Home Sweet Home

Home Sweet Home.

Eccomi alla seconda tappa di questo viaggio.
 La casa di Londra che mi accingo a lasciare.

Chiudere una fase della mia vita, e con essa una casa, lasciare una città che si ama, tutto in simultanea, è emotivamente impegnativo.

Molti sono i fattori che hanno contribuito a questo epilogo, alcuni coincidenti, altri contrapposti. Di fondo c’è la consapevolezza di aver commesso degli errori di valutazione e di aver riposto fiducia incondizionata in persone che forse non potevano sostenere questo peso. Tutto ciò ha rimesso in discussione molto della mia vita personale e professionale, le aspettative e le prospettive future.

Inevitabilmente, la consapevolezza di questi errori mi ha portato a rivedere e rivalutare molte delle scelte fatte. È un processo doloroso, opprimente in certi momenti, ma necessario. Credo fermamente che, per quanto penoso, arrivi un momento della vita in cui sia necessario dire chiaramente come stanno le cose, affrontare le conseguenze, ma essere rispettosi di sé stessi e degli altri.

Il rischio è rovinare la vita propria e quella delle persone a cui diciamo di voler bene, perchè scegliamo di farli vivere in una realtà distorta, se non addirittura inesistente.

Questa casa, che ho amato molto e che ho sentito accogliente, è il simbolo di questo periodo.
 In questa casa è morta la mia Jolie davanti ai miei occhi, quando non avevo nemmeno capito cosa stesse succedendo. Non ho saputo aiutarla perchè nemmeno potevo contemplare una circostanza del genere. Forse nemmeno volevo farlo.

Questa casa è stato lo scenario di silenzi, di bei ricordi, di bei momenti e di periodi bui.

Questa casa ha fatto da sfondo ad una fase importante della mia vita che non ha saputo trovare la sua reale dimensione e un adeguato equilibrio.

Questa è la casa in cui mi sono rifugiato per allontanarmi da Palermo, dove ho passato ore a leggere e a scrivere, a cercare una formula che fosse convincente per la proposizione commerciale della mia azienda, ad esercitare le presentazioni in inglese, a vivere il mio avvilimento quando le cose non andavano, a celebrare i successi quando le cose andavano. Questa è la casa che mi ha fatto da ufficio e dove ho iniziato a maturare tante idee. Qui mi sono innervosito, ho pianto, ho faticato, …

Qui ho portato i miei 2000 libri, ho riletto gli scritti di mio padre e ho iniziato questo blog.
 Come in tutte le case che si rispettino, qui ci sono state serate felici e tante discussioni (non tutte piacevoli).

Ma principalmente, questa casa è stata la scenografia dell’isolamento e della rinuncia a me stesso a cui mi sono sottoposto in questi anni. E’ stata il simbolo della mia fuga, dalla sottrazione sistematica perpetrata per 4 anni a ciò che non dovevo più vedere e alle emozioni che non volevo più provare.
 Questa casa è stata il grande cassetto in cui ho messo dentro sentimenti, emozioni, pensieri, ricordi e sensazioni.

Domani lascerò questa casa, dopo avere riaperto il cassetto e deciso di affrontare ciò che avevo deciso di ignorare.

A questo punto della mia vita, mi auguro di riuscire ad avere una casa con le caratteristiche descritte da Sergio Bambarén:

Chiunque ad un certo punto della vita mette su casa.
 La parte difficile è costruire una casa del cuore.

 Un posto non soltanto per dormire, ma anche per sognare.
 Un posto dove crescere una famiglia con amore,
 un posto non per trovare riparo dal freddo ma un angolino tutto nostro da cui ammirare il cambiamento delle stagioni;
 un posto non semplicemente dove far passare il tempo, ma dove provare gioia per il resto della vita.

Goodbye, home sweet home.


Originally published at handsontheground.com on March 16, 2017.

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