Il fallimento di un’idea

Questa mattina ho pubblicato sul mio profilo Facebook una lunga riflessione conseguente l’ennesima delusione politica inferta dal Partito Democratico. La ripropongo qui.


Da ieri sera, moltissimi miei contatti stanno condividendo un articolo de Il Post in cui si spiega bene (questa volta davvero e fuori da ogni ironia) come mai il Partito Democratico ha deciso di non tirare dritto in aula e discutere nel merito, voto su voto, ogni emendamento proposto per modificare il DDL Cirinnà. È un articolo molto utile e vi consiglio di cercarlo. Per quello che conta, ho deciso di non condividerlo. Ho deciso di non condividerlo perché può essere visto come un modo per assolverci, per evitare ulteriori responsabilità e tirare la palla dall’altra parte. Questa volta non voglio farlo. Perché al netto di tutto, al netto del fatto che il passaggio della legge possa garantire ‘qualche’ tutela che adesso non c’è, questa vicenda è un grandissimo, enorme, esplosivo fallimento politico. Ed è un fallimento politico tutto nostro, che arriva da lontano. E proprio perché arriva da lontano, fa più male: ha preso più rincorsa.

È un fallimento politico governare con un partito di centrodestra in nome della tenuta democratica andando a istituzionalizzare uno stato d’eccezione vigente da ormai cinque anni e pensare di essere in una situazione di forza. È un fallimento aver cercato una mediazione con un partito che sulla carta avrebbe voluto cambiare le cose per davvero ma che quasi subito si è dimostrato un insieme disordinato di buffoni, di dilettanti teleguidati allo sbaraglio il cui unico programma è fare lo sgambetto a chi accetta la sfida di governo portando avanti un rancore ignorante e totalmente controproducente. È un fallimento politico aver rinunciato, da tempo, quasi da subito, alla costruzione di un’agenda politica riformista e progressista capace di affrontare a muso duro nodi cruciali per affrontare le sfide del nuovo secolo (nuove leggi sul lavoro; nuove politiche di sviluppo industriale; nuovo approccio alla concorrenza; una posizione netta sulla legalità; una sfida più decisa per l’ambiente; la cultura e la ricerca come catapulta per il futuro; i diritti per tutti): anni e anni di subalternità culturale ci hanno fatto vedere nella famigerata ‘Agenda Monti’ un programma accettabile per recuperare il tempo perduto.

Il problema è che non abbiamo mai avuto la forza di imporre una nostra mentalità. Il problema è che non abbiamo nessuna mentalità.

Cerchi di entrare, di mettere le mani nella merda, di partecipare nel modo più laico e aperto possibile, di innervare un corpo morente di sangue nuovo, di idee fresche portate avanti da persone che non hanno niente da perdere e non vogliono guadagnare nulla se non un futuro migliore per il proprio paese, e alla fine ti rendi conto che la buona volontà va a sbattere contro un muro che forse non sei ancora attrezzato per scalare. Ti ritrovi a mani nude. E in pochi.

No, non mi stupisco. No, non sono ingenuo. No, non mi aspettavo niente da un corpo di rappresentanza così composto e se sono entrato nel Partito Democratico, ci sono entrato proprio perché volevo che ci fossero nuove persone (qualcuna siamo riuscita a portarla, mi sa), nuove idee (sono ancora lì, sono bellissime, dovremmo usarle) e battaglie combattute in altro modo (ogni tanto ci siamo riusciti perché ogni tanto è giusto farsi forti delle proprie convinzioni anche quando siamo in pochi): sapevo benissimo a cosa andavo incontro, cosa rischiavo. Per questo, appunto, fa molto male. Arriva da lontano. Arriva davvero dalla genealogia di chi ha sbagliato più forte. È un bel libro, lì dentro c’è molto di quello che siamo e che non riusciremo a essere chissà fino a quando. Molti come me, molti ventenni-trentenni, vorrebbero ancora provarci.

La dimensione del potere è ormai scollegata dalla dimensione della rappresentanza.

