Cipria su mare

A tale about Muralla Roja

Muralla Roja
Ma per quelli di noi che vengono da posti dove nessuno ha mai sentito parlare di Lester Lanin e Grand Central Station era un programma radiofonico del sabato, dove Wall Street e Quinta Avenue e Madison Avenue non erano affatto dei luoghi, ma delle astrazioni («il Denaro»,«l’Alta Moda»,«i Pubblicitari») New York non era solo una città. Era un’idea infinitamente romantica, il misterioso legame che teneva insieme tutto: amore, denaro e potere, il sogno stesso, luminoso e deperibile. Pensare di viverci equivaleva a ridurre il miracoloso al terreno; la gente non «vive» a Xanadu.

(Joan Didion, Bei tempi addio, traduzione di Delfina Vezzoli, p.266)

Xanadú

Per arrivare a Xanadú si prende l’autostrada dall’aeroporto di Alicante. Si giunge in un paese della Costa Brava, terra di tutti e nessuno, un interessante far west per chi fiuta affari immobiliari. Xanadú è uno degli edifici facenti parte del complesso architettonico La Manzanera e probabilmente si chiama così perché riprende la sagoma del grande scoglio che spunta da dietro, dal mare.

Sono partita cercando la Muralla Roja, ho scoperto arrivando che si trattava di un monolite nel deserto. La prima impressione è stata di una Las Vegas immaginaria, basata però su valori come bellezza e contemplazione.

Ricardo Bofill Leví è un signore — grandissimo architetto — che ha modellato tantissimi sogni, rendendogli concretezza nella realtà.

Ridurre il miracoloso al terreno, appunto.

Visitare una sua opera non può essere frutto del caso, non almeno nel caso della Muralla Roja. Non ci si imbatte in maniera semplice in siti del genere.

Lo stupore va progettato a tavolino.

Non è un labirinto, ma ci si perde dentro. Non è una scatola vintage di marshmallows, ma il tono è quello. Negli anni Settanta, Bofill disegna questo fortino a torri adagiato sul mare. Vedetta sull’infinito.

A sinistra Xanadú, uno degli edifici del complesso della Manzanera

Delle coste quello che mi affascina è il concetto di soglia. Sono attratta dal lembo di mare che arriva sul terreno palpabile, lo bagna e lo finisce. Da lì in poi è tutto incorporeo, liquido. Ogni volta che mi trovo in un punto costiero, non posso solo intravedere uno scorcio di mare, per me diventa necessario andare a toccarlo.

https://lapicshow.tumblr.com/

Ci sono tanti immaginari coinvolti e citati in questo sud della Spagna: gli hippies, Picasso che dipinge a Cadiz, lo stretto di Gibilterra, Tangeri e il Marocco, Ibiza e tutta la libertà che quegli anni possono dare.

L’appartamento dentro a Xanadú è surreale. È chiaramente un posto inventato per andarci a scrivere un libro, anche se non si è scrittori.

C’è tanto bianco e il blu del mare e il blu di tanti cocci di ceramica che si trovano puntualmente nelle case che stanno in prossimità con l’acqua salina. Ma poi anche tutte le tonalità in mezzo tra il blu e il bianco che si arrampicano sui tre piani di casa. Uno Sturm und Drang che ti assale, quadri che raffigurano persone solitarie poste di fronte al mare mosso. Con pennellate confuse. E poi la luce del mattino sul terrazzo.

Però di sera la luce rassicurante cala e si sentono solo le onde dell’acqua così vicina alla casa. E quindi sentiamo il bisogno di cenare, trovare un conforto contro quell’infinito buio del mare. Che quanto sollievo infonde di giorno tanta angoscia infonde di notte. Non ci sono ristoranti nelle prossimità, abbiamo notato arrivando nel pomeriggio. Ad un certo punto controlliamo quindi: non c’è nessun servizio di food delivery. La nostra (non-ovvia e sbagliatissima) deduzione è che intorno non ci sia nulla. Proprio nulla.

Horror vacui. E invece paradossalmente c’è l’infinito.

La Muralla Roja tocca il mare, si pone di fronte e sovrasta il blu, dall’alto del suo rosa pastello. Errore a monte: il nome stesso dell’edificio trae in inganno, è sì vero che la maggior superficie della struttura è tinteggiata di rosa ma in realtà si attraversa da parte a parte la sfumatura. C’è un periodo rosa e uno blu, come ha stilizzato Picasso per tutti noi.

