Appunti per il Naples in una stagione perdente /3


Tra gli altri ingredienti necessari a individuare la formazione di uno Stile peculiare, troviamo alcuni aspetti che si ripetono.

La riconoscibilità immediata e la sensazione, allo stesso tempo, di vedere qualcosa di nuovo, oppure fatto in maniera differente dal consueto.

L’affermarsi di alcuni interpreti, se non inattesi, che emergono di prepotenza a attori protagonisti e simbolo del corso intrapreso.

Il consenso unanime verso il lato “estetico” del fenomeno, contrastato da un dibattito acceso circa la sua presunta funzionalità o efficacia, in nome di un collaudato cinismo della ragione.

Rijnus il Grigio

Ero bambino, agli albori degli anni 70, un’epoca che adesso faccio

fatica a credere sia esistita, quando una squadra irruppe nelle nostre vite di ragazzini che giocavano sull’asfalto, nei cortili, per strada, in mezzo alle macchine e tra le panchine, nel soggiorno e in corridoio a scuola.

L’Ajax era fantascienza.

L’Ajax era Ufo: Allarme Rosso, Attacco alla Terra, applicato al fùtbol.

L’Ajax era the new new new thing.

Distrusse l’Inter e la Juve in due finali di Coppa Campioni, ma pure avesse perso sarebbe cambiato poco. Giocavano diverso. Una padronanza del campo mai vista prima, in apparenza non avevano ruoli. Sembravano più veloci, e che non adottassero marcature.

Si scambiavano il pallone con frequenza, senza intestardirsi con i mediani portatori, e i difensori si sganciavano verso l’attacco con una costanza mai vista fino a quel momento.

Dare e ricevere il pallone sulla corsa, e non più sui piedi, diventava nella nostra mente il requisito da imparare, la frontiera da attraversare. Perché le divinità del Fùtbol avevano parlato chiaro.

Il Calcio era cambiato.

Il tribunale dei ragazzini aveva emesso sentenza immediata e senza appello.

I Lancieri erano il Pallone e Cruijff il suo profeta. Insieme a Neeskens, e Rep.

Tra i giornalisti e gli addetti invece, la diatriba andò avanti per anni. Forse dura ancora.

Eravamo adatti, alla “Zona” ? Il quesito era antropologico, prima ancora che tecnico.

Era una moda transitoria, come quei fastidiosi capelloni ? Si poteva inventare ancora qualcosa, nel Fùtbol ?

Per noi era tutto ridicolo, privo di senso. Quelli erano “un’altra categoria”, non c’era altro da dire.

Il pallone non sarebbe più stato lo stesso.

L’Ajax erano i Gong, la Teiera Volante. I Pink Floyd, ma l’avrei imparato solo anni più tardi.

L’Ajax era Alì vs Frazier.

L’Ajax erano i basettoni, quei buffi stivaletti col tacco. Che ci piacevano.

C’era un signore, si chiamava Micheels. Rijnus. Era l’allenatore di quelli.

Li faceva correre su delle collinette, e dopo pochi secondi di recupero, gli faceva ripetere lo sforzo.

Aveva una faccia abbastanza lunga con dei solchi centrali. Capelli radi e corti bianchi, forse biondi. Un’età per me indefinibile allora. Non ne avevo mai sentito la voce. Qualcuno diceva fosse stato un professore di ginnastica, ma non sapevo se crederci.

Tutti attaccano e tutti difendono.

La strada era segnata, ma il Fùtbol manteneva le sue regole, in particolare quelle non scritte, restìe alle novità repentine e ai cambi di orizzonte. Il calcio senza ruoli era solo un’altra sciocchezza di questi tempi anarchici, e sarebbe passato in fretta.

Eppure Rijnus pensava il contrario. E l’Ajax dominava.

Vedere Cruijff correre palla al piede. Non l’avremmo più dimenticato.

Giravano voci che preparassero i giocatori nella loro scuola calcio, dove avevano squadre di tutte le età. Era l’Eldorado del pallone. Il tempo era loro, ma la battaglia avrebbe infuriato a lungo.

Imparai allora e per sempre l’importanza di costruire una Squadra. La capacità moltiplicatrice delle risorse e delle qualità di ciascuno, che deriva da un gruppo coeso e coordinato.

L’Ajax era immagini sgranate in infinite sfumature di grigio.

L’Ajax era articoli sul guerin sportivo presi come dispacci dal fronte.

