Libertà all’informazione

Radio Aut ricevibile sulla frequenza 98000 MHz a Terrasini e dintorni. Peppino Impastato, militante comunista, fu uno degli antesignani della libera informazione, utilizzò con coraggio, sagacia e ironia questo mezzo autogestito e soprattutto autofinanziato per denunciare i potenti mafiosi; Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora, con un passato controverso nel fascismo che gli valse un’accusa per crimini di guerra poi decaduta, si occupò brillantemente di numerose inchieste sulla delinquenza siciliana e del caso Mattei, fondatore dell’Eni che precipitò con il suo aereo nella campagna di Bascapè (Pavia).
Due esempi diametralmente opposti dal punto di vista degli ideali politici ma di una stessa triste medaglia: la morte come ricompensa al giornalismo nella sua essenza di scoprire, analizzare per poi descrivere le notizie.
Ma le loro premature scomparse sono state vane?
D’impulso verrebbe da rispondere in modo affermativo, basterebbe dare un’occhiata alla classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Report senza frontiere che vede l’Italia, collocata al 73esimo posto tra la Moldavia e il Nicaragua.
Invece, il no secco e convinto risiede proprio nelle motivazioni di Rsf: quarantatré casi di aggressione fisica, sette casi di incendi ad abitazioni e vetture nei primi dieci mesi del 2014, oltre a centoventinove cause di diffamazione non giustificate contro i cronisti.
Ed è proprio a fianco di questi professionisti che senza remore bisogna schierarsi apertamente, di chi utilizza la penna per ricercare la verità, di chi non scende a compromessi con nessuno, di chi mette in pericolo anche la propria incolumità perché non accetta l’acquiescenza con la corruzione e con il malaffare, di chi con onestà intellettuale esprime un’opinione.
La libertà di stampa non dovrebbe stare a cuore semplicemente agli addetti ai lavori ma ad ogni singolo cittadino, il quale deve poter esercitare il sacrosanto diritto di leggere un qualsivoglia periodico, senza che l’articolista di turno debba temere ripercussioni per aver svolto il suo lavoro.
Purtroppo, il problema da evidenziare è come il “sacrosanto diritto di leggere” venga esercitato sempre più raramente, quantomeno per il cartaceo.
La crisi dell’editoria non è un mistero, addirittura una copia su due di alcuni quotidiani va direttamente al macero in base ai dati elaborati da DatamediaHub sulla percentuale di reso rispetto alla tiratura dell’anno 2015.
La colpa non può essere attribuita soltanto a fattori estranei: internet e social network con la consequenziale scarsa attitudine alla lettura di quotidiani, soprattutto da parte dei più giovani.
Negli anni novanta nonostante la rete non fosse un fenomeno diffuso, la percentuale dei giovani lettori non era poi così tanto diversa da quella attuale; nel 1998, stando a un archivio storico del Corriere della Sera, solo un 18 % di persone al di sotto dei 25 anni leggeva un quotidiano più volte alla settimana. Eppure, i giornali non erano in crisi di vendite, ecco sbugiardato un luogo comune.
Wired evidenzia come la crisi dei giornali sia da ascrivere ai giornali stessi e fin quando si continuerà a pensare che la crisi sia solo frutto di elementi esogeni, il problema non verrà risolto. Un concetto largamente condivisibile.
Qualche tempo fa il professor Stille, giornalista e docente della Columbia University in un’intervista al Fatto rilasciò questa dichiarazione “i quotidiani nazionali non sono fatti per i lettori ma per i politici. C’è un bellissimo saggio dell’inizio degli anni ’50, scritto da Enzo Forcella, che s’intitola 1500 lettori. Già allora si diceva che la stampa italiana non era pensata per informare i cittadini, ma ad uso e consumo di un ristretto gruppo di persone”.
Pur rispettando la sua autorevolezza, crediamo che il buon giornalismo in Italia esista eccome e non solo vada difeso, ma garantito come chiaramente espresso nell’art. 21 della Costituzione.
Questa è la strada da scegliere, anche se insidiosa, che porta alla libertà di stampa e forse anche a trovare delle risposte alla crisi dei giornali.