Foto tratta da http://www.uovodicolombo.net/

Facebook, stop alla pubblicità per chi distribuisce fake news. Un uovo di Colombo ammaccato?

Chiamata in causa sempre con più insistenza dai Governi di mezzo mondo perché contrasti con più determinazione il fenomeno ormai universalmente battezzato — non senza una certa approssimazione — “fake news”, il 28 agosto, Facebook ha annunciato un nuovo giro di vite contro quelle che, più correttamente, definisce “false news” o, meglio, contro chi le diffonde in maniera sistematica.

L’iniziativa del gigante dei social network è il classico uovo di Colombo con il guscio un po’ ammaccato proprio come in quella che è probabilmente una delle prime false news della storia [ndr chi non la conosce, la trova qui].

Facebook da ora in avanti impedirà ogni attività pubblicitaria attraverso le pagine che verranno identificate dalle agenzie di fact checking già “arruolate” dalla corporation di Menlo Park come responsabili di ricorrenti episodi di diffusione di notizie false.

La decisione sarebbe stata assunta — stando a quanto si spiega in un post sul blog della società — dopo aver osservato che, in molti casi, la diffusione di false news è un espediente al quale si ricorre al solo fine di aumentare l’audience di una determinata pagina per imporla all’attenzione del grande pubblico e renderla così appetibile per gli investitori pubblicitari.

Privare i gestori della pagine di ogni possibilità di sfruttamento commerciale della stessa dovrebbe, quindi, valere a dissuaderli dal cimentarsi nella creazione e disseminazione di notizie false.

Una notizia — questa vera almeno fino a prova contraria! — da salutare con favore perché potenzialmente idonea a frenare almeno il fenomeno delle false news pubblicate a scopo di profitto sulle pagine del più popolare social network anche se, naturalmente, inefficace contro le false news diffuse con finalità politiche, ideologiche, discriminatorie o denigratorie.

Ma guai a ignorare l’ammaccatura sotto l’uovo.

Siamo, ancora una volta, davanti a una forma di privatizzazione della giustizia: un soggetto privato — per di più in una posizione inequivocabilmente dominante nel mercato della pubblicità e della diffusione delle informazioni — che si ritrova a adottare sanzioni di carattere commerciale contro questo o quel soggetto in maniera del tutto autonoma, in conseguenza semplicemente di una valutazione di un’agenzia di fact checking — a sua volta un soggetto privato — che è, più o meno, un suo fornitore di servizi e che, in ogni caso, sta sul mercato ed il cui agire è, quindi, inesorabilmente condizionabile dalle logiche del mercato.

E se l’agenzia sbagliasse in buona o in cattiva fede? Se l’agenzia bollasse come false news quelle che non lo sono per interessi economici, convinzioni ideologiche o, semplicemente, perché può accadere a tutti di sbagliare?

Sarà possibile per il gestore della pagina in questione veder “riabilitato il suo onore” e tornare a poter raccogliere gli investimenti pubblicitari necessari a continuare a fare informazione? E se si, quanto sarà difficile?

Il post di annuncio dell’iniziativa a queste domande non risponde.

Il rischio di deriva è, per certi versi, analoghi a quello già registrato nella vicenda del diritto all’oblio, quando, per effetto della ormai celeberrima decisione della Corte di Giustizia UE, Google si è ritrovato a fare da arbitro della memoria collettiva: ottenere una condanna all’oblio per un contenuto è questione di una manciata di click ma ottenere il re-inserimento nella storia di una notizia erroneamente epurata è impresa ciclopica per la quale, allo stato, semplicemente non esiste un procedimento esperibile.

E proprio come nella vicenda dell’oblio, nel caso della più recente iniziativa di Facebook si sbaglierebbe a prendersela con la corporation di Menlo Park che non ha scelto di ergersi a giudice della verità ma si è ritrovata spinta — se non costretta — a farlo per effetto della crescente minaccia dei Governi di mezzo mondo di considerarla responsabile delle notizie false diffuse dai suoi utenti.

La morale della storia è sempre la stessa: sarebbe opportuno che, quando ci si confronta con nuovi fenomeni di questo genere imparassimo tutti quanti a non guardare solo a domani e al problema immediato ma allungassimo lo sguardo fino al giorno successivo, interrogandoci anche sul rischio di possibili derive. Non sempre quello che è tecnologicamente possibile è anche auspicabile e democraticamente sostenibile.

Articolo originariamente pubblicato su L’Espresso, qui

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.