Natura, funzione e filosofia del BIT. Verso un mondo meno umano, ovvero più umano.

Il mio saluto al Prof. Renato Borruso

Nell’autunno del 1995 un giovane sardo “emigra” da Sedilo (paesino di 2500 abitanti nel centro della Sardegna) a Roma, verso la LUISS (della quale aveva scoperto l’esistenza durante l’estate, da una cartolina d’invito all’esame di ammissione ricevuta a seguito del diploma).

Tra gli esami del primo semestre lo colpisce particolarmente quello che sente più affine, per passione e storia personale, per formazione e, sopratutto, per l’autorevolezza, competenza appassionata e umanità dello straordinario docente.

Si trattava di Informatica Giuridica, docente il Prof. Renato Borruso, uno dei padri dell’Informatica giuridica in Italia, magistrato presso la Suprema Corte di Cassazione dove ha inventato in tempi pioneristici il CED.

Quel giovane sardo proseguirà poi i suoi studi, e finirà per occuparsi per mestiere e approfondimento scientifico di diritto tributario, in particolare delle problematiche di diritto europeo e internazionale della materia. Si appassionerà di aiuti di stato fiscali e fiscalità di vantaggio. Senza mai perdere la passione per l’innovazione, avvierà iniziative scientifiche innovative (aiutidistato.org, opentaxation.eu), un blog nel quale si occuperà di diritto e tecnologia (iavvocato.eu), lavorerà con/per le startup e le imprese innovative e sarà anche co-founder di una startup innovativa con i suoi amici d’infanzia (nordai.com).

Poi, quasi vent’anni dopo quel primo mese di “emigrazione”, la sua strada incrocerà quella di vecchi compagni di università e di nuovi amici che dell’informatica giuridica hanno fatto la propria professione. E grazie a loro scoprirà il “Circolo dei Giuristi Telematici” (giuristitelematici.it), del quale oggi si trova, immeritatamente, “segretario”.

Il crescendo “serendipitous” di puntini che si uniscono solo guardando indietro (bellissima metafora coniata da Steve Jobs nello storico discorso di inaugurazione a Stanford) lo porterà nello stesso periodo a ritrovare nella sua vecchia camera in Sardegna - a casa dei genitori, nel paesino d’origine - una copia della “tesina” assegnatagli dal prof. Borruso per l’esame di informatica giuridica oltre vent’anni prima,e consegnata subito dopo le vacanze di Natale 1995–1996.

Una tesina nella quale oggi traspare chiaro l’impatto che quel primo professore ebbe nel plasmare il giovane alunno verso un approccio umanistico alla tecnologia e al diritto.

Fa uno strano effetto rileggerla oggi quella tesina, riguardare l’ottimismo di allora (e la lungimiranza delle previsioni, sia quelle che erano mere trasposizioni degli insegnamenti del docente futurista e visionario, sia quelle “personali” dello studente, altrettanto innamorato del futuro) alla luce di quello che è successo nei 20 anni trascorsi. All’ottimismo di allora si è affiancata un po’ della cautela che normalmente accompagna i capelli che s’imbiancano (senza soffocare, però, l’ottimismo).

L’esplosione della Internet of Things e della Intelligenza Artificiale, infatti, unitamente alle potenzialità della blockchain per la sicurezza, fanno ancora sperare in un futuro in cui davvero la tecnologia possa rendere il mondo più umano.

Ritrovare la tesina proprio nel periodo in cui veniva a mancare il compianto professore ha fatto scaturire l’idea di pubblicarla e rendere questo post un ultimo saluto e un tributo a chi, anche solo dalla scelta del titolo assegnato ai suoi studenti, mostrava di essere un illuminato futurista, un ottimista, un tecnologo umanista, un maestro.

Il bellissimo convegno-tributo tenutosi oggi alla LUISS mi ha dato la scusa di farlo per davvero.

Bando alle ciance, per chi fosse curioso, quello che segue era il testo di quella tesina dal titolo: “Natura, funzione e filosofia del BIT. Verso un mondo meno umano, ovvero più umano”.


Minecraft. Roman Town.

Roma, 1995

Alfa e omega, giorno e notte, nero e bianco, pieno e vuoto, vero e falso, chiuso e aperto, zero e uno, e la serie potrebbe continuare a lungo; il fascino della logica binaria, del ridurre il ragionamento a due posizioni opposte contrastanti, estremizzando la realtà, ha da sempre attratto l’uomo.

Prima o poi, la necessita’ di semplificare fenomeni complessi, scindendoli e analizzandoli in sottoproblemi sempre più elementari, doveva necessariamente portare a questo: la “Reductio ad unitatem”, l’unita’ infinitesima d’informazione che opportunamente combinata permette, attraverso i poli opposti di una alternativa, di rappresentare la realtà in varie e molteplici manifestazioni.

In ciò sta la genialità di Boole, nell’essere riuscito a ricondurre tutto il ragionamento umano a due soli simboli,

combinabili essenzialmente nei tre circuiti logici: and, or e not, e di aver dato vita al cosiddetto “ragionamento binario”, denigrato ai suoi tempi e ancora non pienamente compreso.

