coperte, giù le gambe in un lampo, via i boxer, di corsa in doccia, sciacquare via rapido la schiuma dai riccioli neri e dal torace a tartaruga, vestirsi veloce, jeans e polacchini neri, blusa bianca in cotone, anello al mignolo destro, collana, crocifisso per ciondolo. Doveva smetterla di staccare l’allarme, dicendosi che tanto cinque minuti in più che male potevano fare. Ora gli toccava correre, tutto in affanno e non aveva tempo di sbarbarsi. E meno male che oggi il cielo era azzurro. Fosse stato nuvoloso, il sole non lo avrebbe tirato giù dal letto e buona notte al secchio fino a pomeriggio inoltrato. Sedici minuti netti, pronto per uscire. Da via degli Ulivi a via Raffaello Sanzio impiegava appena cinque minuti, ma proprio perché abitava così vicino avrebbe dovuto essere sempre puntuale, invece era spesso in ritardo. Saltò in macchina in stile stuntman e partì alla velocità di un rallysta. La sigaretta l’avrebbe accesa appena ingranata la marcia successiva.

*****

Milano, via Imbonati.

Il sole non riusciva a entrare nella stanza di Daniela, del tutto oscurata dalle tapparelle abbassate. Una vespa insisteva a voler oltrepassare quella barriera in pvc arancione, contro cui aveva sbattuto un paio di volte, e alla fine si era arresa volando via.

Non solo in camera, anche in cucina, in bagno e in soggiorno, regnava sovrana l’assenza di luce.

Daniela aveva il terrore dei ladri, così aveva detto a Riccardo la prima volta che lo aveva invitato a casa. Lui aveva insistito di aprire almeno un poco, tanto c’era lui, che problema c’era? Ma lei non ci pensava proprio. Lei si addormentava al buio e si svegliava nelle tenebre. Punto.

La sveglia era priva di display luminoso, l’aveva scelta apposta, né aveva quelle odiose lancette fosforescenti. Nulla del genere. Quando le serviva, se mai le serviva, di dover controllare l’ora, cercava a tentoni, spesso a colpo sicuro, il tasto per illuminare i numeri.

Staccò l’allarme e si mise a sedere sul letto, i piedi poggiati sul tappeto di lana scura. Restava alcuni secondi immobile, come in contemplazione di qualche misterioso dio dell’oscurità da ringraziare per averla ancora salvata dai ladri. Poi si avviava, aiutandosi con le mani per riconoscere gli oggetti lungo la via fino alla tapparella.

Lavare i capelli, stopposi per le continue tinture e permanenti, era il suo primo impegno mattutino, il secondo far pipì, il terzo accendere i diffusori elettrici di profumo in bagno e in cucina, il quarto cominciare a tirar giù la scaletta mentale delle cose da fare al lavoro. Quei dannati operatori lavativi le davano filo da torcere, ma lei non si sarebbe fatta torcere proprio da nessuno.

A ogni passaggio della piastra sulle ciocche, aggiungeva un elemento alla lista. Report delle chiamate evase. Piastra. Grafico del rendimento della front line. Piastra. Tabella delle chiamate evase. Piastra. Elenco delle chiamate perse. Piastra. Maledizione, al solito il ciuffo sulla fronte restava riccio, piastra piastra piastra, lisciati bastardo. Lo avrebbe arrostito finché non avesse ubbidito. La ciocca diventò liscia, un vago sentore di bruciato si sparse nel bagno. La doccia la faceva la sera, prima di andare a dormire, apriva la finestra due minuti per lasciar uscire il vapore e poi richiudeva tutto. Fece il bidet, lavò viso e denti e passò al trucco, oggi da curare molto. Arrivavano i pezzi grossi in riunione, poteva uscirne qualche occasione per lei. Sperava solo che il pezzo più influente fosse un maschio. Il mascara era a posto, ombretto e rossetto perfetti. Aggiunse gli orecchini, il girocollo di perle e le decolleté tacco dodici. Voleva diventare capo reparto, si era stufata del gruppo 4 e si era stufata di Riccardo. Insinuò la mano atttraversò lo spacco altissimo della gonna, aggiustò la banda di silicone dell’autoreggente e uscì dalla camera. Tirò di nuovo giù la tapparella, spense i diffusori, aveva paura di un possibile corto circuito, meglio essere prudenti. Indossò il trench nero in finta pelle con bottoni simil argento, spense la luce e uscì per andare in E-care, lasciando la casa nel buio più totale.

