Scuola post-Covid: quali possibilità per gli enti locali e quali le responsabilità del governo centrale?

di Maddalena Ronchi e Silvia Vannutelli *

La scuola è stata la prima a chiudere con l’arrivo della pandemia e l’ultima ad aprire con la fine del lockdown. Fino ad ora, le azioni prese sono state determinate esclusivamente a livello centrale, ma la riapertura del sistema scolastico prevede un importante ruolo anche degli enti locali. Mentre molte delle decisioni relative alla didattica dovranno necessariamente essere prese dal Ministero dell’Istruzione, in questo articolo identifichiamo alcune delle responsabilità dei Comuni e le più grandi sfide di cui dovranno occuparsi nei prossimi mesi.

La pandemia ha messo a dura prova tutto e tutti, ma mentre hanno ripreso sia la circolazione delle persone che gran parte delle attività economiche, la scuola è rimasta chiusa da fine febbraio, e tutta l’attenzione è quindi ora rivolta alla riapertura prevista per settembre. L’intenzione è quella di garantire un rientro il più “normale possibile”, che limiti, condizioni permettendo, il ruolo della didattica a distanza. In un nostro precedente intervento, ci siamo occupate d’identificare le più importanti problematiche da affrontare a livello centrale per rendere la didattica online non solo possibile, ma anche efficace per tutti.

Mentre alcune di queste sfide devono necessariamente essere gestite a livello nazionale (ad esempio la formazione degli insegnanti per sviluppare nuove competenze adatte a una didattica diversa da quella esclusivamente “fisica”, o la creazione di contenuti didattici digitali), le ultime linee guida sulla riapertura definite dal Ministero dell’Istruzione il 26 giugno prevedono un ruolo importante per gli enti locali, in particolare sotto tre aspetti:

1. Capire come adattare spazi esistenti o trovarne di nuovi che permettano di tornare a scuola in presenza, pur garantendo sempre il metro di distanza tra alunni. Per questo motivo, secondo stime del Ministero, un’aula in media non potrà contenere più di 18 alunni. Questo implica che per il 15% degli studenti italiani gli enti locali dovranno trovare soluzioni alternative sfruttando anche la riqualificazione di oltre 3000 vecchi edifici scolastici attualmente inattivi, oppure facendo lezione in spazi alternativi come parchi, cinema e biblioteche.

Figura 1: Stato dell’arte degli edifici scolastici

Fonte: Anagrafe Edilizia Scolastica, MIUR.

2. È cruciale trovare soluzioni per potenziare e rendere più efficienti i trasporti pubblici locali (tema di cui CBLab si è già occupato qui). Aldilà dello spazio a scuola, serve assicurarsi che i ragazzi mantengano le distanze anche durante gli spostamenti casa/scuola.

3. Capire come garantire che vengano colmate il più possibile le disuguaglianze educative che si sono accentuate durante il lockdown e che potrebbero ulteriormente allargarsi nel prossimo anno scolastico. Infatti, è probabile che la didattica continuerà, almeno parzialmente, ad essere svolta online. Questo potrebbe colpire in modo particolarmente negativo i bambini appartenenti alle fasce più deboli. Secondo l’ISTAT, il 12% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non ha un computer o tablet a casa (ma la quota raggiunge quasi il 20% nel Mezzogiorno) e oltre 4 minori su 10 vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo (e il 7% vive in condizioni di disagio abitativo, ovvero in una situazione in cui — in aggiunta al sovraffollamento — l’abitazione presenta anche problemi strutturali).

Figura 2: Percentuale di famiglie che non possiedono un computer/tablet in casa (media 2018–2019, per 100 famiglie)

Fonte: Istat, Indagine Aspetti della vita quotidiana

In questo articolo, riassumiamo i passaggi più importanti delle recenti linee guida del MIUR riguardanti il ruolo degli enti locali per la riapertura delle scuole. Sulla base delle indicazioni fornite nelle linee guida, definiamo poi più nel dettaglio come i Comuni potrebbero garantire la ripresa dell’attività didattica in maniera: (i) sicura, nel rispetto del distanziamento sociale finalizzato alla prevenzione del contagio, e (ii) equa, garantendo la piena partecipazione di tutti gli studenti.

1) Linee guida del MIUR

Nelle linee guida, il MIUR sottolinea che “la ripresa delle attività deve essere effettuata in un complesso equilibrio tra sicurezza, in termini di contenimento del rischio di contagio, benessere socio-emotivo di studenti e lavoratori della scuola, qualità dei contesti e dei processi di apprendimento e rispetto dei diritti costituzionali alla salute e all’istruzione.”

