Una storia tessuta in mezzo al rivugghio

o siamo straneri tutti o non lo è nessuno.

di Claudia Spinnato

Il Porto di Pan, come ogni posto di passaggio, è luogo di rivugghio: arriva e parte di tutto un po’, qualcosa con frenesia e qualcos’altro con lentezza, ci si ferma a parlare oppure no, si va di fretta o si resta a bere un bicchiere di vino.

Capita allora di mettere insieme cavoli e rape, come qualcuno fra noi ama dire, perchè fra il rivugghio si riescono a cogliere connessioni inedite che magari invece, correndo nel proprio quotidiano, sfuggono.

Ci sono un paio di notizie recenti non legate fra loro tra cui però tessendo un filo lieve viene fuori questa storia che parla di noi, di tutti noi e proprio di ciascuno di noi.

Seguiteci per qualche minuto, non ve ne pentirete, anche se l’inizio è molto triste.

Di oggi la notizia, l’ennesima, di un barcone di migranti affondato nel Canale di Sicilia, dei tanti dispersi, dei troppi ennesimi morti, dei tanti superstiti, soccorsi da altri uomini di buona volontà: sono uomini, donne, bambini senza nulla che chiedono asilo e aiuto con gli occhi pieni di sogni.

E ciascuno di noi si sente impotente. E purtroppo singolarmente lo siamo, se ci aspettiamo che tutti cambi in un attimo e grazie proprio ad ognuno di noi. Ma questo non giustifica il voltarci dall’altra parte.

Le profughe respinte a Gorino, qualche giorno fa. Se gli abitanti del paese le avessero guardate negli occhi e le avessero sentite narrare le loro storie, sarebbe stato diverso. Sicuro.

Straniero ha la stessa radice di extra ed indica allora qualcuno che è al di fuori. Fuori dai nostri confini. Ma quali confini?

Pensiamo davvero che alzare muri tra gli Stati risolva i problemi? E in ogni caso e per fortuna non possiamo alzare una grande muraglia su tutti i confini col mare!

E se anzichè fortificare confini, guardassimo a ciò che ci lega fra stranieri? Perché o lo siamo tutti o non lo è nessuno.

Allora proviamo a pensarci noi fra i protagonisti di questo video. Tuffiamoci negli occhi di chi ci sta davanti:

Eye contact experiment — Monza, 31 ottobre 2015

C’è poi una canzone, fra le più conosciute ed apprezzate al mondo. Che è stata ripresa ancora e ancora da tanti bravi musicanti, ha girato così tanto che anche le sue parole a volte sono state un po’ cambiate. Però il senso resta quello che le diede Leonard Cohen quando la scrisse, nel lontanto 1984.

Hallelujah è il suo titolo, una parola liturgica che esprime gioia. E Cohen spiegava così il senso della sua canzone: esistono forme diverse di alleluia, anche alcune ormai perdute ma tutte hanno lo stesso valore, un desiderio di affermazione della vita, non con un qualche significato religioso formale, ma con entusiasmo e con emozione.

La versione dei Pentatonix, un gruppo di amici texani che amano la musica, cantata con le sole voci e senza alcuno strumento, è straordinaria.

Non potrebbero essere più diversi tra loro questi ragazzi, più stranieri l’uno all’altro nella concezione tradizionale del termine e nello stesso tempo più uniti in una sola voce.

Potrebbe essere la colonna sonora perfetta del video degli sguardi.

Hallelujah — Pentatonix

Perchè è vero: ciò che per noi è straniero, diventa familiare non appena ne facciamo esperienza diretta.

Soltanto così il nostro punto di vista si amplia e, in genere, si modifica anche la percezione di quello che dopo arriverà.

Ad esempio per me la Turchia era un luogo straniero, di là dal mare, anzi ancora più al di là, dopo le Colonne d’Ercole. Non sapevo neppure bene dove fosse e, francamente, non mi aveva mai interessato.

Neppure quando spesso capitava a congressi di lavoro fuori dall’Italia che mi chiedessero se ero turca.

Ci ridevo, mi sembrava così strano. Le nostre radici arabe, mi dicevo. Vabbè.

Poi l’anno scorso mio figlio si recò lì per studio.

E da Ankara hanno cominciato ad arrivare le prime foto di una città moderna con zone residenziali indistinguibili dalle nostre di città. E di mercati, di volti, di persone. Sempre sorridenti e disponibili ad accogliere lo straniero — appunto, ecco che se il punto di vista cambia, gli stranieri siamo noi — e con cui si parla spesso a gesti, perchè i turchi in linea di massima parlano soltanto il turco. Visi familiari, gli stessi che si trovano nei nostri mercati cittadini, Ballarò, il Capo, la Vuccirìa.

Che differenza c’è con il banco di frutta di un nostro mercato?

Venditore di Futta — Ankara, 2015

Si guarda non solo con gli occhi ma soprattutto con il cuore quella nuova realtà che ci viene porta da una persona cara lontana.

Aveva ragione il Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi! Ci si ritrova più vigili, più empatici, più curiosi, per essere più vicini al nostro caro di là dal mare e capire con lui. Specie quando si tratta di un figlio.

Si aggiunge un senso di realtà a luoghi lontani, si allarga il nostro mondo di appartenenza e le Colonne d’Ercole del nostro sentire sono ricacciate un po’ più in là.

Poi l’attentato, ad ottobre di un anno fa, proprio ad Ankara alla stazione della città, al corteo in marcia per la pace, ricordate? Ci lasciò attoniti con la paura che lui potesse essere lì, doveva proprio prendere un treno quella mattina.

Allora cominci a guardare i morti e i feriti, ad accorgerti che sono uomini e donne, a sentire i loro sogni, i desideri, le vite spezzate. Come e quasi di più di quando è poi successo poco dopo da questa parte del mare, a Parigi.

E allora quel pensiero di essere estranei a coloro che arrivano dal mare con le loro disperazioni e i loro sogni si modifica. E diventa inclusivo.

E sul momento non cambia nulla.

E invece cambia tutto.

Perchè è lo sguardo con cui ciascuno di noi guarda il mondo che ne fa la storia.

E allora dal Porto di Pan partono navi per il viaggio suggerito dal DNA di ciascuno di noi.

E tu, quali sono le tue origini? Quali popoli o quali luoghi senti a te familiari e quali altri estranei? Guarda quest’ultimo video, sarà una sorpresa!

momondo — The DNA Journey