COSA CI FAI A RIMINI SE NON AMI IL MARE E LE DISCOTECHE?

Storia di un giovane letterato nato nel luogo sbagliato, ma non troppo. Di Stefano Rossini

«Ah! Sei di Rimini?! Che culo! Starai tutto il giorno in spiaggia e la notte sempre in discoteca».
«No. Odio le discoteche, e pure la spiaggia».
Fine del discorso e fine di una potenziale amicizia o relazione.
Quante volte ho sentito questa domanda e quante volte ho dato questa risposta? Non lo so. Non le ricordo più. Ho cominciato a ribattere in questo modo a 16 anni, travolto dall’amore per la poesia e dall’odio per la discoteca.
Certo, essere poeta o, meno pretenzioso, amante della poesia a 16 anni è difficile in ogni parte del mondo, ma qui, a Rimini, dove tutti si aspettano che un sedicenne per bene vada in discoteca fino alle 3 di notte, si sfondi d’alcol come una idrovora fuori controllo e si sballi come se non ci fosse un domani, è un tantino più complicato.
Negli anni ’80 qui il mito era Zanza, il vitellone che si portava a letto vagonate di turiste straniere. I miei compagni di classe lo osannavano. Era l’unica forma rituale e religiosa che vedevo in loro — almeno in questo, c’è da dire, erano in linea col dissacrante anticlericalismo di questo lembo settentrionale dello stato della chiesa.
I miei modelli erano invece Foscolo e Leopardi. Io andavo di endecasillabi sciolti, avevo la pelle lattea che un raggio di sole a giugno mi avrebbe costretto per un mese al reparto grandi ustionati dell’Ospedale Infermi di Rimini, e se bevevo un bicchiere di vino mi partiva un’emicrania che mi marciava in testa per tre giorni. Lo sballo non era per me. Niente disco, niente alcol, niente spiaggia.

È vero, Rimini ha tanti miti letterari e poetici. Fellini, per citare il primo, Tondelli, De André, per andare di seguito. Ma nella vita di tutti i giorni cosa significano? Molto poco. Per cui quando mi hanno chiesto di raccontare la Rimini letteraria ho pensato a cosa è stata per me questa città negli anni in cui ho deciso che le parole avrebbero avuto un ruolo importante nella mia vita.
Il primo poeta che mi ha fatto vedere la mia terra con occhi diversi è stato Pascoli.
“Nascondi le cose lontane,|| tu nebbia impalpabile e scialba,|| tu fumo che ancora rampolli,|| su l’alba”, scrive il poeta in Nebbia. Da quel momento alla spiaggia dorata si sostituiva la nebbia fumosa e umbratile, immagine della lirica che vela e svela allo stesso tempo. Solo molti anni dopo, al piacere romantico della poesia che pizzica le corde più intime si è aggiunto quello più mordace e disincantato di Fellini, che di fronte alla stessa nebbia che tanto confortava il poeta di San Mauro, fa dire al nonno del protagonista, immerso suo malgrado nel nebiòn: “Mi sembra di non stare in nessun posto. Forse la morte è così? Non è un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino… Te Cul!”
Ecco le due facce della medaglia dello stesso genius loci, che da un lato si accuccia nel grembo della natura, la guarda, la accarezza, si fa cullare come un amante soddisfatto, e dall’altra la manda a quel paese, “in te cul” per dirla con le parole del nonno, tirando fuori i denti e divertendosi a irriderla con un umorismo nero e cattivo come da verace tradizione italica. Uno spirito che in entrambi questi atteggiamenti ama la vita a dismisura come ci ricorda Pellegrino Artusi, romagnolo di Forlimpopoli e autore de La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, primo e più importante ricettario dell’era moderna. Al tempo non lo sapevo che due riminesi potevano scannarsi a vicenda per le diverse e ugualmente tradizionali ricette dei cappelletti, eppure anche questo campanilismo mi ha riempito lo stomaco, insieme ai cappelletti e alla piadina.
Ma questa non è che la prima di tante divisioni che infiammano la città e di cui sono stato partigiano. In questo tratto dell’Adriatico la città si divide come in un parlamento democratico in una maggioranza che ama il mare d’estate, il caldo soffocante, il caos tremendo e senza pause che impera da giugno a settembre, e la minoranza sempre più esigua che lo preferisce in inverno vuoto e grigiastro, silenzioso nelle spiagge desolate e spazzate dal maestrale, negli scheletri di cabine (o gabine per dirlo alla romagnola) che si riempiono solo di malinconia. La letteratura — meretrice dall’inizio dei tempi- sposa entrambi gli scenari, sia quello assolato che quello nuvoloso.
Allo stesso modo Rimini si divide tra chi ama le sponde e le spiagge e chi invece preferisce le colline e i boschi. E il più grande cantore di questa Romagna è stato sicuramente Tonino Guerra, poeta dei frutti dimenticati, degli insetti più umili, dei borghi arroccati e sorpassati.
Posso confessare, in quest’articolo troppo autobiografico, che quando ero giovane e irrequieto non ho mai particolarmente amato tanto il poeta santarcangiolese, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Ora un po’ di più. Lo trovavo stucchevole, ripetitivo anche un po’ scialbo. Poi troppo onnipresente. Eppure a riguardarlo ora, penso che la sua lettura del reale mi abbia influenzato e neanche poco. La sua Romagna parla di una natura viva, mitologica che fa da sfondo a uomini che sembrano fatti di roccia e fango.
Diversa la sorte del suo conterraneo Nino Pedretti, capace per me di condensare tutte le anime romagnole in uno stile pacatissimo e puntuto.
Una delle sue opere più belle, la raccolta Monologhi e racconti mette in linea una carrellata di personaggi, tra cui la suora, il bugiardo, il botanico, il borghesuccio, l’annoiato, l’instabile, l’assassino e altri, che rivelano non tanto ciò che ci si aspetterebbe — la loro professione, i dilemmi del lavoro — ma le paure, le insicurezze e le piccolezze di chi deve fare quotidianamente i conti con la vita.
Come scrive l’autore nell’introduzione: “Per quanto noi siamo disposti a collaborare col nostro mestiere […] i venti della vita soffiano e quel castello di carte così ben ordinato delle nostre competenze si sfascia e si disperde. Allora le carte si dispongono in altro modo, apparentemente alla rinfusa…”; le carte della nostra vita, quelle che con tanta attenzione sistemiamo secondo il nostro volere, per creare un’immagine fiorente e rigogliosa, che poi un soffio di vento butta giù in un attimo.
Basta un soffio del vento del lavoro, della sfortuna, dell’amore, dell’inatteso: qualunque folata ci costringe e fare i conti con un progetto nuovo, diverso, di difficile lettura e ancor più difficile attuazione. Spesso il vento lo soffiamo noi stessi, sulle nostre carte, magari fingendo di non vedere mentre sputiamo aria sulla nostra vita bella e insoddisfacente.
Come ci confessa proprio Pedretti in Grammatiche, che fa un lavoro e ne sogna un altro, poi quando lo raggiunge ne vuole un altro ancora, e avanti così, lavoro dopo lavoro, irrequieto, senza remore, fino a che, alla fine, ammette: “Così, ora, non faccio più niente. Lo so, scrocco dei pasti, calo in dignità, ma io a lavorare non gliela faccio più e non m’importa neanche se divento un barbone, perché di una cosa mi sono accorto, che sono inadatto al mestiere di vivere”.

