Esercizi di memoria #7

Dopo quasi due mesi, dovrei iniziare a trascrivere gli appunti ma non sono pronta a svelare questa nuvola confusa di ricordi che ha senso solo nella mia testa

Dovrei mettermi a iniziare a riscrivere gli appunti e trasformare la bozza di un documento Word almeno comprensibile. So che dovrei eppure non lo faccio mai, nonostante siano passati quasi due mesi, non tanto per questione di tempo ma perché in fondo mi piace vivere in questa nuvola confusa di ricordi che ha ordine soltanto nella mia testa. Forse non sono ancora pronta a svelare nulla, nemmeno a mio fratello, tanto meno ai miei cugini.

Ne parlo coi miei vecchi che — in effetti — un po’ si aspettano di vedere cosa ne uscirà da tutte queste chiacchierate, anche se non hanno certo aspettative. Forse non si fidano della scrittrice che sono o più probabilmente si divertono a sufficienza raccontami i particolari della loro vita anche senza bisogno di avere un obbiettivo. Sì, perché gli anziani hanno questo di bello: non hanno bisogno di fare qualcosa per il futuro, come facciamo costantemente noi adulti, si limitano al presente, per quanto umile sia.

Mi piace vivere in questa nuvola confusa di ricordi che ha ordine soltanto nella mia testa. Forse non sono ancora pronta a svelare nulla, nemmeno a mio fratello, tanto meno ai miei cugini.

Stasera abbiamo parlato di fronte a una vellutata di zucca, un segno che dall’estate siamo passati all’autunno anche se i fiori sui ciliegi nel giardino dicono il contrario. Anche il racconto segue le pieghe delle stagioni, delle festività nazionali e delle celebrazioni locali che diventano l’occasione per rivangare le tradizioni di allora e aggiungere dettagli. Per la prima volta nella puntata di oggi non ci sono differenze eclatanti con il presente e le abitudini della festa del paese sono rimaste pressoché le stesse della mia infanzia, ma in versione più povera.

La torta? Uguale ma con meno burro e poco cioccolato. Le giostre? Solo autoscontri e cavalli a dondolo. Un mondo piccolo che oggi sembra dilatato come una gomma da masticare, senza aver guadagnato niente ma piuttosto avendo perso gran parte del sapore. Nell’aria non ci sono le grandi domande dell’inizio e dopo tante settimane di racconto ho imparato così bene la lezione che sono io a completare le frasi lasciate a metà, ad aiutare il ricordo facendo affidamento su quello che adesso è anche un po’ il mio passato.

Per la prima volta nella puntata di oggi non ci sono differenze eclatanti con il presente e le abitudini della festa del paese sono rimaste pressoché le stesse della mia infanzia, ma in versione più povera.

Dopo l’ennesimo racconto di guerra, i due s’improvvisano editor e si spendono in suggerimenti. «Fai due capitoli, uno dal titolo Quando-si-stava-bene e l’altro Quando-si-stava-peggio» mi dicono facendo il verso a chi del duce ricorda sola le bonifiche nell’agro pontino. Li metto a tacere esigendo il mio bacetto quotidiano e sentendo le loro guance ruvide penso che tra ante e dopo guerra la loro non è stata una vita facile. Eppure nessuno di loro due è arrabbiato di quello che non hanno avuto (macchina, laurea, figli…) e ridono senza malinconia.

Like what you read? Give Ilaria Beretta a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.