******

Via Fiume, Vimodrone.

Il camion mattutino per la raccolta rifiuti emerse dalla curva, cigolando, mischiando la puzza di spazzatura all’odore dell’erba tagliata il giorno prima. Nel giardino condominiale, nell’angolo a est confinante con la strada, una colonia di formiche scavava nel terreno, ammonticchiando una piccola montagnola che sarebbe stata l’accesso alla loro casa.

Molti piani più su, nel grande attico, la signora Panizzi si muoveva svelta, la colazione doveva essere pronta entro le sette. Riccardo doveva mangiare e poi andare di corsa alla fermata della metro verde. Il suo bambino, quel suo bambino ribelle, pareva aver messo la testa a posto, santa pace divina. La tovaglietta, coltello cucchiaio e arricciaburro, un piatto per le uova, la ciotola per i cereali, zucchero, bricco del caffè, latte, Kellogg’s e solo quelli che gli altri non gli piacevano, biscotti, marmellata, burro e fette biscottate. La signora Panizzi, soddisfatta dall’ispezione, si asciugò le mani e andò rapida in camera a svegliare il suo tesoro. Presto lo avrebbero promosso capo reparto, se lo sentiva, aveva tutte le qualità il suo Riccardo. Grinta, audacia e l’aiuto della Daniela, che non guastava. Che cara quella ragazza.

Peccato solo si fosse intestardito a non voler continuare gli studi, quel suo figlio ribelle. Finito il liceo, non c’era stato verso di farlo iscrivere a ingegneria. Era il suo sogno avere un figlio ingegnere. La Solbrizzi, lì al piano di sotto, faceva tanto la smorfiosa solo perché la figlia era all’ultimo anno di chirurgia. Ma vuoi mettere un ingegnere? Glielo diceva sempre lei alla Solbrizzi, vuoi mettere un ingegnere? D’altra parte suo marito, il dottore commercialista Panizzi, non l’aveva aiutata per niente a convincerlo. Ma pazienza. Pazienza ci vuole nella vita, tanta pazienza, lo sapeva bene lei. La signora Panizzi, di tutte le virtù, amava in particolar modo la pazienza. Per questo le era piaciuta la Daniela. Com’era paziente quella ragazza col suo Riccardo. Doveva solo curare un po’ più l’abbigliamento, troppo da discoteca avrebbe detto la Solbrizzi.

Abbassò piano piano la maniglia, avanzò come se non volesse svegliarlo, posò con dolcezza la mano sui capelli ricci neri scompigliati e, felice di sapere che tutto era perfetto, sussurrò al suo bambino.

“Cuore mio, sveglia tesoro, è giorno di nuovo”.

****

In via Raffaello Sanzio, a Cesano Boscone, il sole splendeva sulla struttura grigia dalle strane finestre, a metà fra gli oblò delle lavatrici industriali e le finestrelle delle latrine. Il call center si trovava in un ideale vasto triangolo fra due parchi e la fermata metro Bisceglie, nella zona industriale di Corsico. File e gruppi di formiche erano rintracciabili tutto intorno al perimetro dell’edificio, fra il marciapiede e l’asfalto, fra i fili d’erba dell’appezzamento di terreno retrostante, lungo le pareti, intorno ai cestini dei rifiuti.

