Ridateci la paghetta
Se per entrare a Montecitorio hanno utilizzato un apriscatole, figuriamoci in che modo l’Esercito di Beppe avrebbe reagito di fronte alla réserve parlementaire, un istituto tutto francese nel modo di concepire la democrazia. Grazie a questo strumento, fino alla scorsa legislatura, ogni deputato e senatore ha avuto a disposizione una somma di denaro, che poteva essere allocata nel suo collegio alle associazioni o alla collettività. La sua abolizione è stata votata, definitivamente, dalla Camera bassa francese nei primi giorni di questo agosto, all’interno di quella legge sulla moralizzazione della politica, voluta dal fu-per-qualche-settimana-il-Guardasigilli Bayrou. Adesso, un po’ come per i vitalizi dei nostri di Parlamentari può essere rigettata (nella forma, dice l’opposizione di centrodestra) solo dalla Corte Costituzionale, ora guidata dall’ex Primo Ministro Fabius e dai suoi bellissimi completi bleu marine.
Durante queste settimane, l’impuntata in questione non è stata, però, capace di catalizzare quell’attenzione mediatica che, al di qua delle Alpi, avrebbe saputo ricevere. Questa mancetta elettorale avrebbe potuto rendere le tribune agostane molto più piacevoli. Quantomeno dare lavoro a tutti quelli che avrebbero dovuto raccogliere le urla della nostra Paola Taverna di turno; avremmo scoperto angoli di una Francia remota, le più svariate missioni sociali di ancor più improponibili associazioni di provincia. Il tutto dalla battigia delle spiagge italiane.
E pensare che il governo socialista aveva provato, durante la Presidenza di Hollande, a metterci una pezza. Rammendo che sortì lo stesso effetto di un provvedimento a caso di cinque anni molto particolari per la sinistra francese. Istituita sotto Pompidou, prima della riforma socialista, questa paghetta non doveva nemmeno essere giustificata pubblicamente. Le somme che percepivano i singoli deputati e senatori erano particolarmente aleatorie, calcolate con uno di quei sistemi tipici del Totocalcio. Invece che darti per certa la vittoria, ti garantivano un grande mal di testa.
Per rimediare a questo buco nelle tasche dello Stato, nel 2013 l’Assemblea stabiliva le somme percepite dagli eletti, riducendo le discrepanze tra nuovi eletti e vecchi signori feudali, ma soprattutto avrebbe reso note le associazioni che avrebbero ricevuto i finanziamenti nel corso degli anni. Anzi, per sparigliare le carte e rendersi più belli, la pubblicazione di queste informazioni fu addirittura retroattiva di due anni. I cittadini francesi da quel momento sono usciti dalla crisi economica, hanno trovato i soldi per affittare una casa all’Ile de Re per ferragosto, proprio quella accanto a Katy Perry, e sono quasi arrivati al giusto equilibrio tra punti esclamativi e minacce per sconfiggere il cancro.
A questo punto, senza scomodare le lenti che abbiamo imparato ad usare nei manuali di filosofia ai tempi del liceo, il lettore ha la facoltà di rientrare in diverse categorie.
La più fortunata è quella dell’individuo che prova a contestualizzare quest’iniziativa del tutto particolare all’interno del sistema uninominale francese. Qualora le urne avessero portato alla formazione di un governo targato Le Pen, molto probabilmente le associazioni, che si occupano di integrazione o di omosessuali, avrebbero visti ridursi il sostegno economico da parte del governo centrale e questo pocket money, giusto per rimanere in tema, poteva essere una soluzione politica, al fine di evitare la chiusura di queste associazioni. Così come se avessero preso la Bastiglia coloro i quali che non-si-sottomettono nemmeno al regolamento dell’Assemblea, il quale li costringerebbe ad indossare la cravatta. Insomma, questa riserva — alert — se usata correttamente poteva essere uno strumento di democrazia, partecipazione. Le distorsioni sono colpa degli uomini, dite.
Se invece siete tra quelli che, ormai stufi di Underwood, nel corso degli anni si sono prima rifugiati in Danimarca coi liberali e poi sono approdati in Francia ad osservare quello che la Presidenza di Laugier combinava, vi starete chiedendo se quei soldi, quelli che il deputato Rickwaert ha tirato fuori dalla cassaforte del suo ufficio all’Assemblea per pagare gli ammanchi della campagna, fossero in realtà resti di questa riserva nata con ben altri scopi. In questa categoria rientrano gli orfani di Sorkin, le anime belle ormai stufe di credere che per costringere lo spettatore a rimanere incollato allo schermo si debba raccontare esclusivamente l’assurdo.
Infine, gli ultimi, chiaramente i più noiosi: gli studiosi. Quelli che vorrebbero intavolarti una discussione sull’incumbent advantage e, pronti a quantificare l’effetto di questa distorsione della democrazia, riempirebbero di numeri tanti fogli per dirci che in sostanza questo strumento avrebbe potuto favorire i deputati eletti da molto tempo a discapito da concorrenti che mai hanno ricoperto quella carica. Condizionale d’obbligo. Prima i dati. Quantificare quanto questo strumento sia stato utile ai deputati uscenti nel tentativo di arginare l’onda macroniana potrebbe essere un primo malizioso indicatore delle ragioni che possono aver spinto la maggioranza ad adottare immediatamente questo provvedimento. Iniziativa che magari finirà col portare rose, ma non di certo il pane ai cittadini. Si potrebbe di fatto pensare che questa non sia l’ennesima photo op di una Presidenza, cresciuta fin troppo con le serie tv americane, ma l’ennesimo calcolo di un politico che fino ad oggi ha sbagliato poco, se non pochissimo, a livello strategico.
Però, non disperate. Gli aperitivi offertici dalle associazioni francesi dovrebbero essere salvi. Infatti, il deputato della circoscrizione del Mediterraneo è stato il primo a recarsi dal Ministro degli Esteri per tutelare le associazioni francofone non residenti in métropole. Conoscere la differenza tra uno Chablis e un Sauvignon è un dovere morale, prima ancora di essere un argomento agréable per una piacevole serata.
