Al Torrione di Ferrara per Crossroads Steve Coleman con il trio Reflex

E’ stato un intro non convenzionale quello che ha aperto il concerto di Steve Coleman e due dei suoi five Elements. In un primo momento, Coleman crea l’atmosfera con un reticolo ipnotico del ritmo, tenuto insieme dal laccio di Rickman. Assololo scarno e frenetico di sax alto sul quale si inserisce il basso, di Anthony Tidd che piano piano da corpo al brano. Steve Coleman e il suo cadenzato sax alto, un puzzle ad incastro ritmico di battiti sfollati e accenti strani, con strutture armoniche unresolving, tenuto insieme da un sistema ispirato da un mix di misticismo e matematica che guida la band come una mano nascosta. Le prime note di Coleman sono dolci, sostenute e inumidite con un pizzico di vibrato, ma ben presto si gira in variazioni minute su un tema tortuoso, frasi in loop ancorate solo da un riff di due note dal basso di Tidd. Ci sono dietro più di 30 anni di lavoro — ha le sue radici nel 1980 Brooklyn — i suoi temi rococò e ritmi in mutare formano ancora sound fresco e futuristico. “Jazz è soltanto una parola e in realtà non ha significato”. Con queste parole, Duke Ellington intendeva esprimere la sua contrarietà verso ogni tentativo di incasellare la vastissima vicenda della musica afro-americana in una qualche formula. L’insegnamento di Ellington è stato raccolto da Steve Coleman, che si è sempre speso per ampliare i suoi orizzonti artistici. Ha sempre evitato di farsi incasellare in comodi schemi acquisiti, per questo ha prodotto lavori di estremo sperimentalismo come il solo di saxofono del 2007 pubblicato da un’etichetta “iconoclasta” come la Tzadik di John Zorn. Negli anni la sua intensa ricerca musicale ha assunto connotazioni quasi esoteriche. Steve Coleman teorizza una Sacra Geometria in continuo mutamento, un’energia che supera forme musicali consuete. Questo il mutamento che è alla base di ogni evento musicale, a dispetto di ogni apparenza stilistica, un mutamento che opera e interagisce senza sosta alcuna con la tradizione. Lo stesso Coleman ha in più occasioni ricordato la lezione di giganti come J.S. Bach, Bela Bartok, John Coltrane. Un modo insolito e onesto per dire che l’arte vera ha sempre superato sé stessa e ha sempre guardato oltre. Questo oltre è quello che abbiamo ascoltato a Ferrara per Crossroads all’interno di Ferrara jazz, nella cornice strepitosa del Torrione uno dei jazz club più cool della regione. Un set unico con due bis per un pubblico rapito da un sound che non dà tregua, ipnotizza trascina e fa scuotere la testa. Grande spazio alle improvvisazioni sempre però su un lavoro di ensable perfetto, come perfette sono state tutte le chiusure all’unisono. Si respira intesa tra i tre dei cinque, intesa costruita sul palco e in studio. Tre professionisti che si divertono un sacco e fanno divertire, neofiti e non. Professionalità e voglia di sperimentare ricetta vincente che ha dato vita a una serata degna di nota.

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