Cosa mi piace di Windows 10, e cosa no

Premettiamo che il mio utilizzo di Windows è quasi esclusivamente tablet.
Domanda amletica: ma a cosa servono i tablet e a chi si rivolgono?

Prequel

Io ci ho provato, con un iPad preso con una tempistica infelicissima: iPhone morto, vacanze imminenti, per non compare un iPhone vecchio dopo un mese presi l’iPad. L’ultimo con l’ingresso a 13 pin. Subito dopo uscì il nuovo e già questo inquinò non di poco il mio rapporto con il vassoio di casa Apple. Poi successivamente, alla prova dei fatti, capii che no, non mi serviva a una mazza. Aggeggio utile solo per il consumo.
Quindi destinato a due categorie di persone: bambini, anziani.
iPad Pro my arse.

Ma c’è un altro scenario, in realtà. L’utilizzo di un dispositivo del genere in ospedale o in quelle situazioni in cui si è costretti a stare ai domiciliari semi-allettati, e questo è stato il mio caso. Si sa che nei periodi di ricovero in ospedale Steve Jobs utilizzava un iPad e per quanto ai tempi l’iPad sembrasse prodigioso lui — noto tritapalle — non mancava di trovare spunti per ampliarne le potenzialità e migliorarne l’esperienza d’uso. Riportando tutto al suo team di sviluppo. Forse credeva dessero retta a un moribondo. Di quei rilievi io credo che non sia finito nulla nell’iPad, nemmeno nel Pro (anzi, l’hanno fatto più grande). Perché il problema del tablet di Apple è l’OS da smartphone, che è ancora lì, sempre lì.
Certo, fisicamente, è uno strumento meno stancante di un portatile. Anche se il Macbook 12" è lì ad ammiccare.
Se esistesse un marketing onesto, questi dispositivi andrebbero marchiati per quello che sono: iPad for hospitals, Macbook for hospitals (o for airplanes, piccola concessione). Fuori da questi contesti, mi sembrano ancora l’uno inutile e l’altro un accessorio fashion. Giocattoli. 
In fondo però, si comprano gadget proprio perché questo sono. Restituiscono un po’ di quell’emozione fanciullesca del regalo a Natale. 
E poiché io sono una bimba nerd, ho preso un Surface.
Nemmeno il fattore cool di Apple, è proprio un nerdismo disperato.
Nel frattempo Windows rafforza il messaggio correggendomi nerdismo in perdiamo.

Al fondo di questa scelta tre motivazioni. 
Una l’ho ampiamente spiegata in qualche lamento precedente ed è il mio disappunto furioso con quello che sta facendo Apple, dagli iPhone senza buco-cuffia (un iPhone asessuato/mutilato) ai Macbook per Kim Kardashian. Tralasciando orologi patacconi e audiosigarette da 180€, perché su quelli prendo fuoco.
Un’altra è quella accennata sopra, il fatto che un tablet resta (forse) più comodo di un Macbook se devi usarlo a letto o sul divano.
La terza è la curiosità informatica di provare seriamente Windows e quella filosofica di rispondere al quesito: ma un tablet è veramente inutile o è Apple che is doing it wrong?

Rispondo subito: è Apple che sta sbagliando a insistere con un iOS identico per telefono e tablet. Un tablet resta scomodo per tante cose, proprio per come è fisicamente e per come devi tenerlo in mano. In certe situazioni però è comodo, resta più portabile, e se ha un OS serio smette di essere inutile e puoi farci cose.

Teoria di Windows

L’unico modo per investigare le possibilità di un tablet così concepito era prenderne uno con Windows 10. 
Android, da questo punto di vista, è nella stessa identica situazione di iOS. Windows invece adotta un approccio completamente diverso, e già per questo merita considerazione. E Surface scelta quasi obbligata, essendo l’equivalente Microsoft di un prodotto Apple con sw e hw tarati ad hoc.
Tra le cose che mi piacciono di Windows, quindi, direi che il primo posto va a questo, al fatto che Microsoft con l’OS unico stia battendo una strada differente rispetto ad Apple e Google. Ma soprattutto rispetto ad Apple, perché alla fine Google ha ChromeOS e con Android open source le sperimentazioni desktop non mancano. Con risultati così così, ma questo è il bello e allo stesso tempo il brutto dell’open source. E io credo che sia comunque più apprezzabile dell’ostinazione di Apple a non fare un OS per iPad e all’arroganza (stava per scapparmi protervia, ma infondo è courage™) di farne uscire uno, con un OS da smartphone, e chiamarlo Pro. 
Ma “the rest of us” è diventato davvero così fesso?
Domanda retorica, the rest of us non esiste più.

