Il piccolo principe Vlad — Capitolo 1

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste siberiane, intitolato “Storie vissute per finta”, vidi una magnifica fotografia.

Rappresentava un traditore della patria nell’atto di lavorare.

Eccovi la copia della fotografia.

C’era scritto: “I traditori della patria lavorano, senza riposarsi. Dopo di che non riescono più a muoversi ma non possono comunque dormire, durante tutto il tempo che la riabilitazione — o la morte — richiede”

Meditai a lungo sui campi correttivi della Siberia.

E a mia volta riuscii a scattare la mia prima fotografia.

La mia fotografia numero uno. Era così:

Mostrai il mio capolavoro ai Compagni, domandando se la fotografia li spaventava.

Ma mi risposero: “Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un sasso?”

La mia fotografia non era la fotografia di un sasso.

Era la fotografia di un traditore della patria che non stava facendo il suo lavoro.

Affinché vedessero chiaramente che cos’era, fotografai il traditore della patria accanto al sasso.

Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai Compagni.

La mia fotografia numero due si presentava così.

Questa volta mi risposero di lasciar da parte i traditori della patria, sia con che senza sassi, e di applicarmi invece allo studio di Marx e di Rosa Luxemburg.

Fu così che a sei anni io rinunziai a quella che poteva essere la mia gloriosa carriera di fotografo dei campi di lavoro correttivi.

Il fallimento della mia fotografia numero uno e della mia fotografia numero due mi aveva disarmato.

I Compagni non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.

Allora scelsi un’altra professione e imparai la politica.

Ho fatto propaganda un po’ in tutta la Madre Patria: e veramente imparare a manipolare le menti mi è stato molto utile.

A colpo d’occhio posso distinguere una mente plagiata da un traditore della Patria, e se uno si perde nella steppa, questa sapienza è di grande aiuto.

Ho conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai Compagni. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino.

Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata.

Quando ne incontravo uno che mi sembrava avere la mente plagiata, tentavo l’esperimento della mia fotografia numero uno, che ho sempre conservato.

Cercavo di capire così, se era veramente un devoto alla Madre Patria Russia.

Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: “E’ un sasso”.

E allora non parlavo di traditori della patria, di foreste siberiane, di neve.

Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di sindacato, di perestrojka, di glasnost, di vodka.

E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto intellettuale.

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