Giro la chiave della mia stanza da letto, gesto poco sensato visto che abito sola. Fa parte dell’antico rito che celebro da alcuni anni ormai. Già godo, perché significa che tra poco mi sdraierò sul piumone soffice e tirerò fuori dalla scatola coi fiori che tengo sotto al letto il pezzo di vetro affilato di quello specchio che ho rotto quando mi hai abbandonata. Lo prendo in mano, vedo i miei occhi brillarci dentro, un’immagine rara. Accarezzo il bordo irregolare, non mi ferisce se uso dolcezza. Accendo lo stereo: the killer in me is the killer in you.
Mi sfilo i jeans con fatica, mi stringono la carne, finalmente sento l’aria sulla pelle arrossata. Mi accarezzo le gambe, secche, i peli corti mi solleticano i polpastrelli. 
Prendo il cuscino e lo metto dietro la schiena, appoggio la testa al muro, freddo. Rilassandomi sento il sangue dal cuore diramarsi in vene e vasi e portare la vita in ogni centimetro del mio corpo.
Appoggio il coccio sulla pancia sotto la maglietta. Si scalda succhiando il mio calore. É pronto adesso. Lo impugno come una penna, per usarlo con perizia, per un lavoro di precisione.
Lo avvicino alla coscia sinistra con calma. And what i choose is my choice. Scelgo di indugiare ancora un po’, all’altezza del femore. Poi incido lentamente, ma con decisione. É il momento che preferisco, quando basta un po’ di pressione in più per passare da un graffio a un solco da cui scorre vita, la mia, da dentro a fuori. 
Non ricordo quando ho iniziato. Nella noia, nella mancanza di uno sguardo, quando anche tu hai smesso non solo di abbracciarmi, ma di riconoscermi. Lì mi sono arresa alla triste caducità di questa realtà umana. Alla mancanza di punti fermi, di ancore, perché nemmeno tu eri onnipotente, ma anzi così fragile. E allora tanto vale violarsi, dimostrare al mondo che per quanto dolore possa provare e tacere, non vi accorgerete mai di me.
Poggio la mia mano sul fianco della gamba in attesa del sangue tiepido che lentamente la raggiungerà. Si accumula lì, tra l’indice e il vasto laterale che contraggo per pompare ancora più sangue via dal mio corpo inutile. L’orgasmo dell’incisione dura poco, è quello per cui mi taglio, non il dopo, ci si abitua anche al dolore e non sai quanto durerà, non sei tu a farlo smettere. Le forze mi vengono meno, i pensieri nebulosi; quelli mi piacciono, non mi allontanano dalla sicurezza di questo letto, queste mura desolate, ma mie.
Allungo la mano sullo scottex che tengo sempre sul comodino, per le lacrime notturne, per il naso che cola, per arginare il fiume di globuli in fuga. Strappo uno, due, quattro pezzi, non bastano, ho inciso a fondo stasera, volevo una cicatrice che si facesse ricordare. 
Vado in bagno, verso le gocce di disinfettante direttamente sul varco epidermico aperto, decido io quando smettere, il sangue ancora scorre più liquido misto all’acqua ossigenata, inutile. 
Mi siedo in terra, prendo l’asciugamano con il mio nome ricamato sopra, quello che mi ha regalato nonna Lucia prima che la demenza senile le portasse via la ragione e l’amore, la sua abilità di sarta. Morbido mi avvolge la coscia. Sei sempre tu a curarmi nonnina, a ricucire gli strappi che faccio di proposito.
Send this smile over to you.

Mi sto quasi addormentando sul pavimento bagnato quando suona il telefono.
-Letizia
Non mi chiama mai con il mio nome per intero.
-Mamma, ciao.
Sento la sua voce lontana, la mia cerca una carezza.
-La nonna… è morta.
Silenzio
-Io non voglio morire mamma. Aiutami.

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