Kurdistan, una guerra, mille rivolte, un’utopia

Di ritorno dalla Carovana per Kobané 11/18 settembre

Può sembrare strano ma restano le parole più che le immagini. Addirittura restano le parole più che le immagini forti della denuncia. Parole che non riguardano solo Kobané, il Kurdistan. E che parlano, dovrebbero parlare alla sinistra. Tutta e ovunque ma che, forse, rimangono ancora un po’ nascoste dalle emergenze.

Certo, per prima cosa ci sono le immagini. Ci sono gli “scatti”, i brevi filmati che i mediattivisti sono riusciti a fare in quei giorni nel Kurdistan. Sono documenti forti. Pesano, dovrebbero pesare. Sono tanti e tutti significativi.

Un elenco sterminato. Ci sono le immagini del centro culturale di Amara, con ancora i vetri rotti per l’esplosione che ha ucciso trentatrè ragazzi, venuti da tutta la Turchia a portare la solidarietà al Rojava. Dove un orsetto di pezza, sul prato, rompe quella che potrebbe sembrare la retorica dello striscione, con sù raffigurati tutti i volti delle vittime. E una fila sterminate di bandiere a lutto.

E c’è l’immagine dei campi profughi, quelli gestiti dalla municipalità di Soruc — perché quello, enorme, “governato” dalla Turchia è inavvicinabile e da lontano sembra uguale ad un immenso Cie nostrano –, dove ti senti ripetere solo: “biz dönecektir”. Significa torneremo, tornemo a Kobané ed è in turco. Che qui immaginano sia la lingua degli stranieri.

Ancora. Ci sono le immagini del cimitero dei combattenti per la liberazione nella guerra ai miliziani del Daesh, a metà strada fra Soruc e Misanter, l’ultimo villaggio prima della frontiera presidiata dai soldati turchi. Un piccolo pezzo di terra, strappato all’aridità. Dove i colori delle bandiere che circondano alcune tombe contrastano con quelle lapidi dove c’è solo un numero: sono di ragazzi e ragazze curdi sconosciuti, venuti qui a combattere chissà da dove. E che ancora aspettano di avere un nome sulla lapide.

E poi c’è il mausoleo di Misanter, uno strano edificio di terra e mattoni — dentro un minuscolo villaggio di terra e mattoni — dedicato alla resistenza. Ospita le foto dei caduti, di tutti i caduti. I volti sono per lo più di ragazze.

Su tutte, poi le foto e i filmati di Cizre. Forse le più importanti perché molte sono inedite. Immagini della città che quindici giorni fa, si è ribellata alla persecuzione di Erdogan. E’ stata assediata coi carri armati, coi cecchini appostati sui palazzi più alti, con l’ordine di sparare a chiunque violasse il coprifuoco. E’ la città dove fra le trenta vittime civili, c’è stato anche un bambino. Di trentacinque giorni. Le cui foto sono riuscite ad uscire dall’assedio ma non hanno commosso il mondo.

Così a Cizre la “Carovana” internazionale — composta quasi esclusivamente da italiani — è stata accolta da una vera folla, per lo più donne. Che ha “accompagnato” la delegazione, passo dopo passo, a vedere di cosa sia capace l’esercito turco. Case distrutte a colpi di mortaio, bossoli ovunque, muri e finestre squarciate dai proiettili.

Lo stesso a Diyarbakir. Qui il Sur, il vecchio, antico distretto — quella che altrove si chiama Medina, un intreccio inestricabile di vicoli strettissimi, che si affacciano su piccole botteghe e minuscole piazze — è ancora circondato da carri armati. Da quando quasi un mese fa, la città — dove l’Hdp alle ultime elezioni ha raccolto l’80 per cento dei voti — ha proclamato l’autonomia da Ankara. I carri armati stanno fuori, però, lungo il perimetro esterno. Nel piccolo, storico quartiere non entrano più. Ai cinque, sei vicoli che portano all’esterno sono state erette barricate. Presidiate. Con discrezione ma presidiate. E in alcuni punti del quartiere fra i palazzi sono stati stesi degli enormi teli di iuta. Durante i momenti più duri della repressione hanno impedito ai cecchini di colpire le persone. Ora impediscono all’esercito di capire cosa accada fra quei vicoli. E anche qui, i bambini, i ragazzi, gli anziani ti mostrano i segni della ferocia. Non quella dell’Isis, ma quella made in Turchia. E ti mostrano i fori, grandi, grandi almeno quindici, venti centimetri, che i soldati turchi hanno lasciato sulla facciata esterna della moschea cinquecentesca. Ti fanno vedere squarcio dopo squarcio, ti raccontano di quell’assalto. Te lo raccontano cinque, dieci, venti volte. Ancora increduli che sia potuto accadere. Eppure, la cosa che colpisce di più è quella scuola elementare. Col cancello dilaniato, sfondato, col cortile pieno di crateri. Con le mura segnate dai buchi dei proiettili. Tutti sparati alla stessa altezza: un metro e mezzo.

Non basta. Ci sono le immagini, sfuggenti, riprese da lontano, di quei due blindati turchi, a cinquecento metri dal confine, per sbarrare la strada alla nostra Carovana, per impedirle di arrivare a Kobane

Si potrebbe continuare. Perché ci sono poi le immagini che non si sono potute “fissare”. Come quando la polizia ha fermato uno dei pulmini della delegazione italiana alla periferia di Sanliurfa. Uno dei tanti fermi che hanno accompagnato la trasferta. Quella volta è toccato al pulmino dove c’erano anche i due soli deputati che avevano accettato di far parte della carovana (gli unici da tutta Europa): Giovanni Paglia e Franco Burdo. E alle pacatissime osservazioni di un accompagnatore, gli agenti di polizia hanno risposto in un turco alterato, comprensibilissimo però da chiunque, in qualsiasi parte del mondo: “Non ce ne frega un cazzo che sono parlamentari…”. Prima di cominciare la perquisizione personale. Perquisizione che sembrava non finire mai, perché in una borsa gli agenti hanno scoperto un pacchetto di liquirizie.

Un pacchetto semplice, standard. Uguale in qualsiasi parte del mondo. Eppure in quel pacchetto c’era qualcosa che non li convinceva. L’hanno aperto, svuotato, analizzato. Non paghi l’hanno fotografato da tutti e due i lati e hanno inviato le immagini a qualche centrale. Dove altri agenti l’avranno analizzato, sezionato, “interpretato”. Fino a ché — valutato come pacchetto di liquerizie innocuo — non è arrivato il via libera, il permesso di ripartire. A testimonianza — come diceva qualcuno — che possono cambiare leggi e consuetudini ma c’è molto che accumuna le polizie di tutto il mondo.

Immagini perse, dunque. O momenti che non si possono imprigionare in uno scatto. Che non sono fotografabili. Perché non è raffigurabile la riscoperta dell’espressione: “un dirigente radicato”. Perché non ci sono immagini che possano spiegare l’emozione che si prova a vedere la co-sindaca di Soruc — che è stata insieme alla delegazione italiana per tutto il tempo — nel campo profughi di Arin Mirkan e vederla entrare in ogni tenda. Vederla informarsi, scambiare due parole con ognuno, con ognuna. Discutere con tutti, ascoltare tutti. Capire che quei profughi di Kobané la considerano una di loro.

Così come non ci sono immagini che possa testimoniare la carica di Sehit Gelhat, deputata dell’Hdp. La più radicale delle deputate curde. Che ha preso la parola in un’assemblea segnata fino a quel momento dai ringraziamenti di rito. E lei, dopo aver suggerito alla Carovana di andare a rendersi conto di persona quale fosse la situazione a Cizre — mettendo un po’ a disagio gli organizzatori — se n’è uscita così: “Anch’io vi ringrazio e vi saluto. Ma voi siete venuti in Kurdistan, il paese della rivoluzione, della rivoluzione delle donne. E nella vostra delegazione le donne sono pochissime. No, non va bene…”.

Né ci sono foto per raccontare altro: per esempio, il clima di odio che il governo di Ankara alimenta verso i curdi. Clima, come in tutti i progrom che si rispettino, che fa breccia nella “pancia” di molti, che può contare sul consenso di molti. Lo tocchi con mano quando, nella parte turca di Sanliurfa, provi a comprare una maglietta della Amedspor, il nuovo nome curdo della vecchia (decaduta) squadra di Diyarbakir — oggi milita in quinta divisione — e ricevi gli insulti, le urla del venditore. Grida che ti consigliano di accelerare il passo e di sparire in fretta.