Il Partito Democratico ha ancora centinaia di migliaia di iscritti che in cuor loro vorrebbero combattere per una giusta causa. Sono disposti a ingoiare diversi rospi per senso di responsabilità, ma sanno benissimo quali sono i valori in cui credono e su cui hanno lasciato le vecchie parrocchie per fondarne una nuova.

Uno di questi valori è l’uguaglianza. Un altro di questi è la missione di costruire sempre e comunque una società dove ogni persona possa sentirsi a casa. E fa proprio male vedere come su questi temi fondamentali si creino discrepanze. Non si riesca ad andare dritto, non si riesca a imporre una nostra mentalità. Forse, ripeto, perché non abbiamo nessuna mentalità e i sogni della base restano, appunto, i sogni della base. La famosa fusione fredda di cui parlano molti analisti, alla base delle contraddizioni di questo corpo informe e post-ideologico sempre schiavo di spinte interne, di ragioni diverse, di benaltrismi e incapace di concepire un’agenda per il futuro. È un problema di sistema-paese, direbbe qualcuno. È un problema di classe dirigente, direbbe qualcun altro (che cambia tutto per non cambiare niente). È un problema di gestione del consenso elettorale, direbbe ancora qualcun altro. Un po’ di tutto questo. E lo sappiamo che se vale tutto, niente vale.

E sì che abbiamo passato molto tempo a leggere libri, articoli e analisi che affermavano come il rinnovato entusiasmo dei giovani attorno ai valori dell’uguaglianza potesse garantire finalmente una società più a misura di tutti. Forse si tratta di una prospettiva di lunghissimo periodo. Forse.

Qui non è un problema di numeri. Non è un problema di senatori frondisti, di franchi tiratori, di 101, dei CattoDem, dei turbo-renziani, della ditta che non molla mai e di chi più ne ha, più ne metta. È il problema di una politica che ha perso totalmente il senso della sua missione: fare politica, appunto. Quella cosa per cui a un certo punto la vita delle persone migliora perché migliorano le tutele, le condizioni generali, le possibilità. Quella ‘cosa’ che mette le persone nelle condizioni di vivere pienamente in un paese che ha davvero deciso di scrivere un capitolo nuovo. Questa sarebbe la politica. Non questo spettacolo deprimente che, da destra a sinistra, da maggioranza a opposizione, da sistema a anti-sistema, vediamo da anni a questa parte. E non devo certo mettermi a elencare tutto quello che è successo per arrivare a questo punto. Ci ricordiamo tutti i passaggi salienti. Tutti. Fa parte della nostra cultura, della nostra antropologia, direbbe qualcuno.

Alla fine io ci credo e continuerò a crederci ancora, nella politica. Perché credo nelle persone, e so bene che nonostante la maggior parte delle persone sia rancorosa, acida, incazzata, delusa, stanca, sfiduciata, anaffettiva, cinica, disincantata, disillusa, ignorante, cattiva, spaventata, c’è una luce al fondo del tunnel. E guardate che non è una questione di appartenenza partitica. Accettare o meno la dignità di una persona e il pieno rispetto di diritti fondamentali (che passa anche dalla possibilità di farsi o non farsi una famiglia e di adottare o non adottare un bambino) non è una questione di bandiera: è una questione umana.

Non è questione di essere o non essere di destra o sinistra. È questione di essere o non essere uno stronzo.

Per questo non accetto la motivazione della mutazione antropologica. Perché non sono uno stronzo. E come me, moltissimi altri. Moltissimi altri che spendono ore e ore del loro poco tempo libero cercando di fare del bene a chi ne ha bisogno nei modi che ritengono più opportuni. Si impegnano, cercano di aiutare, cercano di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato fosse anche per aver salutato un paio di volte in più una persona incontrata per strada al posto di guardarla male e leggerla come un potenziale pericolo.

Oggi però no. Oggi sono solo uno stronzo. E come me molti altri che in questa faccenda un po’ sciocca dei diritti ci crede e continua a crederci. E come me molti altri che ancora credono che un grande partito riformista sia fondamentale per portare dei veri cambiamenti per il paese.

Oggi sono solo uno stronzo. Oggi sono solo un iscritto a un Partito Democratico che non è riuscito a lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato.