TONINO GUERRA, ARCHITETTO DI SOGNI

Creatività e paesaggio del poeta del retrobottega della Riviera. Di Sanzia Milesi

“Abbiamo bisogno di luoghi che siano uno specchio per le nostre riflessioni. Luoghi che ci allontanino dalla vita che stiamo facendo. Luoghi che ci facciano camminare lungo i sentieri creati dalla nostra fantasia. (…) Insomma bisognerebbe creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Questi sono i “luoghi dell’anima”, così li chiama in una pagina di diario del 2008, Tonino Guerra, al secolo Antonio Guerra, nato nel marzo del 1920 a Santarcangelo di Romagna, il bel borgo da cui, nel marzo di 92 anni dopo, lascia questa vita. Poeta, ma anche sceneggiatore e artista di fama internazionale, le mortali spoglie che ha svestito (guarda caso proprio un 21 di marzo, nella Giornata Internazionale della Poesia) sono custodite, in cenere, dalle mura della sua Casa dei Mandorli a Pennabilli, città di cui divenne cittadino onorario trasferendovisi a vivere nel 1989. “Il posto dove trovi te stesso”, com’ebbe a definirlo, con vista sull’intera vallata del Montefeltro e Valmarecchia.
“Pennabilli, questo paese che potrebbe stare indifferentemente in Valmarecchia, in una favola di Rodari o in un racconto di Italo Calvino, l’epicentro dell’universo creativo di Tonino”. Come lo descrive Salvatore Giannella, ben riassumendo il portato onirico rievocato dalla scrittura del Guerra e tracciando ne’ La valle del Kamasutra proprio una guida tra Romagna e Marche ai luoghi dell’anima da cui ha preso (e perché no, dato) linfa la sua poetica. Dal Giardino Pietrificato di Bascio Alto alle due chiesine di Montefiffi a Secchiano, “così piccole che somigliano a macinini da caffè, una vicina all’altra, a un passo di distanza”; dalle fontane a Sant’Agata Feltria, Cervia, Sogliano, Poggio Berni, al Bosco della Pioggia di Riccione; Torriana e l’albero dell’acqua; il Castello di Azzurrina a Montebello; i cimiteri abbandonati nella valle di Maiolo; il tappeto delle conchiglie montanare e il Santuario dei pensieri; le sette splendide stufe a la Sangiovesa di Santarcangelo e l’Orto dei frutti dimenticati a Pennabilli, “un piccolo museo dei sapori per farci toccare il passato”; le installazioni come L’Arco delle Favole, la Cappella di Tarkovkji, il Gelso della Pace o le sette meridiane; i museo di Santarcangelo e quello all’oratorio di Santa Maria della Misericordia a Pennabilli, che è “Il mondo di Tonino Guerra”. Come lui stesso si auspicava “una volta finito il viaggio attraverso queste pagine, possiate chiudere il libro e andare nella valle a vedere queste mie piccole invenzioni romagnole…”.
Figlio di contadini analfabeti e maestro elementare; deportato in un campo di concentramento tedesco durante la seconda guerra mondiale; poeta e prosatore, precursore della lingua dialettale, sin dagli anni ’40; laureato in pedagogia all’Università di Urbino nel 1946; con oltre 120 film all’attivo, sceneggiatore per registi del calibro di Fellini, Antonioni, De Sica, Petri, Monicelli, Rosi, Anghelopulos, Tarkovskij e i fratelli Taviani; volto noto in televisione in forza di uno spot ottimista per una catena di elettrodomestici; Tonino Guerra ha realizzato anche una pregevole produzione pittorica e sperimentato, grazie alle mani di sapienti artigiani, sculture ed opere in ghisa, vetro, ceramica, ferro battuto, legno riciclato… Per un design dalla bellezza semplice e poliedrica com’è l’immaginario dei suoi testi, dai primi I scarabòcc (Gli scarabocchi) e La s-ciuptèda (La schioppettata), passando per I bu (I buoi) e Il miele, fino a La valle del Kamasutra e Polvere di sole.
Il suo caleidoscopico mondo è infatti quello delle piccole cose, le gioie pure. La magia di “Rémin” con i dieci chilometri che la separano da Santarcangelo: “A quel tempo fino a quindici anni, si stava in paese e si andava a Rimini soltanto per cercare la guarigione dalle malattie o per la cura dei denti; anche per questo quei dieci chilometri che portavano verso un dolore o verso una cura erano lunghissimi”. E le sue valli, dal Montefeltro alla Valmarecchia, la fascinazione dei muri vecchi dove “le crepe scendono come fulmini” (I scarabòcc). La “contrada degli sbadigli abitata dai poveri con le porte spalancate” e la strada morta dove nessuno ci passa, le porte coi batacchi arrugginiti “lo sa dio da quanti anni non picchiano” (Préim vérs). E i buoi che non servono più, portati via con la corda lunga al macello, perché ad arare si fa prima col trattore (I bu). Là, dove “le vecchie barche muoiono nel porto” (Al fóli) o dove in inverno “la gente è chiusa nei caffè stretta intorno alla stufa” (La chèsa nóva). Là, dove “la mia casa sta così in alto che si sente la tosse di dio” (Éultum vèrs). “La mi chèsa a Pennabilli”, la sua casa di montagna dove passa il tempo a “raccogliere l’ombra delle foglie”, “con l’aria piena di lucciole e la bicicletta e la fionda” e “i mulóin abandunèd”, i mulini abbandonati nel fosso che porta l’acqua al Marecchia, dove “l’aria mossa dalle farfalle avrà l’odore del pane e della vita che non muore mai”, oppure “al cisi ‘d lègn”, le chiese di legno (L’albero dell’acqua). E ancora, Pietracuta, un borgo proprio sulla strada del fiume, e Rico che a Zaira “le diceva di avere pazienza ché da un momento all’altro arriva il mare”. Oppure il borgo di case vecchie a Petrella Guidi, il mulino e la fontana del lavatoio, il frantoio e l’altare, e quell’odore di rosmarino “così forte che ti buttava la testa all’indietro”, raccontato ne’ Il viaggio dedicato “al Marecchia che nasce sul monte Zucca e arriva all’Adriatico, nella speranza che molti occhi si accorgano di lui”.
Il tema ricorsivo dell’infanzia, vista come età dell’oro a cui tornare con il pensiero per ritrovarlo intatto e incontaminato, così come la realtà che lo circonda. E quella incantevole sinestesia, di cui i suoi versi sono capaci. Sensazioni e sensi che si intrecciano nell’incontro con il vero e lo trasmutano in un richiamo seducente e portentoso che quel vero trascende. Come in Una foglia contro i fulmini. La necessità di isolarsi, il vuoto polveroso della mente e il dover “toccare con le mani e coi pensieri la mia infanzia”. Che poi, “da un momento all’altro dovrò pur dire a qualcuno che non sto cercando solo la mia infanzia, ma addirittura l’infanzia del mondo”. E “l’incontro con la vecchiaia e col tempo (…) le vecchie porte che proteggono i casolari abbandonati, o stalle o rifugi per animali”. Perché “ho capito che il silenzio si può annusare come se fosse un odore. E senza accorgerti scopri che puoi guadagnare lunghi momenti di immobilità.”
I cinque sensi coinvolti, il gusto della pioggia in bocca, una foglia in mano, l’odore di erbe selvatiche e i cigolii delle docce arrugginite. “I rapporti con le piante, le luci, gli odori, i rumori. Lunghe conversazioni zitte. E adesso erano proprio questi incontri imprecisi che volevano trattenermi”. La valigia per la partenza e il pavimento coperto di foglie di erba luisa, riportato alla memoria l’odore di limone della chiesuola distrutta. “I profumi della memoria” che gli mancano quando abita a Roma. Perché “ormai ho una convinzione definitiva: ho bisogno di strade non asfaltate, terreni fatti di crosta secca… Ho bisogno di sentire la presenza di spessori, di incrostazioni create dalla pioggia, dal sole e dalle pietre che si smarrivano, così capisco che la natura dà un suo contributo fondamentale all’architettura regalando l’impronta del tempo e della morte”. Perché “abbiamo bisogno non soltanto di parole per toglierci dalla monotonia di questa vita. Anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo.”