E-care era posta di sbieco rispetto all’asfalto della strada, fra palazzi, una parte di campagna, qualche albero, e vari capannoni. In linea con uno dei lati, svettava un traliccio dell’alta tensione. Quel lato, e solo quello, presentava una parete a zig zag. Gli uccelli, appollaiati qua e là sui rami degli alberi, spandevano il loro allegro chiacchiericcio. Volavano da una pianta all’altra, spostandosi verso Parco dei Fontanili, o verso Parco Travaglia, posti uno di fronte all’altro in linea d’aria, l’uno accanto a E-care, l’altro accanto a Comdata. Un odore di pneumatici bruciacchiati si mescolava a quello di caffè tostato, forse entrambi reali o forse risultato di tutt’altri miscugli chimici. Per entrare in E-care si doveva superare una sbarra, che si sollevava se si era qualcuno arrivando in auto. Oppure si doveva varcare il piccolo passaggio pedonale, se non si era nessuno e si arrivava a piedi. Quell’idea di essere qualcuno solo varcando la sbarra in auto, stazionava stabile nei cervelli di team leader, aspiranti team leader, ex team leader, neo team leader, responsabili di commessa, capi area, referenti Vodafone in sede, e addetto al gabbiotto di accesso. Umberto alzava e abbassava la sbarra per accedere al parcheggio interno, con la stessa maestosa solennità con cui avrebbe lasciato accedere Pertini, Cossiga o Napolitano. Riteneva il proprio ruolo fondamentale nello stabilire le gerarchie interne di E-care. Dei pedoni non gli importava, erano in carico alla reception interna. Che però non si trovava all’ingresso. Lì c’era un piccolo atrio seguito da un lungo corridoio con uffici aziendali di amministrazione o gestione risorse umane, a sinistra gli ascensori, ma zero spazio per ospitare la reception. L’avevano piazzata al piano interrato, al di là di due eleganti porte scorrevoli, il banco non sempre presidiato. Ad aiutare lo spaesato ospite, intervenivano quasi sempre gli operatori, impegnati sulla commessa Sorgenia, che lavoravano proprio nel semi interrato. Erano ormai abituati, nell’uscire in pausa, a dare un’occhiata in giro. Non era solo buona educazione, spesso entravano delle gnocche pazzesche e il quarto d’ora di pausa diventava molto più interessante del solo sorseggiare caffè.

In fondo al corridoio, superata la reception, c’era l’aula di formazione, occupata a ciclo continuo da nuovi aspiranti operatori. Avrebbero sostituito quelli che venivano lasciati a casa per scelta di E-care, o che se ne andavano da quel posto il prima possibile, di propria iniziativa.

Al primo piano salivano gli operatori della commessa Vodafone, al secondo piano finiva chi gestiva la commessa del Sole 24 Ore. I corridoi di ciascun piano portavano sul retro, all’area fumatori, dal lato della parete a zig zag.

Tra le sette e mezzo e le sette e tre quarti, al più tardi, gli operatori e i responsabili del primo turno varcavano l’ingresso principale, provenienti da Cesano Boscone da Milano, da un paese dell’hinterland o da molto più lontano, in auto, a piedi, o con i mezzi pubblici. Cristian era l’unico nel gruppo 4 che poteva alzarsi anche alle sette e tre quarti.

“Alla buon’ora Cristian. Con oggi sono dieci volte che arrivi in ritardo in tre mesi. Ti hanno cambiato contratto o sei ancora un dipendente come tutti gli altri?”.

“Scusa è che sto preparando l’esame, sono andato a dormire tardi”.

Non preparava un esame da mesi, ma a qualcosa serviva quell’iscrizione universitaria a scienze politiche fuori corso. Da otto anni.

Lei agitò il polso in un tintinnio prolungato e accavallò di nuovo le gambe.

“Sì come no, veloce dai che ci stanno uccidendo di chiamate”.

Lui corse in position, sedette, accese il pc, infilò la cuffia, pronto in soli 58 secondi per iniziare le sue sei ore.

“Buongiorno sono Cristian, benvenuto in Vodafone, come posso esserle utile?”.

Intanto aprì CCM e OCA, girò pagina al notes, tolse il cappuccio alla penna, silenziò la suoneria del cellulare e si accertò che Amalia fosse arrivata.

“Buongiorno a lei Cristian, però ragazzo mio con cosa le fate le offerte con i piedi? Non si capisce niente di tutti questi importi, cosa sono?”

“Può fornirmi il numero di cellulare?”.

“Ragazzi veloci siamo pieni di code”.

Sullo schermo la solita clessidra che girava su se stessa, la scritta waiting imperturbabile se ne infischiava di Daniela e delle code. Cristian pure, come la scritta, se ne infischiava di Daniela, che invece strillava e faceva dondolare una quantità imprecisata di braccialetti. Voci confuse, squilli continui, porte che sbattevano, scricchiolii di sedie, team leader che urlavano ordini, che nessuno riusciva a sentire, perché ognuno aveva in linea il cliente, che spesso stava a sua volta urlando.

