Un uomo solo — Christopher Isherwood

Che bello.
E’ ciò che ho detto alla fine della lettura.
Lo sconosciuto che ho visto alzarsi dal water per andare a rispondere al telefono, meno sconosciuto molte pagine dopo quando l’ho visto parlare con Charlotte, ormai conosciuto quando si è messo a dormire dopo l’incontro con Ken, cos’è se non bello?
Il modo in cui Isherwood narrava mi faceva vedere le cose come se me le mostrasse da lontano, mentre la vicinanza che sentivo con George non faceva che aumentare.
Fino alla fine è rimasto quel senso di lontananza, ma è perfetto per dare spessore alla solitudine di un uomo, compagno e professore, che si muove nelle scene come se si osservasse allo stesso modo in cui viene mostrato al lettore.
Alla fine mi è parso di aver ascoltato direttamente George, nonostante la narrazione non fosse in prima persona. Era lui a parlare di Jim, della loro relazione e della sua morte, lui a parlare dell’aula e dei pensieri degli studenti, lui a parlare al sé ubriaco dopo la nuotata con Kenny.
L’unica parte che ho trovato un po’ staccata dal resto è quella della serata di George e Charlotte. Non perché non funzionasse ma perché mi è parsa meno fluida e meno ben inserita rispetto a tutti gli altri avvenimenti. Ma possibile che io non abbia capito qualcosa.
Di certo ho capito di aver letto un grande autore, e d’altra parte dato che il suo nome veniva citato da Grazia Cherchi nel suo “Scompartimento per lettori e taciturni”, normale che sia garanzia di qualità.
Io però preferisco valutare di persona, e più leggo gli autori citati dalla Cherchi, più mi convinco delle mie affinità rispetto alle sue valutazioni.
Isherwood è sicuramente un autore che ho amato.
