Fuori dal sogno

Fear ruled everything around me…

Between The World And Me è l’ultimo libro di Ta-Nehisi Coates, giornalista, opinionista e reporter per The Atlantic, per il quale ha pubblicato alcuni degli articoli più citati e discussi negli Stati Uniti negli ultimi anni. Coates è stato, anzi è, una delle voci più forti e determinate riguardanti gli abusi di potere da parte della polizia che negli ultimi tempi hanno funestato le pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma ancora di più, Coates è una delle poche voci che non fa dell’universalismo spicciolo la su cifra. Le sue opinioni non sono unificanti o tutto sommato assolutorie nei confronti del “sistema” (giudiziario, economico e carcerario) americano, al contrario scavano nell’eredità marcia del suo paese, nella demagogia dei suoi legislatori e nella paura che ogni giorno viene provata da milioni di afro-americani, che temono di vedere il proprio corpo distrutto. In BTWAM, la dimensione fisica è preponderante su quella spirituale, Coates non crede in dio e non crede nel martirio, gli ultimi non saranno i primi, gli ultimi perdono il loro corpo e spariscono per sempre.

BTWAM si presenta come una lettera, sostanzialmente di carattere ammonitorio, dell’autore al figlio adolescente Samori, con la funzione di rifornirlo degli strumenti necessari a difendere il proprio corpo e di metterlo al corrente dello spazio, sostanzialmente incolmabile tra il mondo — “coloro che credono di essere bianchi”, li definisce Coates, riprendendo James Baldwin — e lui. Questo lo fa raccontandogli la propria vita e le sue esperienze personali, trasformano questa lettera aperta in un memoir, che racconta La Lotta di un ragazzo di West Baltimore, figlio della strada e allo stesso tempo di una famiglia colta e conscia delle battaglie civili compiute dai loro predecessori. Lo fa raccontando l’effimera gioia degli anni universitari e del ruolo che ha avuto la morte, apparentemente senza senso di Prince Jones, un ragazzo che studiava con lui al college, provocata dalla mano di un poliziotto.

Lo fa raccontando di come la differenza tra lui e i suoi coetanei bianchi fosse così estrema, con loro preoccupati solo dei loro giochi, dei loro studi, dei loro amori e lui che doveva vivere in una distopia, fatta di strade da non intraprendere, occhiate da non dare, rigidi codici non scritti da rispettare, e il dover comportarsi sempre “twice as good” rispetto ai bianchi, per essere considerato una brava persona. Racconta queste cose perché non vuole che suo figlio le provi e augurandosi che questo possa succedere — per non fargli dimenticare cosa è stata La Lotta per quelli venuti prima di lui.

“Coloro che credono o anche che necessitano di essere bianchi” è la definizione che da a coloro che controllano i loro corpi, ma ne usa un’altra, ancora più calzante secondo me, li — ci — chiama, “Dreamers”: sognatori, coloro che sono convinti di vivere nel sogno americano, di essere dei privilegiati di diritto e, tutto sommato, di essere delle brave persone, grazie all’uso di una sorta di amnesia di massa, che è anche fonte del loro — nostro — potere: “They have forgotten, because to remember wuold thumble them out of the beautiful Dream and force to live down here with us, down here in the world. I am convinced that the Dreamers of today, would rather live white than live free. In the Dream they are Buck Rogers, Prince Aragorn, an entire race of Skywalkers. To awaken them is to reveal that they are an empire of humans and, like all empires of humans, are built on the destruction of the body. It is to stain their nobility, to make them vulnerable, fallible, breakable humans”.

In un passaggio particolarmente illuminante, Coates individua nei Dreamers i mandanti morali delle azioni criminali della polizia, in particolare dell’estrema libertà d’azione di cui gode negli Stati Uniti. La percezione sballata della criminalità, la violenza considerata casuale e non causale, hanno portato gli eserciti per strada, i pestaggi, le uccisioni, l’incarcerazione di massa. Persino una ricca contea popolata in grandissima maggioranza da afro-americani, Prince George, la brutalità poliziesca era fuori controllo. Coloro che credono di essere bianchi.

Che fare allora? Combattere, combattere sempre, principalmente per se stessi e per la propria comunità, perché i Dreamers non possono essere liberati da altri, se non da se stessi, per emanciparsi dalle proprie paure: “The Dreames will have to learn to struggle themselves, to undestand that te field of their Dream, the stage where they have painted themselves white, is the deathbed of us all”. Fuori dalla paura, e dalla dissonanza cognitiva che durante le partite di football li fa acclamare la star nera della propria squadra e urlare “Uccidi quel n — ! Uccidi quel n — -!” quando il giocatore nero dell’altra squadra entra in possesso del squadra.

Non tutti insieme se ne dovrà uscire, questo è stato dimostrato come impossibile, ma ogni comunità lavorando su se stessa, abbandonando il Sogno, e mettendo piede finalmente nella realtà concreta, nella realtà del corpo.

Between the world and me

by Ta-Nehisi Coates

152 pp. Spiegel & Grau. 2015

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Originally published at guythebored.wordpress.com on January 24, 2016.