Insomma, il paradosso odierno è che chi oggi pensa differente è Microsoft.
E che se proprio vogliamo parlare di coraggio, è Redmond che l’ha avuto. Scegliendo di fare un sistema operativo che come le macchinine dei Trasformers può passare da maggiolino (tablet) a colosso robot (desktop) in modo del tutto naturale. O almeno questa è l’impressione che si ha provenendo da iOS e sognando un macOS da tablet. Il risultato a cui arriva Windows non è perfetto, passati gli entusiasmi iniziali emergono gli attriti ma non v’è dubbio che rispetto ad Apple Microsoft sia molto più vicina ad aver centrato il bersaglio. All’inizio che usavo il Surface il fatto di avere un OS completo usabile da touch (più tutto il parco software da desktop) mi sembrava stupefacente, e se ho atteso parecchi giorni per mettermi a scriverne era proprio per evitare le iperboli da ubriacatura nerd che mi avrebbero portata a usare termini come straordinario, meraviglioso. Minchiate alla Phil Schiller.
Ma io che non sono nessuno, davanti a tale prodigio software non ho potuto non pensare: se una cosa del genere sapesse farla macOS… Se bastasse un nulla per farlo morfare da desktop a tablet come fa Windows 10…
Ma no, abbiamo gli iPhone rosa e oro, che vogliamo ancora?
Eppure io non posso non credere, o illudermi, che a Cupertino questo lo sappiano, ci stiano lavorando, ma il cerchio gli è difficile da quadrare. Nel mentre, prendono in giro con iPad “Pro”, tanto oggi non c’è niente che tirino fuori che non venga acclamato, desiderato, comprato. Non è più un culto, quello ha una sua nobiltà. È una fede, con tanto di tempio raeliano, tra poco. Roba per menti buie.

Quadratura del cerchio difficile, dicevo. Però anche unica strada percorribile se si vuole dare una destinazione d’uso meno cazzona a un dispositivo come un tablet. Microsoft si è messa su questa carreggiata da subito. I tempi di Windows Mobile sono davvero cosa del passato. Ma i fallimenti multipli di Microsoft sono stati una palestra, e il prodotto che hanno oggi, Windows 10, è solido, coeso, funzionale. A me non pare per niente poco e mi sorprende proprio questa coesione, perché da desktop a tablet Windows non traballa per un secondo, non si perde in adattamenti forzati per portare un’app, la stessa app che usi su desktop, sul PC, a essere usata con le dita, col touch (se è un’app sviluppata per bene, però). Con tutto l’OS dietro che gli si adatta. Vedere per esempio i Settings come sono su desktop e come sono su tablet: uguali, ma perfettamente adattati. In elenco su desktop, a icone su tablet. Senza sacrificare niente. E sono logici, raggruppati bene, disposti in maniera chiara. Se proprio qualcosa non la trovi, cerchi o chiedi a Cortana, e sei servito/a. Devo dire come sono i settings su iOS? Come funziona Siri?
E ricordiamo, lapalissianamente, che l’hardware è lo stesso, il dispositivo è lo stesso, sia esso un Surface o un coso equivalente di altro produttore (Lenovo sta lavorando a cose interessanti). L’iPad invece non lo puoi proprio confondere con un Mac.
Parlare di Windows, dunque, significa confrontare un OS unico con due OS separati, le cui funzioni esso riassume e svolge in maniera non voglio dire egregia ma quanto meno efficiente. Mentre su iOS fare una cosa minimamente più “da desktop” significa ancora fare contorsioni dolorose. C’è chi ama farle, tra automazioni e macro che richiedono ore di pianificazione strategica, ma è lo stesso atteggiamento di chi si fustiga per fede. Che glielo vuoi vietare? Io non ho la loro pazienza. O forse mi manca l’agilità di piegarmi io al non-OS dell’iPad. Non chiedetevi cosa può fare un iPad per voi! Chiedetevi cosa potete fare voi per lui! Io intanto mi chiedo se quel dispositivo stupefacente che sento descritto nello spot serale dell’iPad Pro (“aaah, se il tuo computer fosse un iPad Pro”, più o meno) sia davvero un iPad e non un Surface, che invece in quella descrizione mirabolante più ci potrebbe rientrare. Ma come si può sparare una palla cosi spudorata?