Sì, quello che crea è anche una sorta di Dizionario fantastico capace di descrivere il mondo, il suo mondo, poiché il mondo di ciascuno, altro non è che percezione della propria mente, o sarebbe meglio a dire, anima. L’ombra ovale del dirigibile tedesco, precipitato nel 1917 oscurando la piazza, percepito simile a un’eclissi, e da quella caduta l’ombra di uova su quaderni o giornali vista come la fine del mondo. Nel contemplare il mare, la scoperta di “una nuova dimensione del tempo. Un tempo misurato attraverso i cambiamenti della cosa contemplata.” E il silenzio, “ogni tanto mi sorprendo a rimirare per ore e ore la valle sommersa dal silenzio, quasi fossi anch’io quel silenzio”. Uscire di casa “spinto da una necessità nelle gambe” e capire che “il mondo va incontro a un paesaggio di facce. (…) Il paesaggio non ci sarà più. I monti, gli alberi, l’erba e anche il mare sarà ricoperto di facce”. Così rivolgersi al Marecchia per ritrovare la “sensazione di esser fuori da tutto, vicino all’infanzia del mondo e dentro l’infanzia dell’umanità (…) assaporare l’idea di scoprire l’universo, di vederlo ora per la prima volta nel suo aspetto più vergine e intatto. Angoli che danno alla nostra vita uno spessore di millenni”. Così come il ricordo di quando da ragazzo andava al mare una volta l’anno col carro tirato dal cavallo a Igea Marina: “l’incontro col mare era l’incontro con l’infinito, un contatto autentico… quasi due animali che non si conoscono e si annusano per la prima volta anche se si tratta di una formica e di un elefante. Avevi lo sguardo lungo dell’astronauta che scopre il pianeta azzurro e la sua mente si allarga per contenere tutto questo spazio e intanto la sua fantasia ne è così umiliata.” Il bosco di cerri a sei chilometri da Pennabilli con i suoi scricchiolii e i piccoli tonfi di ghiande. Le visioni dell’infanzia a primavera sotto il colle di Santarcangelo attorno alle mura del convento, in un sentiero ora chiuso, proprietà privata, perché nessuno ha più bisogno di quella grande veduta. La nostalgia anche della miseria, del rapporto difficile ma sano coi grandi valori della vita. Risentendo il bruciore delle castagne tolte dalla padella infuocata, gli odori umidi dei terreni, le orme delle zampe di gallina.
La sua poetica è quella impregnata dell’“umore” che lui stesso descrive nel Dizionario fantastico. “Bisogna stare in un posto dove le parole diventano foglie e così possono rubare i colori alle nuvole e dondolare al vento. I nostri discorsi devono avere sulle spalle gli umori delle stagioni e il riverbero dei paesaggi dove stanno nascendo. Non è vero che le parole non sentono l’influenza dei rumori e del silenzio che le ha viste spuntare e vivere. Parliamo in modo diverso se piove o se ci batte il sole sulla lingua”. Ed è per mantenere viva questa sensibilità arcaica che come un ouroboros, un serpente che si morde la coda, la sua lirica vive e fa rivivere l’incantato immaginario di un immane “orto dei frutti dimenticati”. Si ciba di profumi altrimenti destinati all’oblio e al contempo rifocilla le menti dei lettori del sapore pieno di quella esistenza dal gusto semplice che è meta salvifica nell’ideale astratto di ognuno di noi per “affrontare questa vita che ci fa diventare robot”.
