L’economia di Francesco? Povera, casta e obbediente

Il prossimo 28 marzo ad Assisi, Papa Francesco siglerà con duemila giovani economisti ed imprenditori provenienti da tutto il mondo “un patto per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani”. Nei giorni precedenti un gruppo ristretto di quei giovani lavorerà alla preparazione del documento insieme ad esperti internazionali e premi nobel.

L’evento — The Economy of Francesco — prende il nome dal santo d’Assisi che ammansì il famelico lupo. Ed in effetti, pensando alle disuguaglianze, ai disastri ambientali e alle crisi che l’economia ha prodotto solo negli ultimi decenni, nessuna immagine sembrerebbe più evocativa di quella di Francesco col Lupo di Gubbio, per descrivere l’incontro tra il Papa e gli economisti.

Ma il fermo immagine di quell’incontro, però, non rende giusta testimonianza all’accaduto, né al proposito — per nulla imbonitore — a cui mira Papa Francesco con l’incontro che ha indetto ad Assisi.

Le fonti narrano infatti che la pace tra il lupo e gli abitanti di Gubbio fu raggiunta non per la conversione miracolosa del lupo, ma attraverso un patto:

“Udite, fratelli miei: frate lupo che è qui dinanzi da voi, sì m’ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui che ‘l patto della pace egli osserverà fermamente”

Il problema è innanzitutto economico (al lupo manca il necessario) e Francesco, giovane mercante, lo sa bene. Sarebbe servito a poco carezzare la bestia feroce senza una conversione del paradigma economico alla base rapporto tra il lupo e la città. Un’economia che non si preoccupa di chi è ai margini, genera paura e violenza. Nell’icona, allora, è il Santo ad impersonare l’economia nuova, che si offre a manleva del patto. Non è un caso che poco più tardi saranno proprio alcuni figli del poverello d’Assisi, dei frati francescani forse ispirati anche da questo racconto, a inventare le banche, con i monti frumentari, che oggi (con il nobel per la pace Yunus) diremmo istituti per il micro credito.

Fu un patto a Gubbio a ristabilire la pace, ed è un patto quello che il Papa chiede a “chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa”.

Eppure parlare di “Economia di Francesco”, ad Assisi per giunta, fa pensare ad un ossimoro, ad un gioco di parole dotto, pure un tantino irriverente nei confronti di chi fece della povertà la sua regola di vita. Perché in questo tempo strano economia sembra esser diventato il contrario di povertà. E a poco serve ricordare che la parola economia contiene dentro di sé la chiamata stessa che stravolse la vita del giovane Francesco “va’ e ripara la mia casa”. Economia deriva dal greco, composta da oikos che significa casa e nomos che significa dividere, ripartire, governare la casa.

Non serve riparare la casa se non si è capaci di mettere in discussione le leggi che la governano. Così come sarebbe stato inutile ammansire il lupo feroce senza mettere in discussioni le regole che governavano la sua convivenza con gli eugubini: come le risorse venivano divise, a scapito dell’uno e a vantaggio esclusivo degli altri.

Quali sono allora le parole che San Francesco avrebbe suggerito al Papa e ai giovani chiamati ad Assisi?

È quello che mi sono chiesto lo scorso novembre, quando il comitato organizzatore dell’evento mi ha comunicato che la mia candidatura per partecipare a The Economy of Francesco era stata accettata.

Sono tantissimi gli incontri, le riflessioni e i confronti pubblici che si stanno animando in questi mesi che precedono l’evento di marzo. Il comitato sta provando a tenerne traccia e a raccoglierli nella sezione Towards. Provo allora anche io ad unirmi a questo accesissimo confronto.

Cosa avrebbe detto san Francesco è difficile dirlo, di suo ha scritto davvero poco: di autografo abbiamo solo le pochissime righe della lettere a frate Leone e la Chartula di Assisi, il resto è stato trascritto da altri o bruciato. Ma le cose più importanti le ha dette facendo parlare il suo corpo, come quando si è spogliato davanti al padre e ha scelto per sé e i suoi frati un abito di sacco e un cordone. Ecco, la risposta potrebbe essere in quella semplice corda che stringeva ai fianchi, nei tre nodi che consegnò ai suoi frati anche nella Regola, a memoria dei tre consigli evangelici: povertà, castità e obbedienza. E sono forse i tre nodi, le tre parole, che avrebbe consegnato pure agli imprenditori ed economisti riuniti ad Assisi.

Come potrebbe essere allora un’economia povera, casta e obbediente?

Un’economia povera è un’economia capace di rinunciare al mito del profitto. Che non significa rinuncia all’utile, beninteso, sarebbe anti-economia altrimenti, ma che rinuncia ad avere il profitto come sua misura ultima. Un’economia libera è un’economia che sa trovare fuori da se stessa gli obiettivi da perseguire, affrancandosi dal tecnicismo a cui è stata ridotta. Non l’economia dei buoni, ma l’unica economia possibile, come da più parti sempre di più viene riconosciuto.

Un’economia casta è un’economia che riconosce la dignità di ogni uomo come terra sacra, intoccabile. Un’economia che non sottomette l’uomo al suo tornaconto. Superare la logica che considera le persone fattori di produzione, consumatori o, peggio, scarti di cui liberarsi, non solo è possibile, ma nel lungo termine permette di ottenere risultati migliori. Perché riconosce la complessità di relazioni e di motivazioni che ogni persona incarna, contro ogni assunto antropologico che riduce l’uomo a semplice automa governato solo dal piacere personale. Un’economia che rispetta l’uomo per intero, non avvelena l’acqua che egli beve, l’aria che respira, la terra da cui si nutre. Usare castità per ogni uomo vuol dire usare in modo casto le risorse naturali, per questo l’economia di Francesco non può che essere un’economia che ha tra i suoi valori centrali la salvaguardia dell’ambiente.

Un’economia obbediente è un’economia che sa ascoltare i bisogni delle comunità in cui opera (ob- = dinnanzi, audere = ascoltare), nello sforzo costante di mettersi davanti. Solleticare i bisogni più bassi e appagare fintamente quelli più alti, restando dietro, è impresa che assicura guadagni veloci: è sotto gli occhi di tutti. Un’economia obbediente invece è capace di spingere il progresso di una comunità, facendosi interprete dei suoi bisogni più autentici. Ed è proprio l’ascolto il talento a cui il Papa fa appello chiamando i giovani ad Assisi:

Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società.

Giornalista e cooperatore sociale mi occupo di comunicazione e fragilità. Cerco parole che costruiscono comunità.

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