Sorvegliare e Punire fra Italia e Turchia

Questo piccolo scritto è stato redatto in seguito al fallito golpe in Turchia del 2016.

Antonio Iannone
Aug 9, 2017 · 9 min read

Osservazione, punizione, corpo

Il soggetto catturato dal male ha attraversato la storia, ben illustrata, pur semplicemente, nei termini vestiti di dualità delle categorie di legale e illegale: non una regola e il suo controesempio, bensì due istanze sociali dove soggetto, che fu suddito e cittadino non può che subordinarsi all’una e all’altra nell’economia della relazione eterna. Un gioco a guardie e ladri? Ebbene, non proprio, poiché in tale costruzione artificiale, disciplinare, i ruoli si presentano nebulosi, poco inclini a quella nitidezza che ci si attenderebbe dall’assegnazione scenica, d’altronde alla moltiplicazione delle norme fa capo la loro frantumazione in parti ancora più infinitesimali; così l’aggiramento delle leggi produce nuovi e più forti codici, commi, ordinamenti.

Oltre le categorie, questa tassonomia istituzionale, abita però il corpo, nelle sue declinazioni minime di agente-agito, tra le righe di una legge che lo sovrasta, non solo quando civile, vale a dire lontano dalle cariche del potere di coercizione, ammaestramento, di sorveglianza, ma anche dove proprietario di quelle cariche: una legge, non più divina o morale, lo sovrasta, lo soffoca, ma al contempo gli permette una relazione pacifica sia con l’autorità che con i suoi pari di sangue.

Tanto la guardia, dunque, quanto il ladro possiedono agli occhi della legge, presenza incombente, lo stesso grado di singolarità: tacciabili in egual misura di reato, punibili con le medesime pene. E’ proprio questa del resto una delle vittorie della cacciata del monarca, per le cui mani qualsiasi azione era permessa. Egli esisteva quale punto d’arresto dell’individuo performativo, possedeva il corpo attraverso cui l’azione si arrestava per chiudersi in sé stessa e disvelarsi in vuotezza perché unica completamente libera.

A poco a poco, con l’insorgere delle varie Rivoluzioni belliche il corpo del Re perse il suo potere totalizzante (dove non persino la testa, s’intende) per divenire egli stesso soggetto nelle mani di un sangue diverso, ora costruito sulle fondamenta del numero: non è poi così originale sostenere che l’avvento della società di massa, unico organismo pulsante in migliaia di corpi, abbia generato quelle nuove entità moderate e capaci, pur solo di tanto in tanto, di frenare la libertà regia.

Ecco che dunque la Carta prende il sopravvento e di fronte a essa anche il Re si costringe alla clausura: può fiaccarsi quanto vuole per confutarne il potere enumerando avi e cariche nobiliari, bisogna invece che le si inginocchi ai piedi, poiché la sua forza è derivata dalla strana mescolanza fra civiltà e diplomazia (dove non proprio della sola prima, come nel caso della Magna Charta Libertatum ai danni di Giovanni Senza Terra nel 1215). In tale conquista di dolcezza politica e di comune governo il maggior esercizio del potere, inteso come rapporto di forza, lo stesso descritto da Michel Foucault in La volontà di sapere, è stato costretto a piegarsi alle nuove divinità.

Dove l’esercizio delle libertà individuali ha preso possesso di quel culto del corpo che ha colpito i popoli d’Europa sin dalla propria nascita nel tempo della Grecia antica (categoria intellettiva, non geografica), prima nella declinazione agglomerativa e funzionale e in seguito in quella del dualismo individuo/corona, la prigionia ha sostituito il supplizio corporale; ancora, dove al culto dell’anima o della morale (religiosa, ma anche filosofica) è succeduto quello della carna, dell’istinto (si legga in merito Saggio su Pan di James Hillman), l’isolamento relazionale ha vinto sulle ferite e sui dolori terreni. Solo un cieco tuttavia esulterebbe per la configurazione qui descritta accennandone a una vittoria: è invece la medesima economia della pena, animata dallo stesso fuoco.

A mutare è stato non il sentimento del condannato, bensì gli agenti della condanna, l’ordine sibillino delle priorità, dove prima il corpo ora l’arbitrio: nella società contemporanea l’individuo esiste prima della propria forma, è cittadino prima che uomo e dunque sottoposto non più alle leggi della carne bensì a quelle della scrittura tentacolare dell’istituzione.

Eliminate, nella maggior parte dei cosiddetti paesi sviluppati, le due più grandi istituzioni in materia penale: la tortura e la pena di morte, le quali nei secoli XVIII e antecedenti erano costrette alla coabitazione, meglio, alla subordinazione della seconda alla prima, non fosse altro che per un primato fisico della cessazione di ogni pena, attraverso un sistema proporzionale del dolore.

