Giovanni Damasceno (676–749):

Nel nome di Dio, clemente e misericordioso!
Per il Sole, e la sua luce al mattino!
Per la Luna, quando lo segue!
Per il Giorno, che chiaro lo mostra! 
Per la Notte, quando l’avvolge d’un velo!
E per il Cielo e chi l’innalzò!
Per la Terra e chi la spianò!
Per l’Anima e chi la plasmò
e pietà e empietà le ispirò!
Certo prospererà chi la purificherà
e perirà chi la corromperà.
In colpa ribelle smentirono Dio quelli di Tamud
quando il più turpe fra loro fu mandato.
E disse a loro il Messaggero di Dio [Salih]:
“Questa è la cammella di Dio che qui deve bere”.
Ma lo tacciarono di mendacio e le tagliarono i garretti uccidendola. E Dio li sterminò per il peccato loro, e di sterminio a tutti uguale,
senza paura del seguito.

Al-Quran, Sura del Sole (XCI)

Con entusiasmo pari solo al tono coranico (celebrativo e quasi fanfarone com’è in questa splendida Sura) si leva una voce cristiana in difesa della Verità. E lo fa servendosi degli strumenti del Logos, ben conoscendo l’ignoranza del proprio interlocutore. Ma proviamo ad analizzare il contesto, di inquadrare la nebulosa figura di cui si parla. Yuḥannā ibn Sarjūn è il nome di questo arabo cristiano, venerato come santo dalle Chiese d’Oriente e d’Occidente e da quest’ultima anche come Dottore della Chiesa (1890). Egli è figlio e nipote di importanti figure della fiscalità omayyade del VII secolo (Mansur ibn-Sarjun e Sarjun ibn-Mansur) ed è a sua volta scelto dal califfo Abi Sufyan per occuparsi delle mansioni più disparate in quel di Damasco. Egli rappresenta la minoranza dei Melchiti (cristiani di ortodossia calcedonese) al culmine del potere culturale, favorita dai nuovi padroni della Siria-Mesopotamia in virtù del livello culturale dei suoi adepti. I Melchiti sono quanto rimane della classe dirigente bizantina, ma non sono affatto in sintonia col grosso della popolazione locale, divisa fra Monofisiti e Nestoriani. Giovanni nasce nel secolo del Profeta, da lui non troppo stimato e giudicato un impostore, un figlio forse di esuli ebrei, educato da ariani e, per di più, epilettico. Vive abbastanza tranquillamente, godendo dei vantaggi della sua posizione, fino al 700. L’VIII secolo si apre per lui nel peggiore dei modi: il nuovo califfo ‘Abd al-Malik inizia un processo di arabizzazione del tessuto amministrativo, intervento che aleggia nell’aria già da tempo, ed epura anche i suoi uomini di fiducia, fra cui spicca Giovanni, consigliere personale e ciambellano di corte (hajib). Il nostro si ritrova di punto in bianco disoccupato e privo della mano sinistra, amputatagli dopo un processo sommario per alto tradimento. Giovanni trova rifugio nella fede e nella scrittura, attività che lo accompagnerà sempre, per i successivi 50 anni, nel monastero di Mar Saba in cui si è rifugiato. La sua opera domina tutto il secolo che per lui è iniziato tanto gravemente, ed è pure soprannominato il San Tommaso d’Aquino orientale. Egli indirizza i propri sforzi intellettuali in due direzioni complementari: da un lato combattere le divergenze in seno al Cristianesimo, dall’altro illustrare la buona dottrina. Per essere un uomo dei suoi tempi conosce abbastanza anche il Corano, alla cui confutazione dedica il Dialogo con un saraceno e un capitolo del trattato Sulle Eresie. Non è infatti il solo a pensare che l’Islam sia semplicemente una divergenza, una volgarizzazione del messaggio evangelico, non dissimile pertanto da tante altre eresie che popolano il mondo orientale come quello occidentale (e del resto l’Islam stesso). Si mostra quindi anche comprensivo con i musulmani ma è categorico nell’accusare Muhammad di cialtroneria e il Corano di incoerenza e sciattezza. Per capire il metodo di questo sant’uomo, la cui mano sinistra fu giudicata preziosa pure dalla Madonna, e le opere del suo allievo più importante Teodoro Abu Qurra, torniamo alla vicenda coranica della cammella: quello che il Damasceno definisce il “capitolo della cammella” non è altro che un’accozzaglia di elementi coranici sparsi, tratti in particolare da 4 sure (la VII, la XXVI, la LIV e la XCI). La storia raccontata prende le mosse prima della vicenda biblica di Sodoma e Gomorra. Il profeta Salih giunge dai Banu Thamud per predicare il culto del Dio unico e loro, per tutta risposta, sacrificano la sua