Mille immagini, allora. Tutte importanti. Eppure, lo si diceva all’inizio, la cosa che ti resta sono soprattutto le parole. Le riflessioni, le loro riflessioni. I loro progetti. Perché in tanti giorni di colloqui e di incontri hai la sensazione che quel movimento — tutto quel movimento, dall’Hdp al PKK, fino all’Assemblea Nazionale, il loro Parlamento, non riconosciuto ma eletto — stia disegnando qualcosa col quale tutti ci troveremo a fare i conti. Sì, insomma: hai la sensazione che quel movimento non è solo Kobane, la prima sconfitta dell’Isis, non è solo l’opposizione ad un regime dittatoriale nel cuore dell’Europa. Ma produce teoria, teoria politica. Forse ancora troppo sottovalutata.

Per farla breve: è evidente che il progetto di federalismo democratico non è solo una soluzione possibile per il Kurdistan. E’ un vero e proprio progetto di un nuovo mondo possibile. Un mondo “senza Stati”, ci ha ripetuto più volte l’altro co-sindaco di Soruc (co-sindaci, perché ogni carica, sia istituzionale che di partito, ha al vertice una doppia figura: un uomo e una donna), un mondo che supera il “concetto di Stato”. Un mondo basato sulle comunità. Che si autorganizzano — anche con modalità differenti fra di loro — e che poi dovrebbero riunirsi, attraverso i loro delegati, in conferenze territoriali, continentali. Mondiali.

Un mondo dove addirittura viene tutelata la piccola proprietà privata (e forse non potrebbe essere altrimenti, visto che tutto nasce da qui, in una zona dove il 75 per cento della popolazione è composto da contadini, “titolari” — o almeno così erano prima della guerra — di un ettaro a testa) ma dove le risorse sono comunque considerate “bene comune”. Tutte le risorse: dall’acqua al petrolio. Il loro uso è affidato agli organismi della comunità che devono garantire a tutti la “possibilità di accesso”. Ma solo in una quantità necessaria ai bisogni. L’eventuale eccedenza sarà governata dall’organismo successivo: la federazione di comunità e via “salendo”.

Un mondo autogovernato, allora. Dal basso. E alle obiezioni — a dire la verità, un po’ stantìe — di chi chiedeva: “Vabbè, ma come si fa?”, “d’accordo, è molto bello ma intanto come ci si comporta con la Turchia?”, Hatip Dicle, presidente del Consiglio democratico curdo (Dkt) (cinque anni di carcere e che si aspetta da un momento all’altro di ritornare in galera, parole sue) ha risposto semplicemente: “Nel 1848, un libro aprì la strada ad una grande utopìa. Che ha mosso in un secolo milioni di persone. Anche noi oggi crediamo in un’altra utopia”.

Un’altra utopia. Non la stessa. Senza remore, hanno definitivamente liquidato il ‘900. I suoi errori e i suoi orrori. Stanno disegnando una nuova frontiera, un nuovo progetto. Di società possibile, vivibile. Di coesistenza. Un progetto che prevede tappe intermedie ma non perde mai di vista l’obiettivo: l’autogoverno, la fine degli Stati. E tutto — dalla redistribuzione socialdemocratica allo “spazio europeo” che piace alla sinistra radicale del vecchio continente — ti sembra così drammaticamente superato. Datato.

Restano le parole, allora. Tutte le parole. Che ti costringono a fare i conti con vecchie scelte che magari hai fatto tanto tempo fa. Parole semplici: come quella della comandante dei gruppi di autodifesa di Diyarbakir. Avrà 25 anni, non di più, e una sola richiesta: “Non fate foto, capite da soli il perché”.

Racconta che prova orrore per qualsiasi violenza. Dice che prova orrore per chi colpisce altre persone. Ma il suo “pacifismo” ha un limite: la difesa della comunità. Oggi la difesa del vecchio centro storico di Diyarbakir, dei suoi bambini, delle sue donne. E difendere una comunità dai carri armati non è violenza, “è legittimo, è giusto. E’ necessario, se vuoi costruire un futuro”.

La democrazia, la democrazia della comunità non può restare disarmata, insomma. Almeno finché non si sarà affermata. E ci dice queste cose in un incontro con la delegazione internazionale avvenuto a tardissima ora, solo quando s’è conclusa un’assemblea con i ragazzi del quartiere. Assemblea che discute, suggerisce. In qualche modo controlla. E ti accorgi che la democrazia dal basso non è un escamotage linguistico per superare querelle dottrinali. E’ già vissuta, è sperimentata anche in una città sotto assedio.

E così, a cominciare da una regione a Nord della Mesopotamia, finalmente il ‘900 ti appare lontano. Distante. Finito. Il Kurdistan ne ha davvero per tutti.

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