Queste finirono pian piano con l’estinguersi, e non solo per salvaguardare il corpo del condannato, comunque costretto al pubblico disprezzo. “Il corpo suppliziato, squartato, amputato, simbolicamente marchiato sul viso o sulla spalla, esposto vivo o morto, dato in spettacolo, è scomparso. E’ scomparso il corpo come principale bersaglio della repressione penale”[1], così scrive in Sorvegliare e Punire lo stesso Foucault, senza che la sua analisi disveli affatto un’apertura verso quella che un animo candido definirebbe civiltà, piuttosto tale soffocamento del rogo verso un accrescimento dell’arbitrio palesa un’esibizione di luttuosità senza precedenti dove lo spettacolo della punizione si ritrae dalla vita pubblica per divenire espiazione spirituale, nascosta e feconda, tanto più feconda quanto meglio nascosta.

Il corpo è costretto a indietreggiare sotto la forza della morale, e non solo quello del malvivente ma soprattutto quello degli spettatori, a un tempo attratti e nauseati dal bagno penale, oggetti d’educazione così come soggetti osservanti. Che il condannato serva pure da esempio, che la sua carne lacerata sia uno spauracchio per i bambini, si renda utile, una volta nella vita. La realtà della punizione diviene “senza corpo”[2]

Sull’avvento della modernità si può solamente affermare quanto essa sia postuma, ma proprio all’interno di tale spiraglio si insinua l’esaurimento dell’arte punitiva e l’apparizione della materia di sorveglianza tale che l’istituto di condanna muta col tempo in istituto d’ortopedia, di cura: scuola, frenocomio, ospedale, prigione. Educare l’individuo verso la legge, costituirlo legale, ecco cosa si propone il nuovo ordinamento che vede espressione meglio riuscita nel panopticon proposto da Jeremy Bentham: un istituto dove “la folla, massa compatta, luogo di molteplici scambi, individualità che si fondono, effetto collettivo, è abolita in favore di una collezione di individualità separate”[3], l’individuo è in piena educazione, visto e non vedente, abbandonato e sorvegliato. Alla prigione contemporanea il passo è dunque molto più che breve.

Senza troppo timore, o nascondendo perbene quello che si prova, si può sostenere che l’intero discorso foucaultiano sull’ortopedia è indirizzato verso l’oggetto corpo, meno sul condannato, prima malfattore, e sulle sue azioni. La punizione è una conseguenza corporea della disobbedienza, la sorveglianza un ancor più corretto tentativo di educazione. Il corpo sorvegliato e punito è sotto l’occhio costante della norma attraverso cui produrre il cittadino als beruf. E’ nel panopticon che il corpo è recluso e spiato, organizzato, igienizzato, governato al dettaglio perché apprenda senza macchia, esso è “un ingranaggio e un prodotto”[4], però giammai completo.

Una deficienza continua, ecco il peccato originale da cui l’individuo sembra affetto. Essa richiede una catechesi che si sviluppi attraverso le varie fasi della crescita: età giovane, scuola; età adulta, lavoro; età anziana, riposo. Non è forse vero che le diverse leggi si applicano in maniera differente anche a seconda dell’imputato, della sua età, della sua capacità di dimostra una solida sanità mentale? A qualsiasi declinazione psicofisica dell’individuo la propria precipua istituzione, la propria nicchia normativa. Che si restringa troppo il campo rischiando una riduzione del soggetto? Forse, ma la logica della legge, qualunque essa sia, non riuscirebbe a contenere l’intera molteplicità umana che si costringe quindi alle categorie, certo minute ma non meno funzionali.

Il supplizio informale

Superare la biopolitica significa teorizzare non solo una relazione i cui rapporti di forza siano reciprocamente dove non scambievoli quantomeno nebulosi, ma osservare con attenzione una politica che esista solo per accrescere il proprio capitale necessario nei luoghi in cui il corpo da salvaguardare sia non più quello del cittadino, prima suddito, bensì quello della reggenza stessa. Dentro l’autismo dell’istituzione il cittadino è non più corpo impulsivo da frenare perché incapace di esercitare ragione, piuttosto soggetto totalmente altro che a ogni respiro gonfia i polmoni dei rappresentanti mantenendoli di fatto in vita.

Sia chiaro: queste belle democrazie europee sono figlie dei totalitarismi e non illegittime, anzi nel pieno splendore della propria eredità, solo più giovani ma non meno sibilline, e proprio nelle tre dittature che la storia ha eretto a fondamentali, si realizza al meglio l’idea di biopolitica autoriferita e paranoica a cui si faceva accenno. Non è forse vero che sia Mussolini, sia Hitler, sia Stalin non fecero, al principio della carriera, che promuovere la fondazione di milizie che ne difendessero la vita? Perché essi non solo meritavano il trono e le piazze in estasi, ma soprattutto il loro corpo doveva essere difeso in quanto capace in quella decisione per il meglio che dovrebbe sorreggere lo sviluppo delle nazioni.

Eppure non fu per sano egoismo, per quella sete di potere da cui fu affetto il secondo Robespierre, bensì per la coscienza di essere i soli capaci a evitare il tracollo ordito dai nemici, fossero essi ebrei, oppositori o anticomunisti. In tale prospettiva si affaccia lo spettro del lavoro: libertà e occupazione. Ovunque attentatori della vita dell’uomo al governo, dunque della nazione, un Leviatano che trascende la stessa folla da cui e di cui è prodotto.

Proprio come attentato alla vita, al primo corpo si presenta la difesa del Presidente Recep Erdoğan in seguito al mancato colpo di stato per mano militare che ha visto protagonista la Turchia. <<Sarei stato ucciso o catturato>>, sostiene l’uomo, suggerendo dunque che la brutale esposizione di corpi di cui si sta macchiando non è che un tentativo di difesa. Ancora lo spettacolo del supplizio che agisce non contrariamente alla cieca istituzione di prigionia e clausura, ma proprio sulla base di tale istituzione: in quanto la prigionia è votata al nascondimento, il golpista o presunto tale deve essere mostrato nella sua più splendente bruttura, ammassato ai suoi simili e come quelli ridotto alla pura carnalità dell’esistere. Non sembrano un caso dunque le epurazioni dai luoghi governativi: l’élite intellettuale di professori e giornalisti consumata fino alla mano che avrebbe pur simbolicamente attentato alla vita del re. L’atto è ostentato nella sua efferatezza.

Persevera, invece, in Italia la battaglia contro la tumefazione del condannato, se ne chiacchiera affannosamente per poi respingerne gli esiti, rimandarne la conclusione. Il volto di Stefano Cucchi, i rifugiati della Diaz: vittime di una macabra dimostrazione di forza. Cucchi, in prigione, viene presumibilmente colpito a morte, la sua colpa è quella stessa della condanna: nelle mani della prigionia il corpo appartiene all’istituzione; medesima sorte per i rifugiati delle scuole Diaz, Pertini e Pascoli durante i giorni di Genova 2001, poco importa che avessero alzato le mani in segno di resa, il solo incontro con le forze dell’ordine costa loro l’incolumità.

La tortura ritorna, nonostante la dolcezza delle pene, a dar spettacolo di sé in una messa in scena, se si permette l’azzardato accostamento, quantomeno priva di catarsi. Se l’educazione e la ri-educazione dell’individuo che sfugge al mondo socio-politico (quello foucaultiano del potere) è formalmente la tecnica più utilizzata dalle democrazie europee e si inserisce in quel contesto di clausura, osservazione e produzione che è la prigione, la quale pur con la sua brutalità dell’animo sembra la più umana tra le barbarie ortopediche, la tortura si presenta ancora come la sola prassi con cui certo potere agisce informalmente.

Essa fabbrica un’azione, una relazione di forza distinguendo il pio dal bestemmiatore, il poliziotto dal golpista. Io, che con le mie mani posso colpire il tuo viso che ora mi appartiene, sembra sostenere pur implicitamente il carceriere, rappresento la Giustizia di fronte alla quale non puoi tu, avendo mancato di rispetto alla legge, che inginocchiarti e subire. Morire, se capita.

Due gli elementi su cui si combatte il conflitto per l’introduzione del reato di tortura: il numero delle percosse e la mano che percuote. Su quanto le violenze debbano essere reiterate gioca una certa ambiguità matematica per mezzo di cui occorre tracciare le colonne d’Ercole oltre le quali la coercizione non può presentarsi; su quanto la mano possa essere istituzionalizzata, invece, c’è meno che ambiguità e pura malafede. Di matrice dicotica, dunque, questo nuovo potere punitivo: una morsa pubblica e una tumefazione privata, doppio anche il paradosso. Dove l’arbitrio giurisdizionale appare etereo la mano del potere, con tutte le sue belle protesi di estorsione, produce di fatto cittadini stranieri, nuovi e più protetti attentatori dell’ordine pubblico: non sembra quindi d’esagerare nel sostenere che essi sono i golpisti meno sinceri, gli unici da cui guardarsi.

[1] M. Foucault, Surveiller et punir: Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it. di A. Tarchetti, Sorvegliare e Punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 2014, p. 10.

[2] Ivi, p. 19

[3] Ivi, p. 219

[4] Ivi, p. 265

Antonio Iannone

Written by

'[...] mi sento tratto in un abisso nero/ mi sento perso nell'umano volgo. [...]' Carlo Michelstaedter, 1905.

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