Terra


Ogni volta che vedo una di quelle grandi ville costruite negli anni ‘50, con il ghiaietto bianco, un grande giardino e la veranda, non posso fare a meno di immaginare come sarebbe stata la mia infanzia se fossi cresciuto in un posto del genere. Guardo il prato all’inglese, perfetto. Dove sono cresciuto io le zone verdi erano i cacatoi per i cani e spesso la toilette di qualche tossico del cazzo che non si degnava neanche di celare la manovra in segno di rispetto. Mi sarebbe piaciuto sdraiarmi in uno di quei prati morbidi, godere del profumo dell’erba bagnata durante le serate estive pù umide. Rincorrere un pallone e non tornare a casa ricoperto di terra e sangue ogni volta che uno degli stronzi più grandi mi avesse scaraventato a terra. Praticamente ogni giorno. Ma è forse lì, tra i sassi conficcati nel costato e la pelle sbucciata che ho imparato le cose migliori. Perchè nonostante fossi il più piccolo e a terra ci finissi con regolarità, ogni sera, mi ripresentavo sulla strada, ancora segnato dai giorni precedenti. Finivo per terra, mi rialzavo e correvo più forte. Sangue. Terra. Se fossi cresciuto in una di quelle ville forse sarei diventato uno di quei coglioni che tanto odio. Sarei stato ricco, certo. Avrei avuto un’educazione migliore, fiche migliori, automobili migliori. Avrei avuto amici più potenti e non spacciatori di fumo così scadente da farti pensare che la droga è una cosa davvero brutta. Forse sarei stato più amato. Forse la gente ricca ama di più o ama meglio. Sarei stato uno di quei piccoli bastardi che scendono dalle piste da sci nella mia tuta rosso fuoco. Avrei fatto un corso di vela e, in inverno, di tennis. Il mio maestro mi avrebbe portato ai tornei, avrei vinto e mio padre la sera, prima di dormire o di scopare mia madre, si sarebbe immaginato in tribuna a Wimbledon. Io in campo, sull’erba, a battermi contro un americano cresciuto nella controparte americana della mia casa, con un bel prato americano e un gigantesco cane americano. Avrei avuto una tata, forse americana, che mi avrebbe insegnato l’inglese sin dalla culla. La prima fica l’ho toccata che non avevo ancora otto anni. Dove sono cresciuto io non si gioca a tennis e quindi la fica diventa un bene primario. Impari a conoscerla presto altrimenti pensano che sei frocio, a terra ci finisci più spesso e di sangue ne vedi di più. E non parlo di sangue di fica. Anche la morte è una cosa che conosci presto. E come per la fica devi saperla maneggiare da subito altrimenti pensano che sei uno molle, uno che si caca sotto. Non ho mai davvero rischiato di morire tranne una volta. Una sera ho sentito un rumore e un secondo dopo mi sono trovato per terra nel mio sangue. Ma non era come le altre volte perchè un tossico così fatto che non sarebbe stato in grado di tirarsi fuori l’uccello dai pantaloni aveva pensato bene di salire in macchina e farmi volare per 40 metri. Io buttai giù un pò di sangue e terra, come sempre, ma quella volta non mi rialzai per continuare a giocare. Facevo uno strano rumore mi hanno detto, come un gattino che miagola. Io non ricordo. Il tossico del cazzo non è neanche finito in gabbia ma io mi sono fatto 4 mesi in ospedale, e per le prime due settimane ho avuto più sangue che saliva in bocca. Mi aveva spezzato una gamba, il tossico. Quando sono uscito e ho imparato di nuovo a camminare, ci ho messo un pò perchè le gambe mi erano diventati stecchetti, uno dei ragazzi più grandi, uno di quelli che mi faceva sempre finire con la faccia nella terra mi ha portato a casa del tossico. Eravamo in sei, forse sette. Io come al solito ero il più piccolo. In tre hanno legato il tossico e lo hanno preso a pugni. Poi il ragazzo grande mi ha dato un martello e mi ha detto di spaccargli la gamba come lui l’aveva spaccata a me. Io ho preso il martello ma mi sono messo a piangere. Quattro mesi di dolore mi erano saliti alla testa direttamente dallo stomaco e per poco non vomitai. Il ragazzo grande mi diede una carezza sui capelli e mi portò fuori ma la gamba al tossico la spezzarono comunque. E quando lo venni a sapere il dolore non salì più e nonostante non ricordi bene credo di aver sorriso. Qualcuno mi disse che i ricordi sono più piacevoli della realtà. Una volta feci un viaggio con uno dei ragazzi del quartiere. Partimmo senza meta e senza provviste, con qualche soldo e 8 preservativi. Il primo giorno non mangiai per 24 ore e sono sicuro di aver avuto la febbre. Ma a distanza di 20 anni ricordo solo le fiche russe che incontrammo la sera. Io sapevo l’inglese perchè ascoltavo un sacco di musica. A 11 anni conoscevo i Beatles come pochi e se l’avessero saputo i ragazzi più grandi avrei fatto una brutta fine. La cultura non veniva osteggiata senza motivo ma semplicemente evitata per non creare scompensi. Un livellamento di conoscenze molto basso permetteva il prosperare di un ordine gerarchico basato sulla violenza e sulla capacità di compiere crimini. Conoscere