Bubble


Parlo a Margherita con gli occhi bassi, alzandoli solo per brevi momenti, per scorgere quale sia la sua reazione alle mie parole, confesso a Margherita di essere innamorato follemente di lei mentre nell’incapacità di sostenere la sua presenza ed i suoi occhi verdi osservo i campi ancora incolti ed il bosco che circonda la città racchiudendola nel suo abbraccio. Mentre le foglie si muovono in lontananza, strane figure emergono dal fitto manto scuro. Uomini armati con spade gigantesche, asce arrugginite e gonne colorate si schierano con poca disciplina dinnanzi al nulla. Istintivamente volgo lo sguardo verso ovest, verso il pericolo che quegli uomini sembrano temere ma che non si manifesta, o forse mi è precluso vederlo. La cavalleria scalpita e si allontana verso un avvallamento lontano qualche centinaio di metri. Un gruppo di arcieri riceve ordini e si schiera. Le cornamuse intonano canti di guerra, propiziano l’esito della battaglia. Un uomo a cavallo con il viso decorato e lo sguardo fiero si avvicina alla finestra della camera di Margherita, al secondo piano, e solenne mi rivolge il suo saluto. Nell’attimo in cui Ben riacquista i sensi probabilmente la battaglia è già iniziata o ha addirittura trovato la sua conclusione. Forse quell’uomo così deciso ha trovato la sua onorevole fine, forse banchetta col sangue dei propri nemici. Quando Ben cerca di capire dove possa trovarsi una donna di centocinquanta chili lo sta fissando negli occhi. Ben incrocia lo sguardo dell’ informe ammasso di carne e la cicciona comincia a parlare. — Li vedi? Osservali. Osserva la perfezione del loro mondo. Vivono in un microcosmo organico, una società perfetta delimitata nei suoi spazi e nelle sue regole. Tuttavia nessuno di loro sembra dispiacersene. Non godono di libertà, non possono andarsene dove gli pare, hanno dei confini. Guardali attentamente, vieni più vicino. Più li osservo più mi sembra che ognuno di loro abbia un ruolo ben definito. No, di certo — sorride — So a cosa stai pensando. Non hanno professioni o mestieri — sorride di nuovo, con maggiore convinzione. Cosa? — si indispettisce. Il fatto che non possano parlare non fa che aumentare la loro tendenza alla perfezione. Il linguaggio verbale è sopravvalutato, esistono infinite forme di comunicazione più evolute della nostra. Noi siamo primitivi nel nostro giocare con le parole. Emettiamo suoni, anzi, grugniti animaleschi che ci sforziamo di considerare evoluti. Godi della loro bellezza. Guardali, ancora una volta. Allora? Cosa ne pensi dei miei pesci? Ben perde di nuovo i sensi , chissà per quanto tempo, e quando gli occhi si riaprono si ritrova circondato da decine di acquari, legato con del nastro adesivo ad un a sedia a rotelle. Dinnanzi a sé una vecchia grassa di cui conosce il nome: Bubble. Ora che la verità sta emergendo Bubble confessa che dall’appartamento 21 si espanderà un’onda che spazzerà via l’ipocrisia del mondo e instaurerà la pace e l’armonia di un regno, animale, perfetto. Nelle fredde e precise parole di Bubble si cela tutta la follia di un piano che sembra trascendere il nostro mondo. Che il grasso abbia permesso a quel cervello primitivo di evolversi e di acquisire coscienza di una nuova dimensione, un livello precluso a tutti noi? L’appartamento 21 esploderà e l’acqua spegnerà il fuoco, le vite inutili saranno cenere umida. Ben è chiamato ad essere avvocato della sopravvivenza, alle sue parole è affidata la difesa del mondo. Dio non sarà al suo fianco, troppo distante. Non ci saranno neppure i Marines. Mi volto verso Margherita ma lei non è sdraiata sul mio letto, sfatto, a sfogliare una rivista per donne. Nonostante quello sia il suo posto, su quel letto, Margherita si trova in un altro posto. Gli occhi che si socchiudono diventano una lunga sequenza di zero, uno, uno, zero, zero, zero e poi ancora uno. Le dita affusolate, con unghie decorate di un rosa appariscente, esplorano il luogo che così tanto ho sognato e un uomo, in un luogo forse lontano, forse troppo vicino le osserva, con un comprensibile ritardo dovuto alla velocità di trasferimento del suo modem. Ben impiega quasi un’ora, si infervora nel suo lungo discorso cercando di evitare lo sguardo di Bubble, attenta in modo maniacale ad ogni parola che esce dalla sua bocca. Guardati, Bubble. Hai sessant’anni, forse di più. Sei grassa da far schifo, vivi sola. Tuo marito ti ha lasciata trent’anni fa. I tuoi figli non vogliono vedere la tua faccia né sentire la tua voce. Per vedere i tuoi nipoti, una delle più grandi gioie che ti sono state negate, ti apposti alla fermata del bus e sorridi nel vederli sorridere. Non ti fai schifo? Perché non ti uccidi e la fai finita? Non sei carnefice, non sei vittima. Sei colpevole quanto innocente. Levati dai piedi ammasso di grasso fatiscente! Lascia che la gente viva e muoia nel modo che ritiene più consono. Tu non sei nessuno, non sei niente. Ucciditi e lasciaci in pace. Bubble si alza dalla sedia. Tiene lo sguardo fisso in quello di Ben che ora, rinfrancato, trova la forza per sostenere i pesanti e giallastri occhi del suo carceriere. Le pupille si dilatano, il respiro è affannoso. Si rilassa, poi lentamente, voltata verso una delle vasche, Bubble prende una pistola e si spara diritto alla tempia. La testa trascina il corpo dietro di sé, lanciata dalla forza della pallottola. I timpani si riempiono di un fischio che lacera il silenzio. Ben chiude gli occhi. La testa finisce in uno degli acquari, immersa tra i pesci che prontamente si avvicinano ed iniziano a mordicchiare la pelle, le orecchie. Ed il naso. Ben immagina la sua bocca articolare le ultime parole. Li vedi? Osservali. Osserva la perfezione del loro mondo. Quando un abitante muore gli altri abitanti si nutrono di lui. Bubble continua a fissare Ben. Morta. Il sangue che fuoriesce dal suo cranio si mescola con l’acqua cristallina della vasca, creando un effetto suggestivo. I pesci sembrano godere di questa corrente calda e si tuffano in essa rincorrendosi e corteggiandosi.

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