Orsacchiotti (troppo) parlanti, internet delle cose e privacy. Guida alla lettura di una storia di ordinario futuro.

Bambole e bambolotti di una volta, capaci di registrare grazie ad un dispositivo nascosto nel pancino le parole di bambini ed adulti e ripeterle a richiesta stanno progressivamente andando in pensione e lasciano il posto a giocattoli sempre più sofisticati che, ormai, registrano suoni e voci e li spediscono tra le nuvole — quelle dei servizi cloud — per tenerle a disposizione dei loro “padroni”.

Sembrerebbe essere accaduto così che i messaggi sussurrati da centinaia di migliaia di bambini in giro per il mondo — e, probabilmente, dai relativi genitori — nell’orecchio di simpatici orsacchiotti di peluche siano rimasti esposti per intere settimane alla mercé del mondo intero e, in qualche caso, abbiano attratto l’attenzione di malintenzionati che ne avrebbero fatto incetta online.

All’origine dell’episodio raccontato in queste ore da diverse testate online in giro per il mondo la scelta scellerata del produttore di non adottare alcuna misura di sicurezza per proteggere il database nel quale i possessori del giocattolo venuto da un futuro che è già presente hanno riversato le loro parole, i loro messaggi, le loro confessioni all’orecchio degli orsacchiotti “magici”.

E’ un episodio come tanti già sentiti e tanti che, probabilmente, sentiremo raccontare negli anni che verranno nel corso dei quali l’internet delle cose, quella degli oggetti connessi si diffonderà ed entrerà nelle nostre case, nelle nostre auto e nelle nostre vite.

Ma prima che qualcuno utilizzi incidenti come questo per provare a convincere il mondo o anche solo i decisori politici che per scongiurare il rischio che episodi come quello degli orsacchiotti chiacchieroni si verifichino ancora è opportuno irrigidire le regole, rallentare la diffusione dell’internet delle cose, limitare la possibilità di connettere al web miliardi di oggetti, val la pena di mettere nero su bianco, senza esitazioni, né tentennamenti che il problema non è la connessione al web di miliardi di oggetti ma la mancanza — in taluni casi assoluta — di una cultura del digitale e della sicurezza.

Non è un bambino che ha sbagliato a usare il suo orsacchiotto parlante ma la società che li ha prodotti a non porsi il problema di sottrarre una montagna di dati personali dei propri clienti — poco conta quanto personali, preziosi e per davvero riservati — dalle orecchie indiscrete altrui.

La vera scommessa, mentre l’internet delle cose non è più il futuro ma è già il presente è riuscire a diffondere con sufficiente efficacia e rapidità un’adeguata cultura del digitale e della sicurezza in digitale anche tra i produttori di oggetti — come appunto quelli di giocattoli — meno avvezzi a confrontarsi con hacker, cracker e cybercrminali.

E’ questa la scommessa che ci aspetta e che aspetta i decisori politici del mondo intero: disseminare cultura anche laddove sin qui non è arrivata perché la vera novità nel mondo degli oggetti connessi è che, domani, un orsacchiotto, un cuscino, una macchinetta del caffè e centinaia di migliaia di altri oggetti di uso quotidiano potranno trasformarsi da simpatici giocattoli o indispensabili utensili da cucina in diabolici cyberspioni pronti a raccontare al mondo tutto quello che accade nelle nostre case.

Per evitare che ciò accada non servono regole e divieti ma solo tanta, tanta buona cultura e serve naturalmente che i Governi investano sempre di più nella sua promozione e diffusione.

Il treno che porta al futuro non si rallenta e non si arresta ma si guida e si governa nella direzione migliore per tutti.

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