Quindi, a livello macro: differenza d’approccio allo strumento tablet, con una concezione dello stesso molto diversa da quella cazzara di Apple (Android è ancora più arretrato) e quadratura discreta del difficile cerchio con un OS liquido — perdonami Baumann per questo ennesimo abuso cretino del tuo aggettivo di maggior successo — che con disinvoltura passa da desktop a tablet senza impedirti l’uso di nessuna applicazione. Per quanto alcune proprio non si prestino, ma non è colpa tanto di Microsoft. E per quanto Windows in desktop usato estensivamente da touch resti scomodo (con penna già migliora).

Nei dettagli, inevitabilmente, le cose si complicano un po’.

Pratica di Windows

Scendere nei dettagli significa passare dalla bellezza teoretica di Windows OS liquido alla pratica grezza del suo utilizzo quotidiano, dove l’attrito con un sistema con cui non si ha confidenza provoca per forza qualche graffio.

Il Surface che ho preso è il 3, quello più piccolo, più tablet e meno notebook.
Un notebook Windows ancora non mi arrapa abbastanza da comprarlo, e volendo questo Surface mi può dare un’idea sufficientemente chiara di come sia usare Windows per lavoro. Che per me significa essenzialmente Creative Suite, anche se c’è tutto il contorno di app e workflow che sono parte integrante del mio, uhm, processo produttivo. Ricreare questo su Win, è dura, durissima. Si fa, credo, ma occorre tempo e pazienza. Cose che io trovo solo se mi ci diverto un po’, e Windows non è per niente divertente. 
Il Surface 3 insomma, mi basta e avanza.

E quindi una compra un Surface, fa l’unboxing (senza farne il video celebrativo), incuriosita sì ma eccitata effetto Apple no, lo prende in mano e ne fa una prima stima come oggetto fisico: dimensioni, peso, qualità dei materiali, soluzioni per tenerlo impiedi. L’ala dietro tipo sdraio è un po’ rozza, ma funziona benissimo e mi evita di incassare il Surface in un case, che io non sopporto e non ho mai usato e non capisco come la gente possa usarli se non per nascondere oggetti brutti. Il Surface, proprio brutto non è. Il case però, senza aletta dietro, sarebbe servito per dargli quel minimo di supporto per farlo stare in posizione, come è obbligatorio con un iPad. Microsoft sapendo che il Surface è destinato a un uso meno ludico, l’ha dotato di supporto. Dettaglio secondario forse, ma che da solo già da un’idea dell’enorme distanza che c’è tra un Surface e un iPad. Serietà, via.
È anche il motivo per cui sopra accennavo a un non divertirmi con Windows. È un OS serio che vuole farti lavorare, e basta.
Come dimensioni, siamo tra un Macbook 12" e un iPad normale (ormai ho perso il conto di quanti ce ne sono e di come si chiamano… mini, maxi, pro, c’è già un Plus?). Ma rispetto a entrambi, molto più bulky. O né carne né pesce, o grande versatilità. Per decidermi dovevo metterlo alla prova e la prima cosa che ho fatto è stato provarne la tastiera touch su questo display da 10.8, e mi è subito piaciuta. Dai suoni, al layout dei tasti, al colore. I suoni, sembra una cazzata, ma sono importanti: meno distraenti che su iOS (sul 10 sono un poco migliorati), più discreti. Ti dovessi mai distrarre e rallentare il lavoro? No no, Windows non vuole. I suoni della tastiera di Windows ti danno quel minimo di feedback pseudo-fisico (skeuomorfismo sonoro?) che ti aiuta a capire che hai pigiato bene, ma al contempo non ti martellano il cervello come i tic tac tic tac di iOS fino a ieri. Oggi sono più un plin plin?
Insomma tastiera promossa. Meglio dell’iPad e non troppo diversa da quella di un Macbook 12, macchina (anzi meglio sarebbe chiamarlo gingillo da gioielleria) che io avevo preso un attimo in considerazione e che trovo esteticamente stupenda. Ma quella tastiera a corsa quasi 0, mi ha spento ogni entusiasmo. Su un portatile, a quel prezzo, non era una cosa che avrei potuto sopportare considerando quello che ci avrei fatto (ben poco oltre scriverci, essendo un Mac piuttosto loffio). 
Dopo aver provato la tastiera e averla apprezzata la prima cosa che ho dovuto fare è stata spazzare via la tristezza dello sfondo del desktop e del log-in, mettendo due wallpaper dalla mia piccola ma curata collezione. Sfondi che stanno sui miei Mac, più o meno a rotazione, da anni e anni. Bisogna sentirsi un po’ a casa sui computer, no?
Su Windows, fa tanto freddo.