Entro le undici il salone si riempiva. La porta di accesso, antincendio e a norma, si apriva su uno stanzone unico a forma di poligono irregolare, una specie di trapezio sbilenco, la cui base era la parete di fondo a zig zag. In linea con la porta di accesso, tre lunghe file di scrivanie, sistemate una accanto all’altra e una di fronte all’altra, separate solo da un sottile pannello. Fonoassorbente, secondo E-care. Le sedie, ergonomiche secondo l’azienda, avrebbero dovuto avere schienale e altezza regolabili, però molte avevano manopole non funzionanti e davano il comfort della poltrona del dentista. Alcune avevano i braccioli, altre no. Gli operatori si scambiavano sedie come figurine, per riuscire a trovare un’altezza quanto meno accettabile rispetto alla scrivania.

Nello stanzone trovavano posto circa duecentocinquanta persone, tutte vocianti più o meno all’unisono, in una cacofonia da ultras allo stadio, con le stesse esalazioni di varia umanità.

“Ragazzi quindici code, per la miseria, veloci”.

Quindici code erano quindici clienti, in attesa che un operatore gestisse la loro telefonata, quindici code significava quindici clienti scontenti, in attesa con una musica inascoltabile e una voce che ripeteva all’infinito di non riagganciare per non perdere la priorità acquisita, quindici code significava che doveva alzarsi. I tacchi di oltre dodici centimetri marcavano il territorio, nonostante la moquette attutisse il rumore, e i bracciali tintinnavano a ogni movimento. I grossi anelli della mano sinistra batterono pesantemente sulla scrivania. Per legge l’azienda non avrebbe potuto né dovuto monitorare a distanza i lavoratori. Daniela però sapeva da quanto tempo Amalia stava gestendo lo stesso cliente.

“Allora, qual è il grande problema che ti tiene in linea da quindici minuti?”.

Amalia fece scivolare indietro la sedia, per liberarsi dalla mano che le era calata sulla spalla e da quel profumo che le ricordava un limone andato a male. Senza contare l’alito. Indicò lo schermo, sul quale faceva bella mostra un lungo elenco di segnalazioni del cliente che aveva in cuffia.

Intanto che cercava di calmare il cliente, la mano tintinnante calò di nuovo sulla spalla.

“Signorina guardi che se mi mette in attesa io la denuncio”.

Amalia cliccò sull’icona Mute, decidendo di dare priorità a Daniela.

“Non molla finché non gli storno in linea le spese di voltura”.

“Digli che provvederemo e chiudi”.

“Gli hanno detto che provvederemo sei mesi fa, tre mesi fa, un mese fa, una settimana fa e ieri. Oggi non ne vuole sapere di frasi come provvederemo”.

Quella viperetta si era permessa di risponderle.

“Sei tu l’operatore, sbrigatela. Entro cinque minuti non entro diciotto”.

Si erse sui mini piedistalli di dodici centimetri e tornò al proprio trono, che era il modo in cui viveva la sedia davanti alla propria scrivania.

Amalia dieci minuti dopo era ancora in linea con lo stesso cliente, con Mimma alla sua sinistra che ogni tanto alzava bigliettini con disegni di facce sorridenti. A lei Amalia stava simpatica e poi le veniva la fossetta quando rideva. E’ vero, non era veloce, ma lo vedeva che ci teneva ad aiutare i clienti. Aveva i capelli spettinati a furia di spostare la cuffia per riuscire a sentire in quel frastuono, rossa in viso per la frustrazione.

Cristian, la cui scrivania era proprio di fronte alla sua, si alzò per un breve passo di break dance quando la vide passare, le lanciò un bacio volante e venne spinto di nuovo sulla sedia dall’occhiata di Daniela. Lui non era a rischio rinnovo, perché gestiva le chiamate nei tre minuti previsti, cinque al massimo, il suo contratto sarebbe stato rinnovato.

Amalia arrivò alla scrivania di Carmen, che si occupava di back office. Vale a dire stilare files su files con elenchi interminabili di anomalie. Avrebbero dovuto essere operatori senior, con vasta esperienza. In realtà bastava entrare nelle grazie del team leader giusto. Potevano alzarsi quando volevano, erano benvoluti dal team leader di turno e avevano l’alone della santità. Carmen non guardò neanche il nome del cliente e a malapena ascoltò la richiesta di aiuto.

“E’ tutto bloccato da mesi, se Vodafone non mette a posto il sistema non riusciamo a inserire gli importi. Va tutto in crash ogni volta che diamo invio. Daniela lo sa”.

