Le tre fasi della vita.

Erano dei giorni chiari, quelli che sconquassavano rombando la mia esistenza. Erano silenzi divertenti e a volte ineccepibili quelli che passavano fra noi due. Non riuscivo a immaginarmi che cosa sarebbe stato, o quello che dovrebbe essere stato se solo se.

Era principalmente il “se” che mi rendeva parecchio paranoico, in quei giorni chiari. Sia chiaro: non il “”, ma proprio il “se”. Se ci fosse stato un , non avrei mai avuto di questi problemi, e infatti avrei continuato a frequentare mia nonna più spesso. Mia nonna, che mi dava del saltafossi una volta più del dovuto, alla quale ruppi il piatto preferito del decimo servizio buono -ora non più buono, poiché mancante del dodicesimo piatto, il piatto essenziale- e quindi prontamente devoluto a mia sorella che andava a vivere da sola. Zoccola.

E io ero costretto a continuare a saltare i fossi sempre per il lungo, mai per il largo — mai la scorciatoia, sempre la strada più difficile- con il rigor venetis della putrella familiare che reggeva l’architrave delle apparenze dietro di me.

Passai fra tre periodi nella mia infanzia, della quale non ho ricordi, effettuata eccezione per quelle fotografie che mio padre mi scattava di nascosto; a mia insaputa visto che non immaginavo effettivamente cosa fosse quell’apparecchio appeso al suo collo.

Il primo periodo, dicasi appunto “della palla da biliardo” come mi ripeteva sempre mia madre, riassume il preciso aspetto che avevo quando me ne uscì dal suo apparato riproduttivo. Ero un maschio — a detta del puericultore- eccezionalmente sano e forte, già con capelli che avrebbero richiesto uno styling accurato prontamente eseguito da mia zia sedici ore prima dell’ingresso in società, all’alzarsi della tendina.

Il secondo periodo fu quello “del Buddah ridente”, sempre stando all’idrante di mia madre, che alle nuove conoscenze continua a ripetere quanto fossi ciccione, sorridente, e, per l’appunto, immobile come un paralume o una lampe bergère. Qui una foto che mi ritrae come un gengivitico soprammobile sopra le invisibili ginocchia di mia nonna benzinaia, che sorridevo — o piangevo, la mia capacità espressiva all’epoca non possedeva sfumature granché distinguibili- e osservavo il mondo con occhi giganteschi che parevano palloncini d’acqua gonfiati d’acqua marrone fogna.

Il terzo periodo arrivò direttamente alle soglie della pubertà, quando il grasso infantile si sciolse e si riformò in una specie di galassia ellittica fatta di foruncoli sul viso. Costellazioni di foruncoli. Erano, vi giuro, supernove pronte a esplodere al primo contatto, che mi facevano soffrire difronte ai miei compagni di classe dalla pelle soffice come bruchi ancora da mutare.

Furono i brufoli che forgiarono il mio carattere. Credetemi, non c’è esperienza più formativa per un adolescente di mostrarsi al mondo ingioiellato da una corona di pus infetto. È la stessa umile vergogna essere sorpresi dall’amante di turno che esce dal bagno a scaccolarsi dopo aver fatto sesso, solo più intensa e che si prolunga tutta la giornata.

Non ho mai voluto una fidanzata, o forse sono state loro che non hanno mai voluto me. Non ne sarei così sicuro. Ci ho provato, certo. Ho provato a regalare loro dei fiori e dei cioccolatini, come leggevo nei consigli dei Topolino vintage che rubavo dalla collezione di mio padre. Non ha funzionato, ma probabilmente non ho mai beccato il gusto che piaceva loro.

Ho sempre proceduto per tentativi, anche facendomi consigliare dalla parrucchiera alla quale mia madre religiosamente chiedeva sempre e solo il taglio a paggetto. La povera donna ci provava pure, a consigliargli i tagli che andavano al momento — era una donna consapevole dei fatti del mondo, era separata- ma mia madre negava sempre con un impeto inusuale per il suo segno zodiacale. Forse sperava che se mi avesse tenuto sempre allo stesso modo, se mi fossi sempre visto allo stesso modo, non sarei mai cambiato.

Poi ho cominciato a fumare, e questo mi ha rovinato parecchio. Ho cominciato a dire bugie, a rubare soldi dal portafoglio di lei e andare a comprare un unico pacchetto la settimana. Ho provato più volte a replicare il processo, ma le sigarette sembrano sempre più veloci di me.

Una volta i miei, presi probabilmente da un raptus di follia inumana, mi regalarono un criceto. Nominato Sparchi dal veterinario con una conoscenza probabilmente superficiale dei cartoni Disney e dell’inglese, venne posto in una gabbietta in camera mia. Durante la prima notte vissuta assieme mi resi conto di quanto le abitudini dei criceti siano notturne per l’80–90% della loro impegnativa attività fisica. Semplicemente, pensai che avesse bisogno di una boccata d’aria, e quindi lo scaraventai dalla finestra, confidando nelle sue abilità di roditore di essere incredibilmente fortunato nel trovare appigli o in un bizzarro errore nella teoria dell’evoluzione darwiniana che gli consentisse di farsi spuntare delle pinne brachiali per volteggiare.

Venne trovato il giorno dopo in mezzo al prato. Il patologo forense incarnatosi in mio fratello decretò che non era morto subito, ma che un uccello l’avesse visto in quelle sfortunate convinzioni, e avesse deciso di riportarne metà sul mio balcone. Da lì capii che un uccello non poteva avere di certo le capacità forensi di mio fratello, in quanto prese solo la parte sbagliata, quella inferiore.