La differenza tra me e te

È sabato mattina, fuori c’è un tempo da lupi ed è una di quelle giornate buie in cui tutto è troppo, in cui le canzoni sembrano esistere per tirare fuori le lacrime e in cui il silenzio diventa uno zaino troppo pensante da caricare sulla schiena. Il weekend dovrebbe servire per prendersi cura di se stessi, per curare le ferite della settimana, per cucinare il ragù e lasciare che la casa prenda quell’odore di buono e di materno ma ci sono weekend crudeli che odorano di chiuso, in cui vorresti solo guardare fuori dalla finestra la gente che va in palestra, in chiesa o a fare la spesa e che prenderti cura di te stesso diventa un compito troppo pensante da portare a termine.

Amy Winehouse cantava «Love is a losing game», non credo avesse ragione, almeno non del tutto. La ascolto perché le canzoni tristi hanno vinto sul silenzio e penso che l’amore è sì un gioco, uno di quelli difficili in cui non puoi avere tutto, non avrai mai tutto, puoi solo un po’ vincere e un po’ perdere e ad un certo punto ti obbliga a guardare dentro di te, a scendere a compromessi con le tue fragilità, con le tue debolezze e ad affrontarle se pensi che valga la pena andare avanti.

Ieri sera pioveva e ho chiesto un passaggio ad una mia collega in macchina, dalla sua playlist parte questa canzone di Tiziano Ferro, uno di quei pezzi che sembrano finto pop allegri ma che se ti fermi sulle parole capisci che ti stanno dicendo qualcosa, che stanno parlando a te e che gli sceneggiatori della tua vita hanno scelto di metterti in sottofondo quella canzone. Fa un po’ ridere pensare che i miei autori non mi abbiano mandato i Radiohead, o che ne so Leonard Cohen o Sufjan Stevens, ma non è tempo di reclami snob perché quel pezzo in quel momento sulla circonvallazione di Milano intasata parlava a me, come Dio con Jude Law.

Racconta di due persone diverse che cercano un punto di incontro, una tormentata e solitaria e l’altra più leggera ma con molte domande (alcune pessime lo dico) e un passato che genera insicurezze, un girotondo fatto di semplici «come stai» a cui uno risponde «Bene», forse per convenienza e l’altro riesce a dire solo «Boh» perché tutto sembra difficile.

Esistono parti uguali e contrarie delle persone, diverse facce che vengono mostrate a seconda di quello che succede, del periodo che si sta vivendo, tutti questi strati attraggono o al contrario respingono. Sono come calamite, se il lato positivo di uno si incontra con quello negativo allora la calamita funziona ma se entrambi mostrano il loro lato negativo ci si respinge, ci si allontana a causa di qualcosa che diventa difficile da controllare, diventa subconscio, difesa, chiusura.

E allora cosa si fa? Esiste una soluzione a questo gioco che tira fuori il peggio da noi stessi? Forse bisogna solo capire che a volte l’amore non è solo un dare e avere, non serve mettere al muro le persone per colmare le proprie insicurezze e che capire qualcuno di diverso da te significa anche cambiare i propri schemi e cercare di decodificare quelli dell’altro, fare passi indietro, perdonare errori che sembrano imperdonabili, sperare che il tempo possa colmare le crepe che avete creato con le bombe, rispettare le richieste dell’altro anche se lui è diverso da voi. In ultimo sperare e pregare che il destino faccia la sua parte e che se siete veramente destinati vi riporti insieme, un’altra volta, ancora.

Uno sorride di com’è e l’altro piange cosa non è. E penso sia bellissimo.