Forse ancora non ci rendiamo ben conto di cosa sta avvenendo intorno a noi; se l’invenzione del computer dovesse essere paragonata a qualche importante invenzione del passato, questa non sarebbe la stampa, come viene facile pensare, ma bensì l’invenzione della scrittura, e forse sarebbe anche riduttivo, se infatti la scrittura rappresenta il “pensiero dell’uomo che
rivive attraverso il tempo”, il computer rappresenta non solo il pensiero, ma anche la sua applicazione pratica; una cosa e’ scrivere un libro che insegna a pilotare l’aereo, altra cosa e’ scrivere un programma in grado di pilotare un aereo. BIT, binary digit, crasi pericolosa, che potrebbe indurre qualche
malcapitato teorico ad affermare che il computer sia solo un “calcolatore”, visto che macina al suo interno solo cifre. Il tale in questione, oltre ad essere malcapitato, sarebbe anche stolto; infatti, pur essendo vero che il computer al suo interno macina sostanzialmente BIT, non e’ assolutamente vero che si riduca ad essere un mero “calcolatore”.

Le cifre in questione non vanno viste sotto l’aspetto numerico, ma sotto l’aspetto simbolico di unici due caratteri del nuovo alfabeto binario, che ha come inchiostro gli elettroni, e come sintassi gli operatori logici booleani, e dal quale scauriscono non solo parole scritte, ma combinazioni, statiche o in
movimento, di suoni, colori, luci, immagini e quant’altro possa essere gestito da un computer.

Infine, anche dal lato pratico, il computer non e un “calcolatore” : infatti non “calcola” ma “confronta” i dati seguendo le tabelle di verità.

La rivoluzione del BIT ci proietta nel futuro ad una velocità inimmaginabile fino a poche decine di anni fa e, se per vedere realizzate le previsioni di Jules Verne c’e’ voluto un po’ piu’ di un secolo, per vedere realizzate quasi tutte le piu’ azzardate previsioni fantatecnologiche saranno sufficienti una ventina d’anni.

Una larga fascia di “esperti”, forse guidati da una avversione recondita verso il computer legata alle sue origini belliche, forse perchè velati da un eccessivo pessimismo o forse semplicemente perchè incapaci di adattarsi al progresso, preannunciano nubi cariche di sventura che si addensano sul
futuro uomo tecnologico, che vivrà prigioniero di un mondo virtuale povero di rapporti sociali, dominato dai computer e assiepato in megalopoli simili ad alveari, con un clima e un’atmosfera rese invivibili dall’inquinamento e chissà quant’altro.

E’ ora di liberarsi da questi preconcetti, di aprire gli occhi e guardarsi intorno: dovunque e’ arrivata, la rivoluzione informatica ha prodotto un notevole salto di qualità, sia in termini di accelerazione nello sviluppo della ricerca scientifica in tutti i settori, sia in termini di qualità dei servizi al
cittadino da parte di enti pubblici e privati; l’uomo si è già svincolato quasi del tutto dai lavori “meccanici”, e il villaggio globale, con la diffusione avuta da Internet in questi ultimi due o tre anni, non è più un utopia.

Che dire poi del campo del diritto, nel quale gia’ l’uso del computer ha prodotto un miglioramento enorme nel campo della ricerca giuridica, e nel quale è facile prevedere un prossimo utilizzo della logica booleana già all’atto dell’emanazione della legge, eliminando il problema della ambiguità e quindi dell’interpretazione della stessa.

Non e’ necessaria molta fantasia per immaginare un futuro prossimo nel quale essere liberi del tutto dalla burocrazia, avendo un‘unica card universale,

valida come moneta virtuale, carta telefonica, carta d’identità, tessera sanitaria, scheda della biblioteca, abbonamento ai mezzi pubblici e chi più ne ha più ne metta; un futuro nel quale l’ufficio sarà una stanza della propria casa, e l’inquinamento atmosferico sarà privato dei tanti scarichi delle auto dei pendolari, che non dovranno più spostarsi in ufficio per lavorare.

Tanti sono i campi che si potrebbero citare, da quello della medicina a quello della ricerca spaziale, ma rischierei di uscire fuori tema, sempre se non l’ho già fatto, per eccesso di enfasi ottimistica.

La definizione di computer più corretta che e’ stata data finora è quella di esecutore automatico di algoritmi, ed essendo l’uomo a stabilire gli algoritmi da introdurre nel computer, sarà lui a decidere il tipo di futuro al quale andrà incontro.

L’umanità del futuro sarà sommersa da un mare di BIT, una sorta di placenta tecnologica, che avvolgerà ogni cosa rendendola a mio avviso, migliore;

così come migliore è per il neonato il ventre della madre rispetto al mondo esterno.

E così che mi piace immaginare il passaggio dal presente al futuro, una sorta di parto al contrario, che ci porterà in un mondo più a misura d’uomo.

GIOVANNI MAMELI (MATR. 36313)