La fine di un amore

Ci sono parole che nemmeno il tempo può pensare di cancellare e non serve guardare ai messaggi ritrovati poco tempo fa presso il Vallo di Adriano, per provare ad avvalorare questa tesi. Se da un lato l’etere ha reso questo esercizio più semplice — si legga «del perché gli xiennals ci libereranno dagli uffici postali», allo stesso tempo la storia ci ha insegnato come le incisioni nella pietra siano state in maniera ciclica l’esercizio più comune e meglio riuscito per lasciare ai posteri un ricordo del tempo che è stato. Quanti amori abbiamo avuto la paura di dimenticare a causa dell’intangibilità dei resti che questi ci hanno lasciato. A forza di lasciare tracce sparse per il mondo uno finisce per mischiare ricordi ed emozioni.
In un tempo che ci ha abituato alle low cost e ai viaggi all’ultimo minuto, non serve imbarcarsi per il delta del Nilo per ricordarci come la pietra possa essere l’unico dei rimedi allo scorrere del tempo e alla paura dell’oblio. La pietra serve a questo. Mettere un punto alle emozioni, dando un’estensione fisica a quanto si è vissuto. Una lettera può essere persa. Una stele di marmo difficilmente verrà dimenticata nei pantaloni prima che finiscano in lavatrice.

Sarà stato per questo motivo che, prendendo casa al numero 10 di Rue de Solferino quasi quarant’anni fa, i dirigenti socialisti facevano scrivere nella pietra quelle due parole, per mettere fine a un moto che a partire dalla sconfitta del 1969 aveva portato ad una ricomposizione maggioritaria della sinistra prima e al governo subito dopo. Un messaggio rivolto a coloro che hanno pensato che la salvezza potesse esistere altrove.

E forse è a questo filone narrativo che bisogna inscrivere tutto questo dolore. Come quando una storia d’amore finisce siamo spinti a gettare nel cestino i ricordi del tempo passato — perché non ancora troppo forti da sostenerne il peso, la disfatta di questo gruppo dirigente si legge inevitabilmente come una sonora disfatta elettorale, in cui è difficile comprendere quale ruolo si possa avere tra le truppe del Presidente della Repubblica e il marchettismo politico di Jean-Luc Mélenchon, ma soprattutto si traduce in una crisi finanziaria a causa della riduzione del finanziamento da parte dello Stato, che in Francia è legato al numero di voti presi dai Partiti alle elezioni legislative.

Infatti, se da un lato il Partito Socialista vedrà ridursi l’ammontare di questo trasferimento statale, ricevendo solo 7 milioni di euro per anno al posto dei 25 milioni a cui era stato abituato nella legislatura che aveva riportato la rosa all’Eliseo, dall’altro la sinistra che fu di governo dovrà fare conto con le vicissitudini politiche che la stanno dilaniando. Gli scatti in avanti di questo o di quel dirigente non sono altro che il ritorno alla decomposizione di una sinistra che si è persa ed è in cerca di un grande amore. Tra chi dice di averlo già trovato in una sera di maggio e chi non ha ancora smesso di raccogliere i pezzi del proprio amore.

La vendita della sede di Rue de Solferino non può che essere letta come l’inizio di un doloroso divorzio, in cui si mettono in vendita i beni che si sono accumulati nel corso di un’unione. Diventa meno doloroso spartirsi i denari piuttosto che decidere a quale parte della famiglia spetti la casa e l’eredità emozionale di una grande, avventurosa e bellissima storia d’amore.

Restano le polaroid della sinistra europea in pellegrinaggio a pugno chiuso sotto quel portone, così come le feste, i pianti e le urla dei dirigenti stretti sul balcone di fronte al proprio popolo. Restano nelle scatole dei ricordi, pronti ad essere tirati fuori con la paura che la luce possa sbiadirli.
Se sarà anche vero che non bisogna smettere di reinventarsi per non morire, soprattutto quando si parla di un Partito che pretende di affondare le sue radici nella trasformazioni e nel riscatto sociale, i dirigenti della rosa non potranno più chiederci di fare sosta sotto la sua sede e immortalare quel momento. Se Parigi varrà bene anche una messa, certamente non si merita qualche fermata dell’autobus verso la periferia. Magari anche lontano da una di quelle fermate del RER, dalle quali prendiamo la prima luce parigina dopo aver sognato con una low cost.

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Guglielmo Brugnetta

«Forcer le destin» aka appunti sparsi di cose che vorrei leggere sulla mia rivista preferita. @gbrugnetta

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