Gli danno ragione i commenti di tanti. Per Elsa Morante, “Tonino è l’Omero della civiltà contadina”. Carlo Bo, prefatore dei suoi Scarabócc quando ancora “la poesia in dialetto non aveva riconoscimenti o legittimità autentica”, lo definisce “una delle più alte voce della lirica italiana del nostro tempo” e commenta: “Viviamo tempi di estrema durezza, di esistenziale confusione. Ci salva la poesia nella misura testimoniata da Guerra, in quest’angolo di purezza che ancora agisce tra Urbino e la Romagna.” Per Italo Calvino “nel rappresentare squarci del nostro inconscio, ha la mano discreta e sicura che hanno i sogni”. Mentre per Vittorio Sgarbi, Tonino Guerra “continua a vedere il mondo come Francesco nel Cantico delle Creature, mantiene la stessa verginità dello sguardo. (…) Questo gli consente di non perdere il valore delle cose e di aiutarci, anzi, a guardarle con occhi nuovi, a sentirne lo spirito”. E Giuseppe Prezzolini, parlando di “vignette del Guerra” e “frecce di rapido schizzo”, riporta: “Scrivere semplice pare facile e invece è più difficile di quanto pensiate. (…) La semplicità del Guerra, in favore della quale ho scritto in modo forse complicato, è il risultato di un’arte sopraffina, che consiste soprattutto nello scavare e nel togliere tutto quello che è inutile”. “Viva tre volte e anche di più Tonino Guerra” invocava Cesare Zavattini. Ancora lo elogia Pier Paolo Pasolini, che in in merito alla S’ciupteda scrive: “Vorrei aver fatto per questi borghi della Bassa friuliana quello che Guerra ha fatto per la sua Contrada”. Laddove, per Renzo Piano: “lui è l’architetto dell’impossibile, io non ci riuscirò mai”.
Ecco allora che Tonino Guerra va ricordato anche per la sua attenzione proattiva all’urbanizzazione del suo territorio. I suoi moniti. Come Gli Avvisi, i poster con cui chiedeva venissero conservati i colori e i profumi delle terre di Romagna. Per non abbattere i ciliegi a Longiano “valle dei ciliegi”. Creare un grande bosco di fiori, dal mare al ponte di Verucchio. Per valorizzare “la strada dei giardini romagnoli” attorno a Cesena. Contro i brutti oggetti comprati a San Marino e per le vecchie case coloniche che invece raccontano favole agli occhi. Avverso le non accoglienti stanze d’albergo della Riviera e per la conoscenza dei poeti di oggi, il fare pratico, per dare alle case il colore delle case, in favore di tigli ed ippocastani. Contro gli occhi miopi dell’autorità e la malavita. Così insomma da lasciare ai nostri figli “questa valle ancora intatta e piena di quell’incanto che aveva quando ce l’hanno lasciata i nostri padri”.
Così è ne’ La valle del kamasutra l’intento della sua lettera per la nuova piazza al Sindaco di Santarcangelo di Romagna (e a tutti gli altri sindaci italiani). Una piazza che nel 1944 vedeva i tedeschi portar via i buoi e poi ha accolto tubi al neon e poltroncine in ferro fuori dai caffè. Dove un tempo c’erano campi e orti e poi lo spazio fu chiuso per farsi punto di incontro, “così tutte le farfalle e anche gli scarabei, le vespe e gli uccelli selvatici scomparvero da questo quadrato di terra ormai ridotto a un crocevia di strette di mano, di incontri, di biciclette, di automobili”. “Signor Sindaco, è dal centro di questa piazza che io continuo a misurare il mio spazio (…) calcolo le distanze sapendo che i pochi chilometri che ho fatto da ragazzo a piedi o in bicicletta, dalla piazza al mare, dalla piazza alle prime colline, sono gli unici che contano.” Così scrive affinché dal cervello del Sindaco, occupato da fogne e muri, asfalto e bisogni materiali, entri il ronzio degli insetti e gli occhi si riempiano di un grande sogno. “Solo così può rinascere la bella favola del nostro e del tuo paese”.
Non c’è dubbio, Tonino Guerra è stato un grande cantore della Romagna, aedo della sua anima più vera. E quanta ragione aveva Sergio Zavoli nell’auspicare che la regione affidasse a lui “il compito di comporre la sola vera grande guida poetica in grado di accompagnare chiunque venga in Romagna. (…) Sono sicuro Tonino. In capo a un anno si saprebbe che in Italia, sopra Rimini, sostando in un pianeta chiamato Pennabilli, e da lì lungo i percorsi immaginati da te, è possibile entrare in un mondo rifugiatosi così in aria perché, come diceva Federico (il genio che più ti deve) l’immaginazione è il modo più alto di pensare”. E il Paese che ci viene consegnato dall’immaginazione di Tonino Guerra, lo visiteremmo certo volentieri tutti noi.

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RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE

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