Queste parole sono la mia Rimini. Sì, Santarcangelo è anche Rimini. Diciamolo e facciamo arrabbiare i grandi catalogatori dei generi e degli uomini. La cultura è come la lingua, e, come insegna De Saussure, continua da un luogo all’altro mutando pochi caratteri alla volta senza soluzione di continuità. Via la spiaggia, dentro l’entroterra con le sue torri, i suoi castelli, gli eremi. Al bagnino preferivo il monaco — sempre in un’ottica atea e anticlericale, ovviamente. I grandi riformatori che fondarono monasteri nelle foreste del Casentino, uno dei luoghi più suggestivi d’Italia — sono di parte, ma non così tanto. Un luogo in cui qualsiasi monoteista è tentato di abbandonare gli dei del deserto delle religioni adamitiche per convertirsi al richiamo di una natura divina che cresce umida e muschiosa.
Da questi monti, si vede un mare che niente ha a che fare con le spiagge di Pier Vittorio Tondelli e Marco Pesaresi, scrittore il primo e fotografo il secondo, entrambi forse tra i più capaci di raccontare una Rimini, quella degli anni ’80, fatta di caos e rutilante delirio. Una Rimini per cui ero troppo piccolo ma che ha lasciato nell’aria un profumo persistente, rimasto sino alla fine del millennio. Come quando passa una ragazza troppo truccata e profumata. La incroci e ti stordisce: ti giri, la guardi, non ti piace, ma non la dimentichi.
Da quei monti si vede un altro mare: distante e immobile, come quello contenuto nelle bocce con la neve. Lo stesso mare che si vede dai bastioni merlati degli innumerevoli castelli. Quando scoprii, giovane letterato ignorante, che l’episodio più romantico di tutta la Divina Commedia dantesca prendeva spunto da una vicenda reale ambientata qualcuno dice a Gradara, qualcun altro a Santarcangelo (le Apt farebbero qualunque cose per avere un documento che comprova la certezza del luogo), allora ho pensato che davvero questa fosse la terra giusta per un poeta. Potevo come il grande Byron, trovare nella mia stessa terra lo spunto per la creazione poetica (basta poco a rendere felice un sedicenne).

Paolo e Francesca, amanti nonostante l’impossibilità di farlo e puniti dal vile Gianciotto che vendica così l’onore macchiato con il duplice omicidio, e poi ancora l’inferno e lo strazio eterno. Altro che le carte scombinate della vita come immaginava Pedretti! Il medioevo ci insegna che se soffia il vento sbagliato sulle nostre carte, cercheremo invano di rimetterle in ordine per tutta l’eternità.

Potevo dire di vivere in un luogo che ispirava i poeti, dalla cui terra germogliavano storie cruente e affascinanti. Storie di uomini veraci e ferali. Storie di nebbia, di pescatori, di albergatori, puttane e scrittori frustrati, bravi ragazzi e cattive compagnie, storie da cui, per dirla con le parole di Montale, sembra all’improvviso di scorgere “il punto morto del mondo, l’anello che non tiene”, il mistero che tutto sottende; un mistero che ha una sola risposta: Te Cul!

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE

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