IL SUONO DEL FLAUTO
Questo invece è stato scritto per un concorso letterario nel centenario di Lovecraft.
IL SUONO DEL FLAUTO
Io avevo un amico..
Ecco, cominciamo così, avevo un amico, Firmino si chiamava.
E’ un nome demodè, non so, ho sempre sospettato che fosse uno dei motivi per cui si era rinchiuso in se stesso. Era l’amico fragile, mio e di pochi altri, quello che costa fatica anche solo convincerlo a uscire, ma che ha sempre un buon consiglio quando serve.
Quando il suo comportamento iniziò a cambiare nessuno della compagnia ci fece caso, era quel periodo anomalo di cui poi hanno parlato tutti i giornali, l’ondata di ansia collettiva che, per un mesetto, senza ragioni precise, aveva superato ogni normale distribuzione statistica.
Si discuteva dei disturbi del sonno e del calo di produttività, gli incidenti sul lavoro, gente che si suicidava, e come sempre, in mancanza di una spiegazione chiara, fiorivano le teorie più assurde.
Io non credevo a nessuna delle trovate di cui si nutriva la stampa, che fossero le macchie solari o gli esperimenti con armi a ultrasuoni, alla fine quando ho abbandonato il corso di fisica mi mancavano solo tre esami, posso definirmi un quasi scienziato. Ci tengo a rimanere razionale anche davanti a quel che non conosco, ma la razionalità non mi impediva di avere la mia parte di notti agitate. Chiudevo gli occhi e subito sognavo di inciampare e cadere, allora mi svegliavo di botto col fiato mozzato, poi cercavo di addormentarmi ancora e sognavo di cercare la porta per uscire dal sonno, prima di essere visto.
Firmino invece era diventato più attivo, usciva, andava per mercatini, addirittura la sera ci raggiungeva al pub dietro la Steccata senza che ci fosse bisogno di andarlo a prelevare da casa. Insomma sembrava stare meglio del solito, ma io notavo la sua espressione sempre irrequieta, come guardava lontano senza ascoltarci, se appena qualcuno usciva a fumare anche lui andava, e camminava avanti e indietro senza badare agli altri, come se inseguisse un pensiero. Una di quelle sere annunciò a tutti di essersi preso le sue ferie arretrate e che avrebbe fatto un viaggio, il giorno dopo era già sparito e per una settimana non si ebbero notizie, ci si stava anche preoccupando. Così quando mi fu detto che era tornato decisi di fargli visita a casa.
Mi aveva ceduto la poltrona buona, di fianco c’era una pila di libri tanto alta che potevo appoggiarci il gomito, tutti di argomento piuttosto esoterico a giudicare dai titoli. L’angolo dove prima stavano la televisione e il suo tappeto preferito ora era vuoto, il pavimento coperto di scarabocchi a carboncino.
Mentre mi accomodavo lui, seduto sul divano, stava avvolgendo del nastro isolante attorno a una estremità di una stecca metallica, forse un pezzo di antenna o parafulmine.
“Dove sei stato allora? Potevi lasciar detto prima di partire”.
“Avignone, bel posto, non ci ero mai stato. Ma più che altro ero lì per visitare la Madrassa di Sheikh Al-Kitabi , è un maestro sufi siriano, persona veramente squisita e disponibile, anche se non ero della sua religione”.
“Ah, ma ti sei proprio dato al misticismo..”
“Tutto il contrario! Un mistico partecipa a qualcosa che non può essere spiegato razionalmente, io invece.. hai presente Faust?.. quello! Io punto alla conoscenza, con tutte le conseguenze pratiche che può avere” .
“ Per quello esistono delle cose che si chiamano enciclopedie, non c’è bisogno di sporcare il pavimento” .
Forse il sarcasmo non era il modo migliore per richiamarlo alla ragione, ma mi stavo innervosendo, anzi quasi spaventando. Il suo tono di voce era molto più aggressivo del normale, completato il lavoro col nastro isolante si era alzato e agitava la sua stecca come fosse una spada, fingendo guardie e affondi. Non pensavo seriamente che volesse infilzarmi, ma insomma, a vederlo con sto pezzo di ferro in mano avrei preferito essere un attimo più distante. Nel dubbio preferivo rimanere fermo sulla poltrona e lasciare che si sfogasse parlando.
