Impro for Storytellers: impressioni su un testo fondamentale per l’improvvisazione

Tre anni fa mi sono iscritto a un corso di improvvisazione teatrale e, passsato il primo anno, ho cominciato a sentire parlare prima di Keith Johnstone e immediatamente dopo del suo libro Impro for Storytellers, caldamente consigliato come testo da cui partire per un’esplorazione della letteratura sull’impro. Un anno passa e finalmente decido di imbarcarmi nella lettura di questo volume.

E’ stata la prima volta in vita mia che, durante la lettura, ho deciso di saltare parti a caso di un libro, che poi ho definitivamente abbandonato qualche giorno fa.

Ho trovato interessante la prima parte, in cui viene descritto da dove nasce l’improvvisazione teatrale à la Keith in particolare la relazione con il wrestling (!) e i format Maestro 1 e Gorilla. Da lì poi si passa a una classificazione dei tipi di attore che può capitare di incontrare sul palco a consigli più tecnici e volti a evidenziare cosa può portare al successo di uno spettacolo e cosa può fermarlo: come gestire il feedback degli spettatori, un’altra classificazione, stavolta sui tipi di blocco che possono arrestare un’improvvisazione e poi una serie interminabile (almeno per me) di giochi e varianti; che effetto hanno sul pubblico, che effetto hanno sugli attori a cosa mirano, esempi con tanto di dialoghi improvvisati nati dall’esercizio riportati battuta per battura. Qui non ce l’ho fatta più, probabilmente anche complice il fatto che di diversi giochi avevo anche avuto esperienza diretta. Sono tornato all’indice ho selezionato un altro paio di paragrafi i cui titoli mi sembravano interessanti, dopodiché ho abbandonato.

Quello che scrive Keith è sostanzialmente una narrazione della sua esperienza. Quando ha cominciato il suo lavoro esisteva ben poco di improvvisazione e lui ha sperimentato esercizi e forme di spettacolo andando a creare una cosa nuova. Dal mio punto di vista Impro for Storytellers è un diario di laboratorio per il grande pubblico: vi racconto quello che ho fatto e che risultati ho osservato. Partecipando a una lezione di impro si fa esperienza dello stesso materiale (magari esattamente degli stessi esercizi) già distillati e impacchettati in un percorso formativo. Un approccio allo stesso contenuto che trovo molto più efficace. Il libro è interessante da un punto di vista storico, troppo grezzo e prolisso per essere un testo capace di rendere un improvvisatore migliore 2 .

1 Che lo spelling originale del format Maestro sia in realtà Micetro, scelto per mitigare la seriosità del titolo e illustrare le locandine con un simpatico topolino è l’aneddoto più godibile della storia dell’impro che ho appreso. Amo i dettagli stupidi e divertenti.

2 Un’altra cosa di cui mi sono convinto in questi miei tre anni di improvvisazione teatrale è che le uniche doti veramente necessarie per essere un buon improvvisatore siano la presenza e la connessione con i propri compagni sul palco. Due doti che sono più attitudini che abilità e che sarà molto più facile sviluppare con l’esperienza che non con lo studio di un testo.

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