cammella divina, che doveva bere l’acqua del fiume un giorno su due e il cui latte simboleggia la Verità del messaggio divino. Secondo l’interpretazione del Damasceno la cammella era tanto grossa da consumare tutta l’acqua, costringendo gli abitanti della valle ad attingere l’acqua un giorno su due e ad accontentarsi del suo latte. Fino a quando, esasperati, non si ribellano e la fanno fuori. La figlia della cammella (Giovanni stesso si chiede quando e dove sia sbucata fuori) invoca l’aiuto divino (superfluo soffermarsi sull’ironia del monaco…) e ascende in cielo. Perché, si chiede il Damasceno, Maometto non ha narrato le sorti di questa cammella tanto singolare? Ebbene, il capitolo CI del De Haeresibus è proprio dedicato alla dimostrazione dell’assurdità di questa storia. Rifacendosi alla logica classica, di matrice aristotelica, ancora ampiamente coltivata dai dotti bizantini dell’epoca, egli individua due possibili conseguenze della storia: la cammella può essere o in Paradiso o fuori di esso. Nel secondo caso dev’essere necessariamente morta di stenti o aver continuato a produrre latte per i disgraziati che se la sono accollata. Nel primo caso, quello dalle conseguenze più divertenti, dev’essere in Paradiso ad ingollare l’acqua di uno dei tre fiumi dell’Eden islamico, quello d’acqua, lasciando ai beati solo i fiumi di vino e latte (di cui forse non hanno poi così bisogno). “Come mai il vostro profeta non ha mai pensato all’eventualità che accadessero simili incidenti nel Paradiso dei piaceri? Nemmeno una volta si è preoccupato di sapere dove fosse finita quella cammella e voi, perché non gliel’avete chiesto quando vi sciorinava i suoi sogni, da dormire in piedi, a proposito dei tre fiumi?”.
Nel “Dialogo con un saraceno” (parola di cui inventa pure un’improbabile etimologia in Sarakenos, “lontano da Sara” ovvero la moglie prediletta di Abramo, contrapposta alla serva Agar che dà al primo profeta Ismaele, capostipite degli Arabi) Giovanni affronta invece un argomento di natura dogmatica molto delicato per i primi musulmani, ancora inesperti di discussioni teologiche: quello del libero arbitrio. Esso è totalmente fuori di dubbio per i cristiani, che lo considerano già presente in Adamo, ma è una questione aperta nell’Islam, che conosce già le prime sette, fra le quali spicca il Mutazilismo (che prevede la negazione degli attributi divini e il dogma della creazione del Libro). Il saraceno inizia la discussione ponendo il problema dell’origine del bene e del male: per il cristiano risulta facile spiegare all’interlocutore che il primo è appannaggio del divino, mentre l’altro è espressamente prodotto dal Maledetto e può essere praticato dall’uomo, che pertanto ne subirà le conseguenze. Ricorre pertanto all’esempio della lussuria e del furto, ben sapendo che sono condannati dall’Islam. In questo modo mette il musulmano nella situazione di dover riconoscere che tali crimini sono perpetuati da Dio stesso: egli può perciò solo accettare il libero arbitrio, a meno di ammettere la falsità della rivelazione coranica. Del resto, nell’affrontare altri problemi teologici simili, il Damasceno non fa altro che ricorrere agli strumenti della retorica antica e non gli risulta problematico rispondere ai provocatori musulmani che vedono nel cristiano un idolatra che venera oltre a Dio degli associati, il Verbo e lo Spirito: gli basta rispondere “Poiché voi stessi dite che Cristo è il Verbo e lo Spirito di Dio, come osate insultarci chiamandoci associazionisti? In effetti, il Verbo e lo Spirito sono inseparabili da ciò in cui si trovano all’origine; se dunque il Verbo di Dio è in Dio, è evidente che sia Dio stesso. Se per contro è al di fuori di Dio, il vostro Dio è privo di Verbo e di Spirito. Cosicché, volendo evitare di dare un associato a Dio, voi lo mutilate. Meglio sarebbe dunque dire che Dio ha un associato, piuttosto che mutilarlo e assimilarlo a una pietra, a un pezzo di legno o a un qualunque oggetto inanimato. Potete quindi falsamente chiamarci associazionisti, a nostra volta vi proclamiamo mutilatori di Dio”. Und so weiter…
(Alain Ducellier, Cristiani d’Oriente e Islam nel Medioevo, Parigi, 1996) (Il Corano- Sansoni Editore, Firenze, a cura di Alessandro Bausani, 1978)

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