Quello che è venuto dopo è stato un prendere confidenza con l’ambiente.
Mentalmente, ho dovuto sforzarmi, riuscendoci poco, di fare tabula rasa delle mie abitudini maccarole. Quel fare le cose naturalmente perché sai dove è cosa, come fare questo e quello. Il Finder e il Dock. La menu bar. Il dolore agli occhi quando dovevo forzarli a girarsi verso il basso per guardare l’ora, mentre loro volevano andare in alto a destra. 
Windows è una stanza sconosciuta in cui ti muovi al buio.
Iperbole, basta un attimo accendere la luce. L’interruttore è quell’icona a forma di finestra. E il menu Start, dove tutto è squadrato e stilizzato all’estremo, quasi geroglifici egizi. Una compostezza ieratica. Una precisa dichiarazione d’intenti. È un po’ Launchpad, un po’ cartella Applications, un po’ menu Mela, un po’ anche Finder. Quando dicevo che è tutto molto coeso. Tante funzioni coagulate in un unico posto. Stride con la mia memoria muscolare da utente Mac, ma l’unico difetto che gli posso trovare è questo: di essere diverso. Di non essere un Mac. Ma di per se è ordinato, logico, chiaro. Molto più di macOS, che ancora ricordo che effetto straniante mi faceva i primi tempi (Jaguar), quando abituata alla forma di Windows e Linux/Gnome il Mac mi sembrava disordinato e dispersivo. Con la differenza però che allora come oggi macOS –mannaggia, come è strano non dover scrivere OSX – ti invita a farsi esplorare ed è socievole con l’utente. Windows no. Non è socievole, è servizievole. Hai tutto là davanti, che gli puoi chiedere? Non c’è niente che non trovi. Ma. Ma. Uno dei motivi reconditi, ipotizzo, è che sotto sotto Windows non è pulito come macOS e quindi per forza non vuole essere esplorato più di tanto. Perché appena scavi più in profondità finisci nel labirintico File Explorer, e quello… Quello è l’inferno.

