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Il Coronavirus ha frantumato il mito che l’economia debba venire per prima

Il Corsaro
Mar 21 · 5 min read

Trad. It Marco Marrone / Adam Tooze per The Guardian

Lo ‘shutdown’ del 2020 legato al coronavirus è forse la più significativa interruzione della vita ordinaria nella storia recente. Non a caso, se ne parla come di una guerra. Così, vengono in mente i racconti sull’interruzione della normalità nel 1914 e nel 1939. A differenza della guerra, però, il momento attuale comporta la smobilitazione, non la mobilitazione. Mentre gli ospedali sono in piena allerta, la maggior parte di noi è confinata nei propri quartieri. Stiamo deliberatamente inducendo una delle più gravi recessioni mai viste, seppellendo uno dei grandi luoghi comuni della fine del XX secolo: ‘è l’economia, bellezza’.

Una volta pensavamo di sapere cosa andava bene e cosa no. Sulla scia della guerra fredda, secondo la lingua franca degli anni Novanta, era scontato che fosse l’economia il fondamento della nostra società, mentre il resto veniva dopo. È stato il successo economico dell’Occidente ad abbattere il comunismo. L’economia non solo primeggiava sulle dittature comuniste scricchiolanti, ma, nelle democrazie, arrivava a definire l’ambito di azione della politica possibile. Discutere contro la globalizzazione, insisteva Tony Blair, era assurdo come discutere contro le stagioni.

Poi è arrivato il 2008 e ci siamo chiesti chi fossero i padroni dell’universo. Seguì la straordinaria catastrofe, indotta politicamente, della crisi del debito nell’eurozona, in cui il populismo fiscale conservatore e il dogma — travestito da perizia — dominavano sulla necessità di garantire l’occupazione e di far crescere la torta. Poi, nel 2016, il referendum britannico ha ottenuto la maggioranza per Brexit nonostante le previsioni di disastro economico. Mesi dopo, Donald Trump, un miliardario narcisista, arriva al potere con i voti della classe operaia affascinata dalla sua opposizione contro ‘giganti’ e ‘buonisti’. Da allora, sia il Regno Unito, sia gli Stati Uniti, hanno perseguito politiche di spettacolare irrazionalità economica senza timore di subire un veto schiacciante da parte dei mercati, mentre le élite liberali hanno aspettato invano l’arrivo dei vigilantes del mercato.

E ora il Covid-19. Immaginate se fosse proprio l’interesse economico a dettare la nostra risposta. Chiuderemmo l’economia? Quello che sappiamo del virus ci dice che il più delle volte uccide quelli che sono, per i numeri, i membri “meno produttivi” della società. La maggior parte della popolazione attiva presenta sintomi appena più significativi di una normale influenza. A differenza dell’influenza regolare, non minaccia i bambini, i futuri lavoratori. Il virus può essere un male, ma una logica economica semplicistica imporrebbe che fino a quando non avremo un vaccino sarebbe meglio continuare a vivere, perché, sapete, “è l’economia, bellezza”.

Questa è stata in effetti la prima reazione del governo britannico. I titoli di giornale in Gran Bretagna erano che si restava aperti per continuare a fare affari. Alcuni giornalisti con una buona memoria hanno riportato alla luce l’affetto di Boris Johnson per “Lo Squalo” di Steven Spielberg. Un personaggio che, nonostante vi sia un mostro marino che sta arrivando a mangiare i suoi elettori, insiste per tenere aperta la spiaggia. La cosa più saggia per proteggere la salute pubblica, ha detto, era attendere che la forza lavoro produttiva acquisisca l’immunità. Sappiamo come si è concluso quell’audace esperimento di un economicismo eroico: un ritiro guidato dal panico di fronte al disastroso scenario di centinaia di migliaia di morti, di ospedali travolti dal servizio sanitario nazionale e di una crisi di legittimità politica.

Improvvisamente, è diventato evidente che quando si tratta di questioni di vita o di morte il ragionamento è diverso. Certo, i vecchi e i malati muoiono, tutti noi moriremo a tempo debito, ma è come e in quali circostanze che è di un’importanza fondamentale. Un’enorme ondata di mortalità che, anche se limitata a popolazioni “vulnerabili” con patologie pregresse, è esistenzialmente sconvolgente, così come apocalittiche sono le scene che si svolgeranno nei nostri ospedali. In un’epoca precedente, sarebbero potute rimanere dietro un discreto velo di oscurità — non c’è dubbio che il NHS e la BBC elaboreranno protocolli per segnalazioni in diretta dai fronti clinici — ma le parole e le immagini che ci sono già arrivate dal nord Italia e da Wuhan sono terrificanti. Di fronte a tutto questo, la stupidità sta nel non riconoscere tempestivamente che dobbiamo agire, che dobbiamo chiudere, che anche la più essenziale attività individuale dell’era del mercato, lo shopping pubblico, si è trasformata in un crimine contro la società.

Questo non vuol dire che l’economia non stia plasmando la crisi. È l’implacabile espansione dell’economia cinese e il conseguente mix di vita urbana moderna con i costumi alimentari tradizionali che crea le incubatrici virali. Sono i sistemi di trasporto globalizzati che accelerano la trasmissione. Sono i calcoli dei costi che definiscono il numero di letti per la cura intensiva e le scorte di ventilatori. È la logica commerciale dello sviluppo dei farmaci che definisce la gamma di vaccini che abbiamo pronti e in attesa; i coronavirus oscuri non ricevono la stessa attenzione della disfunzione erettile. E una volta che il virus ha cominciato a diffondersi, è stato l’attaccamento del Regno Unito al ‘business as usual’ che ha indotto un ritardo fatale. La chiusura ha un prezzo. Nessuno vuole farlo. Ma poi si scopre che, di fronte alle terrificanti previsioni di malattia e morte, non c’è davvero alternativa.

Una volta superato quell’ostacolo politico, intellettuale ed esistenziale — rendendosi così conto che è in ballo una questione di vita o di morte — ecco che l’economia entra di nuovo in gioco. E lo fa vendicandosi. La logica rivelata dagli Stati asiatici ben organizzati è che è meglio condurre un severo regime di quarantena nella speranza di poter tornare al più presto alla normale attività. L’economia cinese, infatti, sta già rapidamente riprendendosi.

In Occidente, la portata e l’ampiezza dell’epidemia è tale che la nostra risposta ora dovrà necessariamente essere una chiusura totale. E questo pone domande gigantesche sulla gestione economica futura. Anche i governi conservatori di entrambe le sponde dell’Atlantico stanno tirando ogni leva di politica monetaria e fiscale a loro disposizione. Nel giro di poche settimane, hanno intrapreso interventi giganteschi su una scala paragonabile a quella del 2008 che potrebbero essere in grado di attutire il colpo. Quanto a lungo riusciremo a perseverare, quanto a lungo riusciremo a congelare l’economia per salvare vite umane, è però una questione ancora aperta.

Nel compiere le difficili scelte che ci attendono, però, abbiamo già guadagnato un grado di libertà. La grande idea degli anni Novanta in cui “l’economia” funziona come un super-ego regolatore della nostra politica è un filo che si è rotto ormai. Vista l’esperienza degli ultimi dodici anni non dovremmo mai stancarci di chiederci: quali sono i vincoli economici reali e quali quelli immaginati?

Il Corsaro

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C’è tanto da cambiare.

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