“Il pavimento sporco è il meno. Il peggio sarà pulire il soffitto dopo che avrò acceso il fuoco di legna nel braciere che vedi nell’altro angolo. Serve a fornire il pulviscolo e l’energia che il mio ospite userà per farsi un corpo provvisorio. Però a differenza di Faust, io avrò anche delle precauzioni, quei segni sul pavimento sono le prove per il cerchio protettivo, e poi c’è questo stocco. No, non volevo dartelo sulla testa, ma loro alla fine non sono che palloni di polvere tenuti insieme da un campo magnetico, basta infilarci un oggetto conduttore e appuntito come questo, e bumm scoppiano proprio come palloncini!”
“ ..E ne hai fatti scoppiare molti ultimamente?”
“ No, veramente è la prima volta che provo questa cosa, ma sono sicuro che funziona. E poi se tutto va bene dovrò solo parlarci e chiedere una risposta alle mie domande.”
Si era nuovamente seduto, sembrava più calmo, colsi l’occasione per sondare meglio le sue intenzioni.
“Guarda, tu sai che per me uno può usare il suo tempo come vuole, basta che non faccia cose pericolose, tipo, non vorrai ammazzare degli animali e spargere il loro sangue per casa?”
“No, no, quello che dici tu è il mangè, esiste, ma io non farei mai del male a una bestia. Ho trovato invece una soluzione molto più elegante.”
Detto questo con un gesto plateale alzò il telecomando dello stereo, la stanza venne invasa da un suono stridente, come se un bambino stesse soffiando dentro un flauto, con molto entusiasmo, ma senza sapere come andasse usato. Avvertivo in quei suoni un senso di disperazione che mi faceva desiderare di poter interrompere tutta la conversazione e andare via, il più lontano possibile.
Ma il mio amico stava ancora parlando.
“L’Ogdoade, è una cosa egiziana, il caos primordiale esplode come nel big bang e si separa in otto divinità, o archetipi che rappresentano gli elementi fondamentali di cui è fatto l’universo. Queste divinità possono comunicare con noi per mezzo di un loro messaggero, che è Thot, il verbo che partecipa della natura di tutti e otto gli elementi e per questo tutto conosce. Ebbene, questa musica, che il sufi avignonese ha eseguito perchè potessi registrarla, è in pratica l’impronta sonora di Thot, la sua essenza che mi permetterà di chiamarlo e rivolgere le mie domande direttamente alla fonte della Conoscenza!”
Curiosamente la musica terminò lo stesso istante in cui lui aveva finito di parlare, o aveva usato il telecomando di nascosto? Avevo i brividi e la sensazione che facesse più freddo di quando ero entrato.
“Io lo so che per te è solo un delirio” — riprese Firmino — “Ma vedila così: se non credi che sia vero, significa che non potrò combinare nulla e non ci saranno danni, quindi non hai motivo di preoccuparti. Ah, ho delle bocce di Giraff in frigo. Stappo?..”
Quella notte i miei incubi peggiorarono. La porta per tornare alla realtà era chiusa, giravo per le strade di quella che poteva anche essere Parma e sapevo di non dovermi far notare.
Poi finivo in una piazza con un palco, c’era un concerto per flauti elettrici.
Sentendo nuovamente quel suono compresi di essere caduto in trappola, mi avevano trovato.
“Te e il tuo zufolo maledetto, ci sto quasi perdendo il sonno !!”
Erano passati pochi giorni e ci trovavamo soli a uno dei tavolini sistemati fuori dal pub solito.
“Ma tanto neanche mi ascolti, cosa parlo a fare”.
“ Scusami, è che stavo contemplando tutte le piccole cose della nostra vita, forse per l’ultima volta, sai, questa sarà la notte”.
“La notte in cui farai disegnini sul pavimento, ascolterai quella musica da schizzati e ti metterai a parlare all’aria?”
“All’ aria.. ecco.. hai detto giusto. Solo che a me l’aria risponderà, perché ho la vibrazione giusta e conosco anche il suo Nome Vero. Pensa che una volta era introvabile, ma di recente uno che si dice alchimista ha messo il Libro dei culti innominabili nel suo sito, me lo sono scaricato in pdf , e ho trovato l’introvabile. Ora è tutto pronto, se dovesse andare male e non aveste più notizie di me.. non cercatemi.. è meglio”.
