Fake-news: no ad ogni censura normativa o tecnologica

La circolazione di notizie false diffuse dai Governi, dai media mainstream e attraverso le piattaforme social rappresenta una minaccia seria e preoccupante per la libertà di informazione e le democrazie del mondo intero ma leggi censoree che mirano a limitare la circolazione dei contenuti sul web chiamando i gestori delle grandi piattaforme online a rispondere dei contenuti pubblicati dagli utenti e promuovendo forme di privatizzazione della giustizia rappresentano una cura peggiore del male.

E’ questa la sintesi della dichiarazione congiunta firmata ieri a Vienna dal relatore speciale delle nazioni unite per la libertà di opinione e espressione, dal responsabile per la libertà dei media dell’OSCE — Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa -, il relatore speciale per la libertà di espressione dell’Organizzazione degli Stati americani e quello della Commissione africana per i diritti umani.

“Gli intermediari della comunicazione non dovrebbero mai essere considerati responsabili per i contenuti pubblicati dai loro utenti salvo che non intervengano specificamente su tali contenuti o si rifiutino di adempiere ad un ordine adottato all’esito di un giusto processo condotto da un’autorità indipendente e imparziale e sempre che dispongano della capacità tecnica di adempiervi”.

E’ con questa ferma raccomandazione che le quattro organizzazioni internazionali rispondono alla deriva che va diffondendosi nel mondo intero — incluso il nostro Paese — che suggerisce di combattere il fenomeno della circolazione delle notizie false specie online e nei social network chiamando i gestori dei servizi e delle piattaforme online a rispondere dei contenuti pubblicati dagli utenti.

E le quattro organizzazioni internazionali non hanno, egualmente, alcun dubbio sul fatto che “il blocco di interi siti web, indirizzi IP, porte e protocolli di comunicazione costituisca una misura estrema che può essere adottata solo quando espressamente prevista dalla legge e è indispensabile a proteggere un diritto umano o altri legittimi pubblici interessi…in assenza di misure alternative meno intrusive e sempre che sia disposto nel rispetto delle garanzie minime del giusto processo”.

Non sono, dunque, le censure di Stato la soluzione alla piaga delle fake news.

Ma, e sul punto la dichiarazione congiunta adottata ieri a Vienna è egualmente chiara, la soluzione non può, egualmente, essere rappresentata da iniziative — egualmente censoree — adottate direttamente dai gestori delle grandi piattaforme online di intermediazione dei contenuti.

Al riguardo i rappresentanti delle quattro organizzazioni internazionali mettono nero su bianco senza esitazioni né reticenze che “quanto gli intermediari intendano assumere iniziative per limitare la circolazione dei contenuti pubblicati dagli utenti (come la moderazione e la cancellazione)…dovrebbero adottare policy chiare e predeterminate…basate su criteri obiettivi e non sul perseguimento di obiettivi ideologici o politici”.

E tali policy dovrebbero essere adottate all’esito di una consultazione con gli utenti , rispettando, in ogni caso, le garanzie minime del giusto processo ovvero notificando tempestivamente agli utenti l’intenzione di moderare o rimuovere un contenuto ed offrendo a questi ultimi la possibilità concreta di difenderne la pubblicazione.

Non sono, dunque, quelle sin qui rimbalzate più di frequente come panacee della virulenta influenza — ormai universalmente battezzata “fake news” — che affligge l’universo dell’informazione le medicine attraverso le quali combattere e debellare il fenomeno.

La ricetta, secondo le quattro organizzazioni internazionali, dovrebbe, al contrario, essere di segno radicalmente opposto e mirare più che a limitare la circolazione dei contenuti attraverso i media tradizionali e mainstream, tendere a moltiplicarla.

Promuovere diverse e credibili fonti di informazione attraverso tutti i media, inclusi i social network, proteggere gli intermediari da ogni forma di responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti, promuovere l’alfabetizzazione all’uso dei media e del digitale e diffondere — anche a livello governativo — informazioni affidabili sulle materie di pubblico interesse.

Pluralismo e alfabetizzazione all’informazione insomma più che censure tecniche e normative per combattere la disinformazione.

Parole sagge, ricette sostenibili, indicazioni democraticamente preziose quanto l’ossigeno.

C’è solo da augurarsi che se ne sappia far tesoro.