Restiamo per ora nei cieli tersi dell’interfaccia che sta sopra a quel guaio di Explorer.
È senz’altro la seconda cosa che mi piace di più dopo quella filosofica del “think different” della Microsoft odierna di cui parlavo sopra.
Lo sforzo per far uscire questa interfaccia dal guscio orrendo del vecchio Windows appare evidente. Evidente è anche che il lavoro non è stato ancora completato, File Explorer sembra un residuato bellico, è identico a Windows 95. Tutto il resto invece, è moderno e funzionale. Pare un po’ di stare all’Ikea, nulla è veramente bello, ma nulla è nemmeno brutto, e tutto è senza fronzoli, essenziale (spero il Surface mi duri più delle librerie Expedit). 
Il flat design? È qui, Ive su iOS l’ha proposto dopo, quando il canone di Metro era già ampiamente codificato. È un linguaggio estetico che su Windows sta molto bene, serve perfettamente a rendere quell’impressione di rigore, funzionalità e essenzialità che mi sembrano i princìpi filosofici (…) che sottendono Windows (che è pure molto stabile). La sensazione generale è di grande pulizia e ordine. Un po’ anche di noia, ma non siamo qui per divertirci. L’unica concessione sbarazzina a questo sereno mortorio sono i Live Tiles del menu Start. Un po’ di movimento giusto per far vedere che Windows è vivo e lavora insieme a noi. Ma attenzione, mica Windows fa ballare le mattonelle senza motivo solo per farti le moine! No, quell’animazione è funzionale a mostrare una qualche informazione: nell’app Meteo sono le previsioni a tre giorni, nell’app Photo sono le thumb delle tue foto. E cose così. Non sempre è utilissimo, ma dipende da come uno sviluppatore sfrutta questa possibilità di Windows, che in se è una trovata intelligente. Ma mediamente l’offerta software di terze parti non è a pari livello della qualità di Windows come sistema operativo. La trovo abbastanza modesta, con sviluppatori piuttosto svogliati. Avere sw di qualità che sfrutta a fondo l’OS è un fattore enorme nel fare la qualità di un ambiente operativo (OS ed ecosistema app) rispetto a un altro. Qui Microsoft ha molta strada da recuperare. Qui, alleluia, Apple resta anni luce avanti. Ma questa è la fase storica in cui ad adagiarsi sugli allori è Apple e a pedalare è Microsoft.
Insomma, tutto minimal, tutto piatto. Sembra incredibile rispetto al Windows a cui ero rimasta (98).
Non hanno osato un minimo di profondità, per paura di sporcare quest’UI così igienica e così leggiadra, così zen. L’impressione che si ha è infatti anche di leggerezza (notevole — no? — se si pensa che sotto c’è un sistema notoriamente pachidermico). Almeno ai miei occhi abituati a molti anni di barocchismi forstalliani su OSX.
Da questo punto di vista, l’effetto novità per me è stato palpabile. Davvero una boccata d’aria fresca.
Dove questo linguaggio si esprime al suo meglio è nelle app di Microsoft stessa. Non che manchino buone app di terze parti allineate all’estetica del sistema operativo, ma mi sembrano sempre un pelo indietro rispetto a quello che potrebbero essere: se sono pulite nell’interfaccia, sono carenti nelle funzionalità, se sono cazzute a funzionalità sono sporche nell’interfaccia. Sembra che gli sviluppatori non corrino alla stessa velocità di Microsoft e non riescano a starle dietro, sembrano ancora gravati dal peso del vecchio Windows, da cui per pigrizia faticano a scollarsi. Nel complesso, danno l’idea di non aver assimilato ancora a pieno il linguaggio visivo di Windows 10.
Se lo si vuole vedere espresso al pieno del suo potenziale attuale (che non credo sia ancora il suo massimo) bisogna guardare app come Edge e OneNote. Che mi piaccia OneNote su Windows è per me sconcertante, ma la sorpresa più piacevole è stata Edge. Ero curiosissima di Edge, potrei dire che volevo un Surface solo per testare a fondo il browser. È leggero, essenziale, comodo da usare, forse ancora un po’ carente di funzioni, ma è un germoglio tenero e deve avere tempo. Già da ora però si lascia usare come browser di default al posto di Chrome. Su Mac con Safari non accade, anzi Safari che pure ormai è vecchio, rispetto a Edge sembra un infante. Safari nel tempo si è solo involuto. Interfaccia scomoda e funzionalità limitate, si finisce ad accontentarsi di Chrome perché almeno all’estetica modesta supplisce con funzionalità avanzate. Se entrambi Safari e Edge vogliono essere browser minimali, l’interpretazione che danno del concetto di minimalismo non potrebbe essere più diversa: Apple lo intende come un ridurre-ridurre-ridurre, Microsoft come un sintetizzare. È un minimalismo molto più organico. Un esempio pratico per non essere troppo vaporosa: la barra degli indirizzi in Edge, una volta che si è finito di scrivere, si amalgama col resto della finestra semplicemente immergendosi nello stesso colore, senza il classico bianco effetto riga, senza scomparire o omettere un’informazione (come fa Safari segando l’url completo). È una delizia. È il dettaglio che fa innamorare. Una lezione di software design (design is how it works) che dimostra attenzione e cura. Una delle poche coccole che Windows fa all’utente. E carino è anche il modo in cui consente lo sharing dei contenuti, pulito senza pop-up, o l’integrazione con OneNote, che consente di annotare su una pagina web come su un PDF, senza acrobazie.
E venendo dunque a OneNote, la cui interfaccia su Mac mi ha sempre fatto ribrezzo, ho scoperto un’app proprio carina, non oberata da quell’odioso ribbon (compare una sua versione ripulita solo a comando), ricca di funzionalità tranne INSPIEGABILMENTE quella di normale text editor (mentre se vuoi usarlo tipo InDesign dei poveri, alla Pages, va benissimo). Ma la mancanza di un text editor (ne ho cercati tanti per scrivere questo post) l’ammazza, e a differenza di Edge finisce che non lo uso. Ma diamole tempo.