Al Mondiale tedesco Olanda e Polonia diedero prova di quanto l’organizzazione di squadra potesse ancora progredire, colmare dei gap storici, crearne di nuovi, mutare i percorsi formativi dei futuri calciatori. Sebbene la Restaurazione fosse sempre attiva e vegeta, come la vittoria stessa della Germania dimostrava alla perfezione, lo spartiacque, per quanto riguarda gli effetti sul gioco e le sue prospettive, fu di dimensioni difficili da immaginare maggiori.

Krol, Van Hanegem e il biondissimo Rijsbeergen, insieme agli altri, incarnavano l’avvento di un altro fùtbol, capace di misurarsi con gli squadroni storici, e batterli, comunque ribaltando gerarchie consolidate.

L’Ajax era Rivoluzione.

Normale che avesse dei Nemici. Li avremmo combattuti.

Dietro tutto ciò, c’era questo signore che si chiamava Micheels. Rijnus.

Doveva essere uno in gamba come pochi, per forza.


Altro sintomo che spesso connota l’emergere di uno stile di gioco è l’avvento di campioni peculiari a esso, la cui esplosione ne incarni alcune caratteristiche costitutive. Nel caso del Napoli, l’indagine preliminare, per intenderci, se siamo di fronte alla nascita di uno Stile di cui il SAS sia solo la versione più recente e prototipale, mi soffermo su tre giocatori.

Mertens, Insigne e Jorginho

Nella sua ultima prestazione stagionale, la squadra ha mandato in rete tutti e 4 i suoi marcatori in doppia cifra, con l’aggiunta di 3 assist reciproci. In trasferta, con azioni sontuose fatte di tocchi, uscite di palla, proiezioni e tagli ubriacanti, di precisione e pulizia impressionanti.

L’esplosione di Insigne e Mertens sigilla il gioco offensivo del Napoli, consegnando due nuovi astri al fùtbol internazionale. Lorenzo e Dries (46 gol in due in campionato, 60 con Callejon) esaltano l’ultra possesso della squadra nella metà campo avversaria, con una gamma di giocate, incroci, accelerazioni, capaci di schiacciare le difese fin sulla linea di porta. Con proprietà che sbalordisce.

Lorenzo Insigne inanella una stagione che lo consegna ai livelli più alti del calcio continentale. Se giocasse in altre squadre verrebbe celebrato come un crack mondiale.

Un recupero di 70mt fin sulla linea di fondo, a riprendere palla e avversario, liberando di tacco e subendo fallo. Meno di un minuto dopo largo sulla fascia, a ricevere l’invito profondo di Hamsik dopo tre passaggi puliti in uscita dal pressing. Quattro tocchi per 50mt in progressione, fino al tocco, tra punta e interno, come una carezza in un guanto, con il pallone che sparisce nel punto dove i due pali si incontrano. Tutto con una pulizia che lascia esterrefatti.

La rapidità con cui Mertens si avventa sul pallone, e di controbalzo, alla Federer, lo scaraventa al centro della porta vuota dai 20mt, con l’interno destro.

Il SAS consegna al fùtbol continentale due attaccanti di antica concezione e nuova applicazione, tecnica e velocità al servizio di un impianto di gioco a cui loro per primi assolvono, a partire dalla fase cruciale della conquista dell’attrezzo e dello spazio di campo da erodere agli avversari.

Nessun egoismo da Bomber, in cambio di una produzione quasi illimitata di gioco offensivo, con gli inserimenti continui di almeno altri tre uomini a alternarsi come potenziali terminali da ultimo passaggio o da chiusura a rete.

Il salto quantico effettuato dai due Isyha Thomas della serie A è nei fatti, nei numeri, soprattutto nel gioco mostrato nel corso di tutta la stagione, su molti campi importanti.

Il senso di pericolosità costante che incute Mertens, in ogni fase del gioco, con quel meraviglioso 14 sulle spalle, sfiora il sublime. Giocatore Cruijffiano come pochi altri, Dries tiene legato quel filo a pagare il debito che tutti noi, incluso il Mister, abbiamo verso i Brilliant Orange, verso la nostra infanzia a perdifiato, verso quel signore che si chiamava Micheels.

