La musica delle rivolte non cambierà il mondo

“Ma potrebbe farlo”

Raccontare le proprie storie. In musica. Raccontare le ribellioni a cui si è partecipato, le ribellioni viste. Raccontare in musica le barricate nel ghetto nero o quel piccolo corteo, tutti in fila indiana, davanti ad un McDonald’s di Seattle per chiedere 15 dollari all’ora. Raccontare le strade di Baltimora, o la piazza Tahrir. E poi via, lontano, fino a raccontare il lato oscuro della disperazione di Stoccolma, quello che le statistiche sul miglior welfare d’Europa non raccontano. Mai.
Musiche delle rivolte, allora. O anche, semplicemente, il racconto musicale di chi perde. E se questo è il tema si arriva quasi gioco-forza a parlare di Tom Morello. Un nome che significa molto nella storia del rock. Lui, bianco nato ad Harlem da una famiglia impegnata in tutte le battaglie per i diritti civili, ha sempre pensato di proseguire quelle battaglie con la chitarra. Animatore e vera anima dei “Rage Against Machine”, il primo tentativo di sintetizzare rock, hardcore e rap, poi protagonista degli “Audioslave” (come definirli? qualcuno s’è avventurato in un neologismo poco probabile: alternative-metal); e poi ancora frontman e “regista” de “The Nightwatchman”. Gruppo che dopo un lungo peregrinare l’ha riportato a sonorità di rock classico: basso, batteria, chitarra e voce, quattro quarti. E canzoni che spesso diventano inni nei cortei di Occupy. Il tutto passando per gli “Street Sweeper Social Club” ma soprattutto per la collaborazione, nell’ultima e penultima tournéè con Bruce Springsteen. Dove la sua chitarra lacerante ha ritrasformato “America Skin” in una canzone militante.
A Tom Morello però non basta suonare e cantare. E non basta neanche essere in prima fila in tutto ciò che in America si può chiamare opposizione sociale. Da Seattle di fine secolo ad oggi. Voleva di più e l’ha fatto. “Molti mi chiedono — ha raccontato ad una rivista musicale — perché i movimenti del terzo millennio non sono mai accompagnati da colonne sonore come quelle dei decenni scorsi”. Molti gli chiedono, insomma, perché non c’è nessuno oggi che scriva musica e testi come i Clash, i Public Enemy, o come gli stessi Rage Against Machine. E lui risponde: “Ci sono ancora tanti artisti che scrivono canzoni così. Solo che il mondo è cambiato e oggi non arrivano mai al grande pubblico”.
Ed ecco allora la risposta “pratica” di Tom Morello: una casa discografica, una piccola label per la musica delle ribellioni, la “Firebrand Records”. Un’idea non solo sua. L’hanno costruita lui e Ryan Harvey. Anche questo è un nome importante negli ambienti musicale statunitensi. Non è una star, non è famoso. E’ uno studioso, uno dei più autorevoli studiosi del folk. Per indagare questo genere ha dato vita ad un collettivo, dal nome programmatico: Riot-folk Collective. Ryan Harvey e Tom Morello sono molto amici. Hanno condiviso tante cose. “Anche le fughe dalle cariche della polizia”.
L’idea era in fieri da tempo. Poi c’è stata Baltimora. Dove Tom Morello ha conosciuto un rapper, non più ragazzino ma quasi sconosciuto: che si fa chiamare con un nome biblico, Son Of Nun. I suoi testi, i suoi ritmi incalzanti accompagnavano i cortei, gli scontri di quei giorni. L’ha incontrato, ci ha parlato, l’ha rincontrato mentre cantava e l’ha poi rivisto mentre faceva la spola fra un ospedale e l’altro per dare notizie alla comunità sui feriti.
E così il chitarrista ha capito che era arrivato il momento di tradurre il progetto in fatti, di tradurre l’idea in un’etichetta discografica. Ci hanno lavorato un po’ e poi assieme a Ryan Harvey l’hanno creata.