Fichte non solo sarebbe stato male interpretato ma avrebbe rappresentato anche un inutile peso nella corsa alla sopravvivenza. Pensare fuori da uno schema ben preciso ti poteva far finire molto male. Sono sempre stato bello. Ero un ragazzino da copertina e le fiche più grandi mi adoravano. I ragazzi più vecchi mi usavano per conoscere le fiche, un grazioso, biondiccio cavallo di troia. Imparai che le fiche sono facili da conquistare e un giorno anche se non mi era ancora spuntato il pelo sull’uccello decisi che era ora di vederne una da vicino. La ragazza più bella del quartiere decise di farmela vedere e così in una rimessa per biciclette feci la conoscenza con il sesso orale. La fica mi piaceva un sacco anche se aveva un odore strano. Non era un vero e proprio profumo ma mi piaceva da impazzire. La ragazza disse che la leccavo bene. Quella ragazza è morta quattro anni dopo. La sua foto è ovunque nel quartiere. Era bellissima, un sacrificio umano sull’altare della bellezza eterna. Le fiche del quartiere ora hanno culi giganteschi e seni cadenti. Lei rimarrà sempre così, come in quella foto che sbiadisce lentamente sui muri dei negozi tra le effigi dei santi. Sono uno dei pochi del quartiere ad avere frequentato l’università. Faccio l’avvocato ora e qualche volta mi è capitato di difendere uno di quei ragazzi con gli occhi troppo accesi per essere gente tranquilla. Io ho gli occhi verdi e non ho quello sguardo. Non torno nel quartiere da 12 anni, da quando sono morti i miei vecchi. Non hanno mai abbandonato la loro piccola e umida casa. Se l’erano comprata e per loro quella era una dimora regale e fanculo ai tossici del cazzo che gli rompevano le palle quando tornavano a casa con le buste della spesa. Devo fare la spesa per un mio amico, mia madre è malata, il mio cane ha solo tre zampe. Trovatevi scuse del cazzo migliori. La droga non è mai passata di moda. I colori accesi, il fucsia, i jeans larghi e poi stretti e poi ancora larghi e ancora stretti. Tutte queste cose sono arrivate e volate via velocemente. Ma la droga è rimasta lì. Si è cambiata d’abito qualche volta. Ora il quartiere è pieno di puttane. Ed è ironico come questa invasione abbia in qualche modo innalzato il quartiere, migliorato la fauna umana che ne frequenta le vie strette. Ci sono puttane per tutti, di tutti i gusti e colori. Come le caramelle ma leggermente più gustose. Io a puttane non ci sono mai andato perchè sono ipocondriaco e perchè in 32 anni ho sempre avuto un sacco di fica. Ogni volta che vedo una di quelle belle case, con il cancello decorato e le statue penso a mia madre e a mio padre. Mi chiedo se abbiano mai desiderato vivere in una casa con un grande giardino e tante stanze. Mi chiedo se si siano pentiti di qualcosa o abbiano avuto rimpianti. Li ho visti spesso felici, spesso tristi. Ma la dignità non l’hanno mai persa. Eppure mi chiedo se anche loro abbiano sofferto nel vedersi poveri e nel sapere nel profondo del loro animo che non sarebbero mai stati ricchi, nonostante i sacrifici e i pugni in faccia presi dalla vita. Penso spesso a quante formichine camminano su questa palla di sassi e carbonio e di quanto poco interessi alle altre formichine della loro esistenza. Viviamo insieme e muoriamo da soli senza possibilità di appello, ricchi, poveri. E questa legge vale anche per i tossici del cazzo. La droga, dicevo, ha sempre fatto parte della mia vita. Perchè un pò come la fica anche con la droga dovevi dimostrarti uno che non ha paura. Io non mi sono mai bucato perchè sarei stato come un tossico del cazzo. Ma mi sono fatto tanto acido. E anche un pò di cocaina. Ma non giudicatemi. Non lo si faceva per evasione, nè per sembrare migliori. Lo si faceva perchè andava fatto altrimenti finivi con la faccia nella terra impastata col sangue. I miei vecchi mi vedevano tornare a casa distrutto dall’alcol e dagli acidi. Mio padre soffriva, mia madre soffriva. Io, l’ho capito solo dopo, soffrivo con loro. Non tocco più niente del genere da più di 10 anni. Ho due bambine e mia moglie è una donna meravigliosa. Faccio l’avvocato, guadagno un sacco di soldi. Ora sono qui davanti ad una di quelle case con il cancello di ottone alto 4 metri. La sto curando da qualche mese e sì, me la posso permettere. Ci metterò dentro mia moglie e le mie due bambine. Farò in modo che non diventino due puttanelle. Comprerò loro un bel cane e cercherò di evitare che la bestia cachi nel mio giardino all’inglese. Le terrò lontane dai tossici finchè ne avrò la forza. Non avranno una tata che parla inglese perchè la loro madre non crede in questo tipo di cose. Io mi spaccherò la schiena come mio padre ha fatto per me, fino alla fine dei suoi giorni. Le iscriverò a tennis, chissà che una di loro diventi una campionessa. Io me ne starò lì in tribuna ad esultare per i suoi punti eccitato dalle gambe tornite della fica australiana che la aspetta in finale.

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