Di Lorenzo stupisce invece la continuità di giocate sensazionali mostrate negli ultimi 6 mesi in pratica ovunque, compreso il Bernabeu. L’autorevolezza e la calma con cui riceve il pallone gli permettono di alzare la testa e svariare in regìa su tutto il fronte di attacco, garantendo una pericolosità continua a ogni palla che arrivi pulita nella sua zona.

Una crescita enorme, che di certo attende delle conferme nella prossima importante stagione, ma che va sottolineata con forza. Nei giorni in cui uno dei Grandi si congeda, dopo 25 anni e due generazioni piene di calciatori, al San Paolo si afferma una stella, figlia della città, dal talento e la classe che la squadra e gli innamorati non ricordavano dai tempi di Gianfranco Zola.

Un patrimonio prezioso, da proteggere e di cui andare fieri.

Rapidità, controllo, capacità di vedere il gioco: al momento non c’è ancora un antidoto per arginare una delle coppie più piccole, esaltanti e letali apparse nel fùtbol mondiale degli ultimi anni.

Esistono poi alcuni giocatori, cui un certo modo di giocare sembra cucirsi addosso come un vestito indossato da sempre, e dai padri dei suoi padri pure. Si tratta di atleti spesso normali, la cui carriera fino a quel momento è indirizzata verso un’onesta routine da professionista di buon livello e di medio calibro, che trovano in un Sistema di Gioco la loro vasca naturale dove sguazzare liberi. I casi sono moltissimi, figure necessarie in tutte le squadre che vivono cicli ascendenti, per resa, identità di gruppo, interpretazione tattica.

Il Geometra cubista

I numeri che riguardano le prestazioni di Jorginho, dal mio punto di vista fanno molto ridere.

Come i bambini che, bravi in un particolare videogame, mettono una sfilza di record che occupa tutte le prime posizioni fino all’ennesima, allo stesso modo il bimbo giorgino intasa la classifica per numero di palloni toccati. Considerati gli ultimi 4 anni, Jorginho detiene qualcosa come nove dei primi dieci risultati in tutti i campionati europei. Anche il tasso di precisione (pass accuracy) ha valori altissimi, e via seguendo.

Risulta difficile indicare, d’acchitto, delle qualità di eccellenza del calciatore Jorginho. Centrocampista centrale di buona tecnica, ma non eccelsa, molto raro che salti l’uomo. Non molto dotato dal punto di vista fisico, ma sufficiente nel lavoro di interdizione. Continuo nella corsa su tutti i 90', predilige il gioco corto a quello lungo.

Ecco, la caratteristica finale diventa la chiave per spiegare la simbiosi spontanea di un giocatore, un sistema, un tecnico.

Nel Napoli del Mister, Jorginho ricopre il ruolo del Ragno. Situato al centro della tela, tesse in maniera instancabile le decine, centinaia, di triangolazioni corte e strette che compongono il fraseggio continuo e a velocità sostenuta, che irretisce l’avversario, prima di colpirlo con accelerazioni improvvise e verticali. Il disegno ripetuto di geometrie cubiste sul campo di gioco, che raggiunge non di rado i 20/22 tocchi o passaggi consecutivi, vede Giorgio al suo centro, sempre a proprio agio con i tempi di smistamento, e con il baricentro del gioco. Sembra detenere la clessidra della squadra, averne assimilato il «ritmo naturale».

I suoi momenti di appannamento risultano subito evidenti, alcuni errori, o ritardi, provocano scollamento, palloni persi per pericolose azioni avversarie. Il rientro in piena forma e efficienza, nel finale di stagione, dell’Uomo Ragno brasiliano è coinciso con un ulteriore scarto qualitativo della squadra in termini di padronanza e controllo delle fasi di gioco e della partita. Non parlo di un fuoriclasse, e nemmeno forse di un giocatore insostituibile, ma una figura e un ruolo che si rivelano della massima funzionalità e utilità per via della aderenza spontanea a un sistema e verso alcuni principi di gioco.

Superata più e più volte la soglia stratosferica dei 200 tocchi per match, Jorginho si presenta sulla soglia della terza stagione “Sarrista” come uno dei detentori delle chiavi della macchina. Elevare il suo standard di guida non sarà per niente semplice.

Molti altri giocatori meriterebbero soste approfondite. Forse accadrà, comunque non credo di aver citato i “tre più bravi”, quanto i più utili a mostrare alcune caratteristiche peculiari di un modo di stare in campo, delle alchimie che formano il composto collettivo, all’incrocio tra le perfezione di un disegno e le evenienze della realtà e del caso.

