Dove sei

“Fantasia dove sei?”

Niente. Nessuna risposta. Un silenzio tombale, insopportabile da gestire.

“Dai fantasia! Ti prego, ho bisogno di te! Son sei giorni che ti cerco, non credi che sia ora di tornare?”.

Lunedì: aveva ricevuto il compito di creare un racconto di fantasia. Appena Mirko gli fece quella richiesta il panico si impadronì dei suoi pensieri. “E ora come faccio? Cosa diavolo mi invento in così pochi giorni? Cazzo!”.

La macchina percorreva la solita strada per il rientro a casa e pensava in continuazione a cosa inventare per non presentarsi alla lezione successiva senza uno straccio di racconto.

“Potrei scrivere della nonna di mia mamma, è una storia così irreale che potrebbe sembrare inventata. Potrei inventare una storia su Zoyara. E' così femmina quella gatta che sicuramente qualcosa mi verrà in mente. Aaaaa che nervi! Dove diamine ho ritirato la mia fantasia? Fanculo, qualcosa troverò”.

Martedì: inizia a scrivere di Margaret, la bisnonna. Si inventa la storia dalla sua infanzia ma poi non trova il collegamento ai racconti di sua madre.

Mercoledì: ricomincia da capo. Fa tagli, toglie aggettivi, come le hanno insegnato Mirko e Agostino ma, niente! “Fantasia cazzarola dove diavolo sei finita? E' possibile che non ti trovo manco a pagare? Eppure una volta eri perennemente con me!”. Panico, crisi, nervoso, rabbia, demoralizzazione! Manda un messaggio a Mirko, magari le dà qualche idea! Silenzio, nessuna risposta. Graziella deve arrangiarsi. Deve assolutamente inventarsi qualcosa prima di Lunedì, non può mollare il colpo. Ha voluto fare quel corso perché scrivere era la più grande compagnia nei tempi bui. Se non avesse avuto la scrittura non avrebbe mai imparato a conoscersi, a stare bene sola, sarebbe impazzita.

Giovedì: comincia a parlare da sola, nella sua testa quando è al lavoro, ad alta voce quando è a casa. Tanto i suoi gatti la ascoltano, distratti. Sono abituati ai suoi discorsi e non si sforzano nemmeno di farle un miagolio di incoraggiamento. Loro lo sanno che lei ha gettato la spugna anni fa. “cazzo, cazzo, cazzo. E datemi una mano ad accendere una lampadina nella mia testona. E' possibile che a voi cinque non venga in mente nulla?”.

Venerdì: si rende conto che non è in grado di scrivere. Un tempo lo faceva perché era spensierata, sognatrice e aveva bisogno di mettere tutto su carta per non dimenticare, perché nessuno l’avrebbe capita. Lei era strana, faceva discorsi strani, vedeva le cose in maniera diversa dalla società che la circondava. Tutti adoravano quella stranezza, ma lei si sentiva tremendamente sola, era la sua fantasia a farle compagnia.

Ha una ricaduta dei sintomi di quella patologia che la sta consumando molto lentamente. Si chiude nei suoi pensieri. Pensa ai periodi bui, quando scriveva perché si sentiva estranea, completamente sola pur essendo circondata da decine di persone. Ai tempi era bello navigare in una vita utopica, dove tutto andava come si immaginava. A quei tempi non doveva cercare la sua fantasia, lei era in simbiosi con i suoi pensieri e scrivere le risultava facile, a differenza di oggi!

Sabato: passa una giornata quasi normale. Imbottita dai farmaci che l’aiutano a sentire meno dolore fisico, vive le ore tra coccolare i suoi gatti. Sistema il terrazzo e parlare con l’insalata, il rosmarino, la salvia e il prezzemolo. E' convinta che se gli parla loro crescono meglio. Poi arriva Laura, l’amica d’infanzia. Vivono tre ore nei ricordi del passato, ridono di gusto a quei ricordi. Le cazzate adolescenziali, i primi amori, le esperienze sessuali.

-“Dai non fare la solita muffa d’appartamento, vieni a mangiare la pizza stasera. Sono mesi che non esci, almeno per il mio compleanno.” -

-“Laura lo sai che non mi piace stare in mezzo alla gente quando non sto bene. Sono noiosa, non riesco a fare la pagliaccia e mi viene voglia di mandare a cagare tutti”. -

- “Certo che se stai chiusa in casa, i tuoi sintomi non possono che peggiorare. Vedi tu, alle otto siamo la.”-

Decide di andare. Si annoia e, ogni volta che si annoia, naviga nel mondo dei suoi pensieri. Le viene in mente che entro la sera successiva deve scrivere un racconto di fantasia. Si rassegna a presentarsi a mani vuote.

Domenica. “Ciao testa di rapa. Come stai? E' tutta la settimana che rompi con sta storia di che fine ho fatto. Tu sai benissimo la fine che ho fatto, no? Forse ti sei dimenticata che me l’hai fatta fare tu. Ti sei arresa alla normalità della società e la prova plausibile è la malattia che ti sei fatta venire. Io non ti ho mai abbandonata, come potrei mai farlo? Tu sei me e io sono te. Cara, mi hai esiliata in un posto così piccolo nel tuo encefalo che non saprei manco darti le indicazioni per raggiungermi. Tu le hai, anche se non le ricordi. Devi portare un racconto di fantasia? Portagli questo, anche se non lo ritieni di fantasia. Pensaci bene, chi diavolo porterebbe un racconto dove parli di te in terza persona? Stamattina, nella tua fase rem ti ho donato un racconto e tu, volontariamente credo, hai voluto scordarlo. Non vuoi presentarti a mani vuote? Ecco, questo è tutto quello che riesco a farti concepire perchè ancora non mi vuoi, perché ancora hai paura. Mi accusi di averti torturata con una costante distorsione della realtà, eppure allora eri più felice di oggi. È vero, ti sentivi fuori posto ma almeno ti sentivi. Oggi cosa sei? Un involucro vuoto, anzi no. Ti sei riempita di rancore che ti sta consumando come un tumore che cresce senza mai fermarsi. Fai pace con te stessa, accetta i tuoi limiti, accetta la malattia che ti sei creata e impara a conviverci. Solo allora ritroverai le coordinate per raggiungermi. Solo allora potrai scrivere un racconto. Aspetto fiduciosa.”

Tua fantasia.

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