La lotta tra medici e pazienti

Nelle facoltà di comunicazione insegnano come il giornalismo influenzi la percezione di alcuni settori. La sanità, secondo questi professori, è molto meglio di quello che si dice, ma a volte è bene parlarne per spegnere le luci su altri argomenti apparentemente più importanti e più spinosi.

I casi di malasanità ci sono sempre stati, ultimamente però la pressione dei giornali su decessi misteriosi e livelli di professionalità medica ai minimi storici, sembra essere aumentata.

Giovanna ad esempio, era una bambina di dieci anni. Più di un anno fa morì di ipossia, mancanza di ossigeno, durante un intervento di plastica al timpano alla clinica Villa Mafalda di Roma. Il personale della clinica ha imparato a mentire su quel decesso e secondo il pm di Roma Mario Ardigò, la versione raccontata ai giudici era solo una messinscena. Un anestesista al bar, un altro ufficialmente in sala operatoria ma sconosciuto al personale medico, il macchinario per la ventilazione rotto. Maria Sanfilippo, altra anestesista che fu chiamata d’urgenza durante l’operazione, dice che quel macchinario lo aveva usato il giorno prima e aveva segnalato fosse rotto a una delle addette al blocco operatorio: “che te frega, tu domani lavori in un’altra sala” le avevano risposto.

E poi casi di aborti forzati, o senza chiedere il consenso, negli ospedali di Reggio Calabria e Messina, malasanità neonatale a Modena e il problema della “violenza ostetrica”, che Adriano Zaccagnini di Sinistra, Ecologia e Libertà presto porterà all’attenzione della Camera con una proposta di legge. Il 43% dei parti cesarei in Italia è infatti “ingiustificato” e il decreto dovrebbe favorire invece il parto naturale. Se prendessimo in considerazione solo il sud Italia, la media sarebbe notevolmente più alta (solo in Sicilia il dato sale al 72%). Fare un parto cesareo non comporta solo una spesa maggiore per la struttura, ma anche rischi più alti di lesioni, se non di decesso.

Basta scrivere su Google “malasanità” per capire che non si tratta di una sindrome complottista che ha colpito il giornalismo italiano: i risultati sono una sfilza di annunci di avvocati che offrono il proprio servizio gratuito per cause contro ospedali e medici. Nel 2015 sono state tredicimila le denunce ai danni degli ospedali italiani. L’Istat non fornisce dati a riguardo, ma secondo Domenico Musicco, avvocato di uno studio legale impegnato su questo fronte, “ogni anno ci sono 14mila decessi per malasanità e 320mila persone che subiscono un danno”. Sono dati statistici che non prendono ovviamente in considerazione tutti quei casi di persone che, per scelta o per ignoranza, non si rivolgono a studi legali per eventuali denunce.

D’altra parte anche i medici non si trovano in una situazione favorevole. Per cui fare il medico ormai vuol dire non solo avere tra le mani la responsabilità di una vita altrui, ma anche circondarsi di buoni avvocati, oltre che garantirsi con una opportuna copertura assicurativa, per difendersi da accuse che molto spesso nascondono tentativi di speculazione, o per rispondere in prima persona di deficienze o insufficienze della struttura.

Il risalto che i casi di malasanità hanno sui giornali dovrebbe portare al miglioramento del servizio e ad una riduzione dei costi, e invece, cosa comporta tutto questo? Solo la de-responsabilizzazione da parte del personale medico. Se arriva un caso grave al pronto soccorso, si preferisce non agire, mandare il malcapitato in strutture centrali più adeguate, mettendo in secondo piano l’emergenza del caso e soprattutto la misericordia. Succede che un medico, con un paziente grave davanti agli occhi, veda prima il pericolo di ritorsioni e poi una persona da aiutare a vivere dignitosamente.

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