Ulteriore indizio (finale?) che spinge verso la permanenza nel tempo e nella memoria di questo affascinante oggetto futbologico, sta nella quantità di suggestioni che evoca, come un grappolo d’uva, e che si vorrebbe seguire tutte, chicco dopo chicco. E qui, in un certo senso, viene il bello. La sorpresa, il regalo.

All’urgenza delle domande, dei pensieri, si oppone una nuvola di fumo caldo, che ci avvolge, come nei cinema prima del divieto, e proietta le immagini di una pellicola.

Tutti chiedono, e si chiedono: come si può migliorare ? Cosa è necessario ? Che cosa manca per raggiungere la meta agognata ?

Non manca niente. E manca tutto. Se non sai dove vuoi andare.

Per fortuna, l’imbarcazione del timoniere Sarri una rotta ce l’ha. E molto chiara.

La Risposta stavolta precede ogni Domanda. Fissa l’Obiettivo, senza paura di fallirlo.

La Terza Stagione del Napoli di Sarri, è l’Obiettivo.

Osservare il suo svolgimento, guardarne il compimento, le eventuali difficoltà, le evoluzioni, gli accorgimenti, le varianti. Verificare se esiste ancora un margine di apprendimento da implementare. Se esiste ancora un picco di concentrazione da conquistare.

Se esiste ancora una vetta di gioco da scalare.

L’obiettivo è proseguire l’Opera. Se possibile completarla.

Auspico e sogno il 2020, ma non è quello che importa adesso.

La Terza Stagione è già una conquista. Guadagnata attraverso un consenso e un’ammirazione, anche da parte di storici detrattori, che non avrebbero consentito patetiche scuse per giustificare una rottura, per sancire una separazione. In questa storia tutto è conquista, sudore, terreno sottratto all’avversario. Ai Nemici.

Il Napoli di Sarri, è una Necessità. E come tale si è imposta la sua proroga sine die.

Almeno per il momento. Non è poco.

Ci sarà da lottare ancora.

La Meta è l’Opera.

L’Opera quando è finita, te ne accorgi.

Una Squadra da ricordare. Allenata da un signore che si chiamava Sarri.

Maurizio.

Appiccia Mister.

Fine


P.S.

Se Poi

Se poi invece non vi basta.

Se invece non è sufficiente. Se volete di più.

Se volete uscire dal vago. Se avete le idee chiare. Se meritate di più.

Se la Città lo pretende. Se il pubblico lo invoca. Se la proprietà lo richiede.

Se non prendiamoci in giro. Se l’unica cosa che conta. Se alla fine la poesia non ti dà da mangiare.

Se poi invece tutto ha un nome, è un oggetto preciso.

Se questa brama, questo desiderio bruciante, è una Parola.

Se la parola è Scudetto.

Solo una parola.

Beh, allora

(Parentesi)

I tecnici e gli analisti dell’ovvio, del risultato, non ci prendono nemmeno ex post, a babbo morto.

Non ho letto una, dico una, analisi che non fosse la litania bolsa e scontata Pescara-Palermo-Sassuolo, pure e semplici evenienze statistiche in una stagione lunga.

Volete analizzare gli episodi? Un giochino che serve a poco, ma almeno farlo con decenza, e un pizzico di cervello.

Due: Roma e Giuve in casa, partite dominate per 80 e più minuti. Gol presi su nostri regali, 1 punto su 6 con le rivali. Il distacco sta tutto lì.

Manco quello. Gli analisti del risultato non arrivano nemmeno fino a qui. Nemmeno dopo.

(chiusa)

Beh allora, si diceva. È tutto molto semplice.

Si può riuscire, oppure no. Ma è semplice.

Lo si dica. Si indichi la Priorità assoluta.

La Città, il Popolo, i Media, i Tifosi, il Sindaco, il Padrone, dettino l’unica meta accettabile, l’unico approdo legittimo di questa navigazione.

Non c’è niente di male.

Ma questo non c’entra col Napoli di Sarri. Ha a che vedere, molto, con noi stessi.

Ma non c’è niente di male. Proprio niente.

Solo, bisogna accettarne le conseguenze. Anzi, prevederle, gestirle, organizzarle. Farne strategia.

Per prima cosa.

Per prima cosa, ridurre la stagione a 38 partite.