Quando insomma alla cura dell’interfaccia di Windows si accompagnano app curate allo stesso modo, l’esperienza d’uso è gratificante e piacevole. Si riesce a fare quello per cui si è afferrato il Surface avendo la sensazione per tutto il tempo che lo si usa di essere focalizzati sul task principale, senza distrazioni e senza però troppe limitazioni. Su macOS si ha l’impressione di essere più fluidi e quindi più inclini al multitasking, che può essere (ma non per forza) dispersivo. Per esempio cambiare brano in Spotify ti costringe ad abbandonare la finestra su cui c’è la roba a cui stai lavorando. Su Windows, metti Spotify in split (funziona stupendamente sia in desktop che in tablet), lo confini alle dimensioni di una sidebar molto poco invasiva, e ce l’hai lì a portata di mano senza perdere il focus sul lavoro. Buono. Ma la modalità in cui le app si spartiscono lo spazio va un po’ migliorata. Dovrebbero poter ruotare senza perdere lo split, oppure essere portate in fullscreen con più facilità (in desktop si fa, in tablet no), eccetera. Credo in Microsoft lo sappiano. Ci sono potenzialità da esprimere ancora al meglio e ampi margini di crescita. La strada davanti è aperta. Una sensazione che con Apple non ho tanto, forse solo perché, semplicemente, è un periodo tra me e loro di scarsa sintonia (credo di non essere più il tipo di utente che piace a loro).

Basta tutto questo per metterti a tuo agio provenendo da Mac? No, trovo il Mac comunque più comodo. Come un divano, se non addirittura un letto. Mi manca quell’intimità. Windows ha un’atmosfera tutta diversa, non è la tua camera da letto, è il tuo ufficio. Non è certo un difetto, anzi per un utente diverso da me è molto meglio stare in un ambiente che non ti fa rilassare troppo e ti tiene focalizzato sul lavoro. Ma a ciascuno il suo, e questo, per dirla breve, non è il mio. Si ritiene, non a torto, che dire come si diceva 10 anni fa o più che “il Mac è per chi fa grafica” sia una panzana ormai anacronistica. Lo è, non c’è niente che fai su Mac che non puoi fare su Win, ma era così anche dieci anni fa. È il modo che è tutto diverso. Non basta risolvere la cosa dicendo che sei stai tutto il giorno in ID/PS/AI l’OS nemmeno lo vedi. Perché mica sta tutto in una sola app. Io ho mille altre cose aperte, possono essere immagini da cui trarre colori o documenti Word da cui trarre testi. E trovo l’interazione tra tutto questo molto più fluida su Mac. Non è semplicissimo da spiegare, diventerebbe uno spin-off di questo articolo già prolisso. Mi limito a dire che il Dock su Mac ha le icone delle applicazioni di una grandezza che puoi impostare tu, e il dragghendropp è quindi estremamente più facile perché non hai bisogno di prendere la mira. SU WINDOWS SÌ. La taskbar. Icone a grandezza fissa. E sbatti su questo piccolo, piccolissimo dettaglio spigoloso tutto il giorno e vedi se non è logorante. Lo è, per me lo è. Sono delicata. 
Le icone del Dock hanno il comfort dei cuscini del mio lettone. Quelle di Windows hanno la fredda utilità delle piastrelle del cesso.

Finale

Ok.
Mi avvio a concludere. Non ho detto tutto, ma se avessi seguito ogni spunto che mi veniva mentre scrivevo avrei finito a perdermi nel labirinto come mi succede con File Explorer e ad abbandonare quest’articolo. 
Credo che resterò con questa lacuna di non aver parlato compiutamente (e male) di Explorer, della sua interfaccia straripante così in contrasto col resto di Windows, pur essendone parte integrante, anzi fondamentale (il file manager, oh).
Così come mancherà un discorso, che pure meritava di essere fatto, su come sia bello il rendering dei font e su come funzioni bene Segoe. Mi ricorda l’indimenticabile Lucida Grande, che Apple ha rinnegato (bastarda).
Bastino questi due brevi accenni.

Non credo che con Windows ci sarà una relazione lunga e proficua. Rimarrò con le mie delusioni cupertiniane senza — speriamo non in eterno — consolazioni.
Tuttavia, mi piacerebbe sia emerso, alla fine della fiera, che Windows merita più di qualche elogio, nonostante io non avrei toccato un Surface se non mi ci avesse spinta Apple, gli iPhone senza jack, e i Macbook rosé. È un OS in generale molto affidabile e (su questa macchina) stabile. In quegli ambiti dove è richiesto un tipo di lavoro molto schematico che necessita di attenzione e concentrazione su un preciso task (finanza? scrittura molto strutturata?), Windows è più a suo agio di macOS. Incoraggia meno le distrazioni, che sono deleterie. Tranne per chi fa un tipo di lavoro che invece si giova di divagazioni ossigenanti per il cervello. Insomma, il Mac conserva una sua certa ludicità, che per me è una benedizione. Mettete un bambino davanti a un Mac e a un PC, e vedete quale dei due è un computer per adulti.