Le linee guida prevedono, pertanto, un ruolo centrale delle singole scuole e dell’amministrazione degli enti locali per implementare queste indicazioni nello specifico contesto locale. In particolare, per garantire la ripresa delle attività scolastiche il ruolo principale degli enti locali sarà quindi quello di coordinare e coinvolgere diversi attori — istituzioni scolastiche, Terzo settore, altre istituzioni private e publiche operanti sul territorio — “in un rinnovato patto di corresponsabilità educative”. Più nello specifico, il coinvolgimento dei dirigenti scolastici ha lo scopo di facilitare l’analisi delle criticità delle istituzioni scolastiche con particolare riferimento a spazi, arredi ed edilizia, e di individuare interventi e soluzioni che tengano conto delle risorse disponibili sul territorio in risposta ai bisogni espressi. Le collaborazioni tra scuole, enti locali, istituzioni pubbliche e private e realtà del Terzo settore hanno invece lo scopo di favorire la messa a disposizione di strutture e spazi alternative per lo svolgimento delle attività didattiche e di attività integrative o alternative alla didattica.

Gli enti locali dovranno pertanto occuparsi della ricognizione degli spazi scolastici esistenti e predisporre l’adeguamento di nuovi spazi da riadattare ai fini della frequenza scolastica. Inoltre, dovranno prendere in carico i lavori ritenuti necessari concordando con le istituzioni scolastiche l’eventuale compartecipazione economica o di competenze tecniche di progetto. Fino ad oggi, con il “Decreto Rilancio” il Governo ha stanziato circa 330 milioni di euro per interventi volti ad assicurare il rientro a scuola in sicurezza (e coprire ad esempio spese relative ad interventi di edilizia scolastica, ma anche a pulizia degli ambienti e a formazione del personale docente). Il Premier Conte ha annunciato il 26 giugno che arriverà un altro miliardo per finanziare interventi di edilizia scolastica leggera, ma resta ancora da chiarire come avverrà il ripartimento dei fondi tra Comuni e scuole.

Infine, dal punto di vista delle modalità didattiche per il nuovo anno, le linee guida lasciano massima flessibilità e discrezionalità alle scuole nel definire il “piano scolastico per la Didattica digitale integrata”, ovvero il piano da implementare nel momento in cui ci fosse bisogno di svolgere delle attività didattiche a distanza, che tenga debitamente conto delle potenzialità digitali della comunità scolastica emerse nel corso dello scorso anno. Nel riprogettare l’attività didattica, si dovranno individuare le modalità e le strategie operative per garantire a tutti gli studenti le stesse possibilità in termini di accesso agli strumenti necessari per una piena partecipazione.

2) Come garantire il distanziamento sociale e la scuola “in sicurezza” a livello locale?

Secondo le linee guida del MIUR, “L’Autonomia scolastica, introdotta nell’Ordinamento nazionale più di venti anni orsono, è strumento privilegiato per elaborare una strategia di riavvio dell’anno scolastico che risponda quanto più possibile alle esigenze dei territori di riferimento nel rispetto delle indicazioni sanitarie.” Per garantire quindi che la ripresa avvenga in sicurezza, le istituzioni scolastiche potranno avvalersi di tale autonomia per proporre soluzioni che tengano conto degli spazi a disposizione e delle esigenze delle famiglie e del territorio. Queste soluzioni potrebbero ad esempio contemplare una frequenza scolastica in turni differenziati, una divisione del gruppo classe in più gruppi di apprendimento, e/o l’offerta di attività didattiche digitali.

Per garantire le distanze di sicurezza, gli enti locali dovranno in primo luogo occuparsi di ripensare lo spazio scolastico. L’entità del lavoro necessario dipenderà sia delle condizioni preesistenti degli edifici scolastici, sia dal numero di studenti per classe e densità degli spazi. L’adeguamento degli edifici scolastici dismessi, per esempio, sarà possibile in tempi rapidi solo per quelle strutture che sono effettivamente state chiuse per eccessivo calo della popolazione studentesca, ma che sono altrimenti agibili. Nella maggior parte dei casi, però, gli edifici dismessi hanno invece profondi problemi strutturali, non sono in regola con le certificazioni antisismiche o, ancor peggio, come nel caso di alcuni istituti romani, presentano vincoli storico-artistici che pertanto comportano lunghissimi tempi di autorizzazione per qualsiasi tipo di lavori.

La disponibilità di spazi non scolastici alternativi (cinema, teatri, biblioteche, parchi) varia tantissimo da Comune a Comune, e anche qui saranno necessari investimenti di risorse: quanti di questi edifici hanno il Wi-Fi? Quanti sono privi di barriere architettoniche e adatti all’uso per studenti con disabilità? Quanti sono in condizioni di essere riutilizzati in tempi brevi? Per risolvere questo tipo di problemi, la cooperazione col Terzo settore si può rivelare una risorsa. Ad esempio, la fondazione Riusiamo L’Italia svolge da anni un’opera di mappatura di spazi pubblici vuoti o abbandonati da riutilizzare per attività sociali e culturali, ma che oggi potrebbero prestarsi alle esigenze delle scuole.

I Comuni italiani si troveranno a dover fare i conti con situazioni molto diverse tra loro. Il primo passo da affrontare sarebbe quindi quello di passare in ricognizione le risorse locali al fine di stabilire quali siano: (i) i lavori edilizi e di manutenzione o sostituzione di arredi da implementare nelle scuole; (ii) la necessità di spazi aggiuntivi; (iii) le risorse e i tempi necessari a rendere gli spazi utilizzabili. Sarà importante quindi che l’erogazione dei fondi statali tenga conto delle diverse realtà territoriali per evitare il crearsi (e l’aumentare) di divari tra Comuni e regioni italiane. Per farlo, è cruciale che gli enti locali si muovano quanto prima e siano in grado di fornire una lista di interventi e una stima di costi, al fine di poter richiedere finanziamenti rapidi.