Eliminare le Coppe, a cominciare dal preliminare in agosto. Concentrare ogni energia disponibile sul campionato, ignorare gli altri impegni in maniera programmatica, nella consapevolezza di non essere il Bayern, il Real. Utilizzare le competizioni alternative come training e per esperimenti in vista dei match del fine settimana.

Si renda il San Paolo una bolgia solo nelle 19 partite casalinghe di serie A, con il contributo del Padrone, a prezzi ridotti, e del Pubblico, che non lesinerà il suo entusiastico supporto.

I Media esaltino e sostengano la strategia e la programmazione delle sconfitte in campo europeo, come capacità di individuare un obiettivo, e perseguirlo. A qualsiasi costo.

Questo, e qualcos’altro, è necessario.

Garantirebbe la Vittoria ? No.

Ma, di certo, aumenterebbe le possibilità di gran lunga.

Non c’è niente di male. Anzi.

Solo che questo non è il Napoli di Sarri. Siamo Noi.

Su cosa sceglierei io, non ho dubbi. Però accetterei decisioni prese a furor di popolo e opinione, l’indicazione di un obiettivo unico, dichiarato, che muta la natura del progetto per uno scopo definito. Capirei.

Fra 38 match del Napoli di Sarri e 52/54 del medesimo , per quanto mi riguarda ho 0 incertezze sulla scelta. Ma ognuno è come è, e ha diritto di esserlo.

E Dunque

E dunque questa cosa va comunicata e imposta al Mister e alla Squadra. Che ne prenderanno atto, regolandosi di conseguenza come si conviene.

A fin di bene.

Per l’obiettivo della Vittoria.

Altrimenti quelle 12, 15, 18 partite che si sommano nel calendario, risulterebbero decisive nel deprimere di molto le nostre chance di Scudetto.

La Squadra e il Mister capiranno. Che esiste un Bene Superiore, a cui sacrificare un pezzo di etica e di estetica. Solo un pezzo.

In modo consapevole.

Quello che non si può sentire invece, saranno le lamentazioni e i musi storti ai primi inciampi nel sostenere tre competizioni ai massimi livelli. Fare finta che la CL non costi 7/8 punti almeno. Stracciarsi le vesti se non si è al 110% a ferragosto. Buttarsi da un ponte al primo pareggio in casa.

Perché si sa come vanno le cose. Perché non siamo il Bayern. Perché basta scorrere i nomi dei nostri per capire chi, cosa siamo.

E dunque.

La prima cosa necessaria per realizzare i propri desideri è sapere quali sono.

Sapere di Chi sono.

Sapere che c’è un prezzo da pagare.

Saldarlo volentieri. Perché il conto arriva sempre.

Lo stupefacente giocattolo che allieta pezzi delle mie giornate grigie ha per me un valore molto alto. Produce un godimento speciale, che eccede di gran lunga l’ansia per il risultato. Si avvicina e supera il piacere di una prima a cinema, a teatro, per uno degli autori preferiti. Di un concerto di musicisti che ami.

Ti siedi, pregusti qualcosa che sta per accadere, nessuna garanzia sul risultato, ma la certezza che vedrai qualcosa che ti farà emozionare, divertire, incazzare, esclamare, gioire.

Seguo il Fútbol da decenni, da quando ho ricordi. L’ho giocato, con passione, a livelli non alti. Il piacere del campo è impagabile. Produce una sensazione che rimane per la vita intera. Guardarlo la rievoca, rilascia endorfine. Illusione, gioco, magia. La macchina del tempo è sferica, rotola avanti e indietro, rimbalza. È un potente antidolorifico.

Nel Tempo, come tutte le dipendenze, si sviluppa una sensibilità speciale per le dosi, e soprattutto per la qualità.

Il Napoli di Sarri si presenta con una proposta tra le più eccitanti su un campo da gioco a mia memoria, in oltre quattro decadi di fútbol osservato. Frutto di studio, evoluzione, sviluppo dei sistemi precedenti, verso un modello autonomo, con caratteristiche proprie. In soli due anni, con una squadra di caratura medio-alta, ha prodotto numeri e risultati sbalorditivi. Il flusso e l’armonia dei suoi movimenti hanno pochi uguali nella storia ultra centenaria del Beautiful Game. Così come il piacere che ne deriva dal guardarlo.

Se mai il prezzo per tutto questo dovesse essere uno Scudetto, cosa volete che sia. Parlo per me, sia chiaro.

Sempre forza Napoli.