Nella musica c’è un dono, anzi tre.

Le fantastiche avventure di un pianoforte e di colei che voleva suonarlo

Ho un pianoforte che ha fatto il giro del mondo.

Beh, proprio del mondo no, però dopo essere stato di mio Nonno Riccardo, che lo suonava anche quando la sua vista è iniziata a mancare e mi ha insegnato che la musica ci salva dall'oscurità, è arrivato a me, che avevo sempre sperato di poterlo suonare, e io me lo sono portato nei posti dove ho vissuto negli ultimi quindici anni. Come se fosse una cosa facile.

Il mio pianoforte, un THÜRMER, con la sua aria antica del legno di quercia e i suoi tasti in avorio, ha vissuto nella mia casa nel cuore della Foresta Nera, a Friburgo, dove arrivò in un modo assolutamente avventuroso, spinto su un sentiero impervio e disagevole tra le urla in tedesco di due traslocatori forzuti e pieni di buona volontà. Dopo aver preso l’aria della Germania, è arrivato a Roma, nel mio appartamento al sesto piano di via della Farnesina dove, non entrando nell'ascensore, anche in questo caso ha messo a dura prova la caparbietà di altri traslocatori. Infine è giunto a Formello, dove doveva salire al secondo piano. Naturalmente, per coerenza, anche in questo caso non è stato facile. Perché dalle scale non passava, né da quelle interne né da quelle esterne, perciò l’unico modo è stato farlo sollevare in aria affinché passasse da un terrazzo e poi dalla finestra. A un certo momento, vedendo i traslocatori in bilico sul davanzale, mi sono spaventata al punto di voler mollare tutto. Ma loro, i traslocatori, avevano il coraggio e l’incoscienza dei matti e non hanno dato ascolto alle mie richieste. Onore a loro. Non so se vengono pagati, elogiati e ringraziati abbastanza dagli altri in situazioni analoghe, sempre che ce ne siano. Io ho fatto del mio meglio, ma non sarà mai abbastanza.

Comunque, il mio pianoforte è a casa, in ogni mia casa, dove la sua presenza mi ha donato tre cose: la prima, l’amicizia. Quando venivano degli amici in grado di suonarlo, chi più chi meno, oltre a creare degli accordi musicali, davano vita a delle armonie interne che ancora oggi posso ascoltare, toccando il tasto giusto della memoria. E penso ad Alessandro con le sue poesie musicate e a Cristiano, che improvvisava con gli occhi chiusi. La seconda, il sogno. E’ stato il promemoria di una dei miei propositi più belli sin da quando ero piccola: imparare a suonarlo. La terza, la prospettiva. E’ stato l’augurio che la storia continuasse e che mio figlio Francesco lo imparasse a suonare.

Al di là del successo del primo dono, gli altri due sono stati miseramente accantonati. Mio figlio ha preferito dedicarsi alla batteria ed è stato giusto così perché anche io ero incappata nel classico errore di noi genitori quando crediamo che i nostri figli debbano fare quel che a noi non è riuscito. Da parte mia, invece, non è difficile immaginare che negli ultimi quindici anni ritagliarmi del tempo per me non è stato facile. Ma soprattutto, credo che a bloccarmi sia stato il considerare quel sogno un lusso che non potevo permettermi.

E così, tutti gli sforzi dei traslocatori sono stati inutili? E non solo i loro. Anche il lavoro degli accordatori che sono dovuti intervenire dopo ogni viaggio per rimettere a posto le note? Friburgo, Roma, Formello, sono state forse attraversate invano?

Ebbene no. Questa storia non è finita. Perché ieri è stato il giorno in cui quel che non è possibile diventa possibile ed io ho preso la mia prima lezione di pianoforte.

L’incastro è di quelli vincenti per una mamma che lavora e ha poco tempo: prendere lezione di pianoforte mentre il figlio fa il corso di Kung Fu. Stessa scuola, stessa zona, stesso orario. Bingo! La mia insegnante si chiama Federica. Anche lei ha fatto il giro del mondo. Viene dall'Olanda, dove ha vissuto gli ultimi quindici anni. Coincidenze? E così ieri sera sono entrata nella saletta della lezione, dove campeggiava un colossale pianoforte a coda bianco. Non è straordinariamente scenografico? Non è davvero da copione di un film che non avrei mai creduto di interpretare ?

Ho guardato le mie mani che esitavano, ma poi le ho posate sui tasti e lei, Federica, la mia nuova Guru dei sogni nel cassetto, mi ha spiegato esattamente dove dovevano andare le dita. Mi ha insegnato il DO e il FA, la chiave di violino e la chiave di basso. E non ci crederete -io non ci credevo- ma alla fine della lezione suonavo già con due mani e ora ho i compiti a casa come tutti coloro che imparano uno strumento.

E’ uno spartito semplice, ma bellissimo per me e io lo guardo con orgoglio, con i suoi due pentagrammi, uno per la mano destra, in chiave di violino, che secondo me ha una linea meravigliosa, e uno per la sinistra, in chiave di basso. L’ho messo sul mio comodino ieri sera, perché non fosse solo un sogno che al risveglio svanisce. Ma non è affatto sparito e io devo solo metterlo sul pianoforte ed esercitarmi, ogni giorno un po’. Ogni giorno, piano piano, realizzare quel che volevo da tanto tempo, percorrendo la mia prospettiva.

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