Il Testamento di un imprenditore (ma non il mio)

Ero indeciso sull’argomento da affrontare questa settimana perchè tanti eventi sono accaduti, tutti rilevanti e interessanti.

Penso però che il testamento di Bernardo Caprotti, imprenditore proprietario di Esselunga, scomparso pochi giorni fa, meriti una riflessione.

Senza nessuna morbosità, invito a leggere queste poche pagine non per impicciarsi di fatti altrui o per sbigottire davanti alle cifre dell’eredità (che certo non lasciano indifferenti), quanto perchè contiene spunti davvero interessanti per chi vuole fare impresa.
 Io l’ho letto tutto, più volte e con attenzione, perchè, oltre alle diverse disposizioni che riguardano la famiglia (con la quale ha avuto scontri notevoli e di cui ha lucidamente compreso i limiti professionali), dimostra in maniera chiara come un imprenditore vero si debba relazionare alla sua azienda.

Premesso che non sono un fan di Caprotti (so che ci sono pareri contrastanti sulla sua gestione a partire dal suo atteggiamento anti-sindacale fino all’avversione più o meno motivata verso le Cooperative), mi sento di dovere un grazie a quest’uomo per le parole e i principi contenuti in questo testamento. Un imprenditore che ha iniziato dal basso, che ha saputo fare crescere l’azienda con il proprio sudore e determinazione. Un imprenditore che, insieme a moglie e figli, al termine della sua vita ha saputo pensare alla propria impresa e ai propri dipendenti. Nonostante le idee, gli errori e le mancanze che ha umanamente commesso in vita, tutto ciò è davvero commuovente. Una cosa di altri tempi.

Il suo amore e il suo senso del dovere sono stati tali da riconoscere che l’impresa dovesse essere “protetta” dalla famiglia: “Le aziende non verranno dilaniate” dalle lotte e dai litigi e ha aggiunto “dopo tante incomprensioni e amarezze ho preso una decisione di fondo per il bene di tutti, in primis le diecine di migliaia di persone i cui destini dipendono da noi”.

Quando penso al modello di imprenditore che vorrei essere, è questo quello che immagino. E’ un modello anni luce distante dagli attuali principi di crescita delle start-up che stiamo trasferendo ai nostri giovani. I vari mentor, hackaton, startup weekend, incubatori, accelaratori e roba del genere non parlano di questi principi e stanno insegnando la rilevanza esclusiva degli azionisti e il valore sacro della componente economico-finanziaria. Stanno insegnando l’approccio mordi e fuggi. Caprotti ha dimostrato che un’azienda di successo, oltre ad essere un soggetto giuridico ed economico, è soprattutto un soggetto sociale a cui dedicare la vita e in cui sono coinvolti tutti i portatori di interesse, ergo dipendenti, indotto, territorio… che non andranno via con il bottino di utili o con i soldi degli investitori ma si prodigano per garantirne la continuità.

Nel suo testamento, Caprotti ha evidenziato quanto l’organizzazione sia fondamentale per garantire il futuro dell’azienda: “Sto dotando l’azienda di un management di qualità. […] Però è a rischio.”. In queste parole, non c’è solamente la lucida convinzione che i familiari non siano all’altezza della gestione (mossa che forse eviterà ad Esselunga il destino di tante aziende che non sono sopravvissute al passaggio generazionale), ma anche e soprattutto la consapevolezza che senza un vero management, capace e dotato di una visione, non c’è crescita e futuro. Bene, queste parole hanno ulteriormente rafforzato in me la convinzione che è necessario, per non dire vitale, la creazione di un vero management dedicato full-time alla nostra azienda che ne sposi il progetto imprenditoriale e le prospettive di crescita organica.

Ma è una delle ultime frasi che mi ha colpito: “Questo Paese cattolico non tollera il successo”. Quest’amara affermazione è tremendamente vera e ancor più se vista da Londra. Nei paesi anglosassoni il successo imprenditoriale è considerato un merito, perchè genera valore per la collettività (quanto meno favorendo i consumi e contribuendo con il pagamento delle tasse), prima ancora che per il lavoro che crea.

In Italia, a causa purtroppo della triste e lunga connaturata storia di corruzione e concussione, l’imprenditore è visto come una figura negativa che si è arricchita solo tentando di sottrarre risorse alla collettività (territorio, lavoratori, …).Non sono d’accordo che la causa di ciò vada ricercata nella “cattolicità” del Paese (ove ve ne fossero ancora genuini residui), quanto piuttosto nel pessimo spettacolo che l’imprenditoria italiana recente ha dato di sè. A meno di pochi casi, gli imprenditori di rilievo (parlo di quelli che si conoscono, che finiscono sui giornali e che creano l’opinione generale sul fenomeno imprenditoriale) sono finiti sui giornali non per le loro capacità di creare crescita e sviluppo, ma per avere approfittato della collettività nei modi più disparati. Nemmeno Confindustria ha contribuito a dare una visione dell’imprenditoria migliore (basta guardare ai noti scandali in Sicilia, fino ad arrivare al disastro del Sole24Ore).

Questo ha fatto sì che il successo e l’eventuale l’arricchimento sottenda sempre e comunque un qualche comportamento illecito (che nel migliore dei casi è l’evasione fiscale fino ad arrivare allo sfruttamento del personale, alla corruzione…).

Caprotti ci ha ricordato che “a vigna si chianta quannu u vinu ‘un vali nenti”, cioè il vigneto va piantato quando il vino non ha valore di mercato, ossia è meglio pianificare in largo anticipo i grossi progetti, soprattutto se questo progetto è la tua morte.

Originally published at handsontheground.com on October 15, 2016.