“Noi operatori no, però, e siamo noi che rispondiamo ai clienti”.

La risposta le arrivò un secondo dopo il tintinnio percepito alle spalle, Daniela l’aveva seguita.

“Le informazioni le carichiamo in rete, vai a leggerle”.

E quando, fra una coda e l’altra? Poi che significava in rete? Dove? Per fortuna non ebbe tempo di formulare il pensiero ad alta voce, si allontanò senza risponderle.

“La ringrazio per l’attesa. Purtroppo non riesco a farle stornare subito l’importo”.

Avrebbe potuto dirgli che era tutto a posto, ma odiava mentire ai clienti.

Barraca, barraca destroy.

Sistemò la cuffia, che le strappò qualche capello e un’imprecazione.

“Ho appena passato la pratica alla mia collega. L’anomalia tecnica che ha impedito l’accredito è in corso di risoluzione. La restituzione dei 24 euro avverrà entro il primo ciclo contabile utile, direttamente sulla sua sim”.

“Ma mi sta prendendo in giro?”.

Quella pazza di Daniela continuava a guardarla storto, convinta che quel dannato CSI fosse questione di vita o di morte, questo pazzo in cuffia continuava a martoriarla con i suoi 24 euro come se fosse questione di vita o di morte.

One Call Solution era l’imperativo categorico di Vodafone, risolvere tutto in una chiamata evitando recall. Il cliente che richiamava era peggio della gogna. Su un tabulato il tasso di recall indicava l’incapacità degli operatori di essere esaurienti, di comunicare fiducia al cliente, di risolvergli ogni problema, entro tre minuti. Le sigle rimbalzavano senza senso, CCM Customer Care Management amministrazione e cura del cliente, No Recall evitare le richiamate, One Call Solution risolvere tutto in un’unica chiamata, CSI Customer Satisfaction Index indice di soddisfazione del cliente. E-care aveva scippato la commessa due anni prima a un altro call center, e Vodafone passava le chiamate del proprio numero 191 al miglior offerente. Per nessun motivo si poteva dire al committente di mettere a posto le anomalie di sistema, lingua sulle scarpe, se altre parti anatomiche erano coperte, e mille ringraziamenti, o la commessa e le chiamate sarebbero andate a un altro call center.

“Buongiorno sono Amalia, benvenuto in Vodafone, come posso esserle utile?”.

Mimma si stava sbracciando per dirle di non prendere altre chiamate, era mezzogiorno, le sillabò in silenzio A s s e m b l e a. Amalia alzò gli occhi al cielo battendosi una mano sulla fronte, fece cenno a Mimma di aspettarla. La cliente in linea le aveva chiesto qualcosa.

“Ci scusiamo ma al momento i sistemi sono bloccati. Le chiedo la cortesia di ricontattarci fra una decina di minuti”.

Reportizzò la chiamata mentre la cliente insultava Vodafone e i suoi operatori che non avevano voglia di lavorare. La signora non sapeva che non era dipendente né di Vodafone né di E-care. Amalia aveva in corso il primo contratto, di un mese, con la Randstad.

Ctrl Alt Canc, bloccò il pc, il timer partì col calcolo del tempo di assenza, prese la chiavetta per il caffè e rincorse Mimma che si era appena avviata.

“Neanche un cd di Enya tranquillizza la Daniela oggi”.

Cristian si era aggregato, sfoggiando una cultura musicale new age inventata sul momento. Gli era capitato Orinoco Flow giusto quella mattina in macchina e non lo avrebbe di certo riconosciuto se non fosse stato annunciato dal dj in radio. Aveva chiuso l’ultima chiamata alle undici e cinquantotto precise, tenendo d’occhio la scrivania di Amalia e alzandosi appena lei si era alzata. Dato che le due colleghe non avevano dato seguito al suo commento musicale, ci riprovò, rivolgendosi a Mimma.

“Come è andata con quelli dell’azienda?” .

Lei era rappresentante sindacale da quando era in E-care. Dopo la prima elezione, era poi sempre stata riconfermata. Il giorno prima aveva preso parte all’incontro con i rappresentanti aziendali.

“Non bene, non mi pare ci siano molti spiragli”.

“Ma tu cosa hai detto?”.

Mimma non gli rispose e schiacciò il pulsante per prenotare uno dei due ascensori.

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