Backstage

Un po’ di retroscena li devo raccontare…
L’idea quando ho iniziato a pensare di scrivere una mia cosa su Windows 10 era di evitare di fare una matassa di pensieri e articolare bene il discorso in punti chiari e distinti. Non ci sono riuscita. Volevo un titolo chiarissimo, a costo di essere banale, e l’ho lasciato. Cosa mi piace e cosa no. Ma separare il cosa no e il cosa sì mi è stato impossibile. Volevo fare due trattazioni separate ma una volta che ho avviato la stesura il discorso ha preso una sua piega diversa e deviarlo verso due sezioni distinte mi sembrava toglierli organicità. Se parlavo di una cosa buona, c’era sempre l’ombra della cosa brutta, inscindibili. La bella pulizia dell’interfaccia e la sua monotonia cimiteriale sono la stessa cosa.
Volevo inoltre impostare l’articolo senza la pretesa (non che non mi sarebbe piaciuto) di avere una tesi e di volerla sostenere e dimostrare. Non ce l’ho. Non voglio arrivare a un punto che dica Windows sì o Windows no (Windows bum?). Riesco meglio a dire il percorso che l’approdo.
Infine, perché su Medium.
Non amo tanto questo palcoscenico, il motivo è puramente tecnico. Pubblicare su Tumblr un articolo così esteso, con tutte le necessità di revisione, correzione, formattazione del testo, era una tortura. Lo dico perché conosco Tumblr e perché, nonstante questo, ci ho provato (non pensavo di allargarmi tanto). Se avessi voluto usare il Mac, ma mi sono imposta di no (non vale!), avrei avuto più di una soluzione comoda e praticabile. Su Windows mi sono trovata un po’ persa, non conoscendo app, dovendomi destreggiare col touch. Avrei potuto scrivere in Markdown e poi fare semplicemente copincolla in Tumblr. Restava che il layout del mio tumbolo non è pensato per testi così esageratamente lunghi e che se si impone un tale supplizio si ha il dovere almeno di rendere la lettura visivamente agevole. E qui Medium risolve. Poi, scrivere in MD pare un vezzo di noi maccaroni e quindi su Windows si trova ben poco di decente. Anzi, il più accettabile dei pochi editor che si trovano non è all’altezza del peggiore degli editor su OSX (…MACOS). Del resto, Windows vuole farti scrivere con Word, non prevede tanto che si possa scrivere a scopo più amateur qualcosa che non sia un saggio su Visual Basic. 
Se avessi scritto questo pezzo su Mac ci avrei messo più tempo, nonostante me la sia presa ben comoda anche sul Surface. Avrei interrotto ogni tanto per leggere qualche articolo in Reeder, per creare un’immagine di copertina che non fosse la prima cretinata (Biancaneve svenuta!) che mi è venuto in mente di cercare su Google. O al limite avrei tenuto Biancaneve ma l’avrei sistemata un po’ con Affinity Photo. Avrei anche messo qualche link qua e là, addirittura qualche screenshot che illustrasse tutto quello che andavo dicendo sull’UI di Windows.
E invece niente, perché su Windows m’è passata la voglia. Sono stata tenuta tutto il tempo focalizzata sulla scrittura. Pregio o difetto di Windows? Probabilmente solo suggestione di chi scrive che Windows sia capace di simili sortilegi :) Ho scritto il grosso, a spezzoni, utilizzando un’app di nome ActionNote, carina. Molto basica, ma gets the job done. Se non fosse che l’autosave non autosalva e che l’icona (classico floppy) per salvare sta attaccata a quella per chiudere e mi ha fottuta più di una volta.
Le rifiniture e la parte conclusiva le ho fatte direttamente su Medium.

Un ultimo, ultimissimo pensiero: spero che Apple se ne esca con bellissimi, avanzatissimi nuovi Macbook. Così che io possa fregarmene degli iPhone rosa, e pure di Windows.

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