Lo odiavo quando diventava così serio, l’intensità di quel che diceva riusciva quasi a trascinarmi all’interno della sua logica malata, come se fosse realtà. Vuotai il mio Sunrise e gli dissi che ci saremmo rivisti la sera dopo, e lui avrebbe pagato pena delle sue illusioni offrendo da bere a tutti.
Non ho potuto dormire quella notte, per quanti sforzi facessi. Più passava il tempo e più mi cresceva l’ansia, ma non per me quella volta, era Firmino che sentivo in pericolo, con una forza talmente pesante che la mia razionalità non riusciva più a reggerla.
Quale forza mi costrinse a vestirmi? A correre per strada alle tre di mattina? La città sembrava come nel mio sogno, ostile, non mi apparteneva più. Incrociai uno, un qualche straniero con la faccia scura e gli occhi che sembravano soppesarmi, come se io fossi nient’altro che un oggetto e stesse decidendo se valevo la pena dello sforzo per raccogliermi.
Mi misi a correre veramente allora, come inseguito, fino al portone di casa di Firmino, cercai in fretta il suo campanello, ma la porta si aprì prima che potessi toccarlo, entrai e me la chiusi alle spalle. Appoggiato al portone, con qualcosa di solido tra me e la strada, finalmente avevo ritrovato la calma, forse anche la corsa mi aveva fatto bene dopotutto, Firmino doveva avermi visto dalla finestra, aveva aperto, quindi era tutto a posto. Salii le scale sistemandomi i vestiti e preparando le scuse per quella visita fuori orario, la porta dell’appartamento era aperta.
Appena entrato il piccolo guscio di normalità che ero riuscito a ricostruirmi fu strappato brutalmente. Il flauto stava ancora suonando e la persona davanti a me non era il mio amico. Era uno non tanto alto, pelle ambrata, i capelli lunghi e neri, ben vestito, ma la cosa più particolare erano gli occhi, le cornee erano completamente gialle, come capita di vederne tra le popolazioni del basso Nilo.
Sorrideva tranquillo e io rimanevo a guardarlo stupito, anche lui non diceva niente, ma accennò con gli occhi alla mia sinistra. Firmino era li, seduto nel suo cerchio, con la stecca in mano, guardava fisso nel vuoto e rideva, non mi ero accorto subito di quell’altro suono, ma ora lo sentivo bene. Rideva in maniera meccanica, sempre uguale, mentre l’espressione del volto non esprimeva né divertimento né paura, piuttosto un impegno, come se fosse intensamente concentrato nell’emettere quella risata orribile.
Lo sconosciuto si decise a rompere il silenzio.
“Ha fatto bene a venire, il suo amico avrà bisogno di aiuto, ha avuto diciamo un incidente sul lavoro.
E’ stato anche un buon lavoro in verità, erano secoli che non vedevo aprire la porta così bene.. però forse prima avrebbe dovuto chiedersi chi aveva scritto.. o meglio dettato.. i libri su cui si istruiva, e per quale scopo sono stati scritti” .
“ Ma insomma! Chi è lei ?? “
Nello stesso tempo in cui formulavo quelle parole intuivo che non avrei mai dovuto lasciarle uscire, eppure mi era stato impossibile fermarle.
Quello mi fissò con i suoi occhi gialli, mi trovai paralizzato, scosso da brividi simili a una corrente elettrica, mentre lui si avvicinava al mio orecchio e rispondeva con un sussurro alla mia domanda, prima di andarsene per le scale.
Ecco, è così che è stato. Adesso Firmino sta in una camera d’ospedale, ride tutto il giorno e a volte avvicina le mani alla bocca e muove le dita come se suonasse un flauto. Il mondo di fuori è tornato alla normalità, l’epidemia di disturbi del sonno è passata, tranne che per me. Io ancora sto qui, continuo il mio lavoro, esco la sera con gli stessi amici, ma la notte ancora li sento. Quelle cose cieche e sorde che goffamente danzano accompagnate da un flautista demente, e noi che abbiamo avuto il coraggio di chiamarli Dei. Sono solo pezzi di caos , la cui anima è lui, quel nome che lentamente si sta portando via tutto quel che ero, finche anche io non sarò finito in una stanza simile a quella del mio amico.
Il nome che non avrei mai dovuto chiedere.. Nyarlathotep.. si.. quello era..