Il progetto? Semplice e pazzesco nello stesso tempo: uno spazio per le colonne sonore sconosciute delle rivolte in tutto il mondo. Cercando un filo conduttore. Che ancora non c’è e che forse non potrà mai esserci.
Loro lo cercano però. E hanno già tirato fuori un primo prodotto, anche qui dal titolo esplicito: “A New World in Our Song”. Una mini-compilation dove c’è un rock mediterraneo che ti entra subito in testa, quello di Ramy Essam. Lo stesso che scrisse e musicò “Irhal”, la canzone di piazza Tahrir, costretto a scappare dall’Egitto quattro anni fa. “Una sorta di Dylan elettrico del medio oriente”, per dirla sempre con Tom Morello. Ci sono le tenui trame post-rock californiane dei “Built for The Sea”, c’è il punk svedese di Licka Till, che qui esplora i territori dello ska. C’è il folk classico e sperimentale di Ryan Harvey. E c’è il rap militante di Son of Nun. Che non sembra avere grilli poetici per la testa: il potere dei bianchi è il capitalismo, dobbiamo trovare un collegamento con le lotte degli altri, con chiunque sia oppresso.
Lui, il rapper cerca collegamenti. Nel disco non ci sono. Ma l’eterogeneità in questo caso non è un limite. Racconta di una ricerca. Che è iniziata e va avanti. “Dobbiamo porci il problema di un minimo di guadagno per garantire la sopravvivenza dei musicisti e della casa discografica. Ma davvero il profitto non ci interessa”.
Questa è la filosofia. Magari con qualche asperità di troppo. “Non è che se uno scrive una brutta canzone sui sindacati in Guatemala ce la manda e pretende che sia pubblicata. — ha detto ancora Morello in un’altra intervista — Un minimo di selezione si può star certi che la faremo. E poi puntiamo a privilegiare non solo chi fa musica radicale ma soprattutto quegli artisti che la loro alternatività la esprimono quotidianamente. Nel loro impegno sociale”. Artisti militanti, insomma. Non sarà l’unico criterio, ci tiene a precisarlo, ma peserà. Musica intransigente, allora.
Da ascoltare. Sui propri supporti o dal vivo. Sono infatti già cominciati i venerdì Firebrand a Los Angeles. Un palco a disposizione di chi ha qualcosa da raccontare. E su quel palco già si sono incontrati, solo per dirne alcuni, Wayne Kramer, 50 anni fa fondatore degli Mc5 — per chi ricorda la stagione delle rivolte a Berkley — e The Last Internationale, il duo combat-rock newyorkese che racconta l’altra faccia della Grande Mela. Quella dei disperati, degli ultimi, degli homeless.
Concerti, anche qui, che tentano contaminazioni impossibili a prima vista. Impossibili o forse solo difficili. Se ci si pensa, però, difficili esattamente come lo sono gli “incontri”, le relazioni, i collegamenti fra le rivolte del Cairo, di Baltimora, della Palestina, delle banlieu parigine. O quella dei migranti a Ceuta e Melilla.
Firebrand Record però non vuole tentare una sintesi, vuole mettere insieme i racconti. Uno accanto all’altro. Senza la falsa modestia perbenista dei rocker anni ‘70, quelli che “non credo di cambiare il mondo”. Tom Morello la pensa un po’ diversamene: “E’ vero, la musica da sola non cambia il mondo. Ma la musica è parte integrante dei movimenti sociali. E sono loro che lo cambieranno”. Sì, insomma, la musica fa riflettere, “spinge alle lotte”. E poi, a dirla tutta: “La musica da sola non cambia il mondo ma ho il sospetto che potrebbe farlo…”.
Questa è Firebrand Record. E poi, male che va, qualcosa forse arriverà anche da noi: e magari alle assemblee romane si potrà sentire qualcos’altro che non sia il solito Guccini. O gli inni del movimento operaio. Sarebbe già molto.

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