Ci sono tanti rosa e tanti rossi e, nel centro, tanti blu, indaco e azzurro. È come un cuore in ombra, l’anima scura di una corazza frivola. Tutta una farsa di leggerezza volta a proteggere la piscina posta al centro, all’ultimo piano, un’anima interna bagnata, come le interiora di un corpo. Il nucleo è saturo, impregnato, più scuro. La piscina — sembra davvero uscita da un quadro di David Hockney — è il punto più alto del fortino.

La parte centrale dell’edificio mi ha fatto provare nostalgia per un posto dove in realtà non sono mai stata: Chefchaouen in Marocco, una città completamente dipinta di blu. Forse è un pezzo preso in prestito da lì.

C’è un periodo rosa e uno blu, come ha stilizzato Picasso per tutti noi.

I piani della Muralla Roja sono tutti sfalsati, non posso neanche immaginare come sia stato possibile per Bofill arrivare a disegnare una struttura simile senza impazzire, senza consultare Escher ripetutamente. Lui pure si sarebbe complimentato per l’accuratezza del progetto. Non è un labirinto, ma ci si può giocare a nascondino. Ci sono zone scoperte, piazze ad anfiteatro e angoli dove è possibile restare in pace per ore senza essere notati.

Ci sono delle piante, piante molto ferme — cactus soprattutto — come stalagmiti su un terreno aspro.

Ci sono anche degli appartamenti vacanza, delle case chiaramente sfitte, si registra un po’ quel senso di abbandono che si coglie su un’isola nei primi giorni di primavera. Non ancora protagonista, appena sveglia e scompigliata, colta in desabille.

In questo ambiente calmo, c’è qualcuno che si intravede tra una sezione e l’altra della fortezza espugnata: fotografi e stylist. Non sono interessati alla struttura in sé, vogliono che la struttura faccia da sfondo ad una modella. Un modo meno pratico ma più poetico di simulare un background colore su un set. D’altronde io questo spot magico l’avevo scoperto grazie ad una collega forbitissima con cui ho lavorato qualche tempo fa. Elena, che a sua volta era stata informata da Viola, un’amica che le stava scrivendo dalla Muralla. Uno dei primi servizi stampa scattati lì, nel 2015. Ho registrato l’informazione e l’ho portata con me per i successivi due anni, fino a che sono riuscita a mettere piede sul concrete della Muralla Roja.

Nel 2017 poi c’è stato un boom. Chiunque parlava di questo sito architettonico, chiunque. Non conosco così a fondo queste logiche per sapere quale regola di marketing ha innalzato da semisconosciuto a pop questo luogo, ma è stata un’invasione di instagrammate, servizi di moda e ispirazione visiva. Pochi giorni dopo la visita a Calp, io e il mio compagno di viaggi ci siamo ritrovati a Barcellona per un importante festival legato al mondo digital. I titoli di chiusura — momento atteso da tutti i partecipanti all’Offf — sono stati questi.

Che posto vi ricorda il set? Sì, esatto, Aprile 2017 è stato un accavallamento di shooting. Immagino un grosso file excel con uno schedule di tutti i richiedenti:

«Sì, oggi è disponibile dalle 15 alle 17, no domani prima delle 9 ma potrebbe essere ancora nuvoloso e dopo le 19 la luce per scattare troppo flebile.»

Anche se non c’è nessuno che decide chi entra e chi esce, chi si piazza dentro per un servizio fotografico e chi va a farsi un bagno nella piscina deserta lassù. Da deterrente c’è solo un cancello con dei citofoni a cui nessuno risponderà fuori stagione e quindi si scavalca e si entra da una siepe.

Quando si è stati alla Muralla Roja, la filosofia de color blocking ti assale. Può essere che già siate dei tipi disposti a questo tipo di sensibilità ma tendenzialmente tutti quelli che ci sono passati sono disposti ad ammettere che se una superficie è abbastanza grande, non importa di che colore sia — può in potenza essere affiancata a tutti gli altri colori — acquisendo importanza.

Dalla terrazza di Xanadú
La Manzanera si trova qui. Uno degli appartamenti di Xanadú è su Airbnb e prenotabile qui.