Ovviamente, l’espansione degli spazi adibiti ad attività scolastiche presenterà anche una sfida in termini di trasporti. Bisognerà quindi tenere conto del fatto che: (i) lo spostamento di alcune allieve in nuovi spazi potenzialmente più lontani dalla loro abitazione, e quindi scomodi da raggiungere, creerà problemi a livello di trasporto locale (qui alcune soluzioni e considerazioni); (ii) anche per coloro che si recheranno normalmente a scuola, sarà necessario garantire il distanziamento sui mezzi pubblici, e quindi potenziare ulteriormente le corse e il numero di corse negli orari di punta. Anche in questo senso, è cruciale un intervento finanziario da parte statale che allevi la pressione finanziaria degli investimenti in trasporto pubblico locale che graveranno sui Comuni.

3) Come garantire a tutti gli studenti del territorio locale le stesse possibilità di accesso agli strumenti necessari per una piena partecipazione?

Il MIUR, nelle sue linee guida, sottolinea che “Le istituzioni scolastiche avranno cura di garantire, a ciascun alunno, la medesima offerta formativa, ferma restando l’opportunità di adottare soluzioni organizzative differenti, per realizzare attività educative o formative parallele o alternative alla didattica tradizionale.

La flessibilità che il Ministero lascerà alle scuole per definire il proprio piano scolastico per la Didattica digitale integrata può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da una parte infatti l’autonomia lasciata ai soggetti che vivono e governano un territorio può facilitare l’adozione di soluzioni adatte alle esigenze specifiche del contesto di riferimento, dall’altra il rischio di un’eccessiva autonomia è quello di lasciare indietro gli studenti più bisognosi e creare disparità tra scuole. Questo è risultato particolarmente evidente durante il periodo del lockdown. Infatti, mentre alcune scuole sono riuscite a riadattare rapidamente, con impegno e fatica, il programma scolastico e le modalità didattiche, altre non sono state in grado di fornire soluzioni appropriate lasciando intere classi scoperte. Il 25 marzo la ministra Lucia Azzolina dichiarava che la didattica a distanza (DaD) era riuscita a raggiungere più di 6,7 milioni di alunni, attraverso mezzi diversi. Un dato a prima vista confortante, ma che implica anche che, ad un mese dalla chiusura delle scuole, 1,6 milioni di alunni erano rimasti esclusi dalla DaD. Secondo uno studio della Comunità di Sant’Egidio, basata su un campione di 800 famiglie con bambini dai 6 ai 10 anni residenti a Roma, il 61% dei bambini non ha svolto neanche una lezione online. Al contempo, ci sono state esperienze scolastiche dinamiche ed originali, come ad esempio quella offerta dalla Fondazione Grossman — istituto scolastico paritario a Milano — con l’iniziativa “Strani Giorni”, che ha promosso per studenti di medie e liceo attività didattiche alternative non solo in grado di coinvolgere di più gli studenti da remoto, ma anche di creare collegamenti concettuali con la situazione attuale.

Molte delle problematicità legate all’accesso e alla partecipazione scolastica emerse durante il lockdown dovrebbero essere affrontate a livello centrale con interventi volti a rendere il più omogenea possibile l’offerta scolastica e ad evitare che alcuni studenti rimangano più indietro di altri, come abbiamo sottolineato in passato. A tal proposito, il Ministero dell’Istruzione si è impegnato a sostenere la rapida attuazione degli interventi programmatici negli edifici scolastici al fine di offrire connessione gratuita in fibra ottica all’interno delle scuole e ha anche avviato uno studio approfondito sulla progettazione di una piattaforma finalizzata all’erogazione di contenuti didattici a distanza. Sempre a livello centrale andrebbero incentivati, a nostro parere, anche corsi di formazioni per gli insegnanti, che aiutino i docenti a sviluppare le competenze necessarie a svolgere efficacemente un nuovo tipo di didattica basato su piattaforme e contenuti digitali.

Al contempo però, a livello locale, i Comuni dovrebbero cercare di sfruttare al meglio i patti educativi di comunità, favorendo le interazioni con istituzioni pubbliche e con le realtà del Terzo settore che operano sui territori. Se coinvolti in maniera efficiente, enti pubblici locali e universo non-profit possono svolgere un ruolo fondamentale per promuovere attività di: (i) supporto allo studio in orario post-scolastico; (ii) raccolta di fondi per acquistare tablet e PC per studenti svantaggiati; (iii) messa a disposizione di spazi per lo studio degli studenti che vivono in abitazioni sovra-affollate. Poter fare affidamento su conoscenze locali può effettivamente rappresentare un vantaggio importante per promuovere con efficacia attività di supporto di questo tipo, e per raggiungere e supportare le fasce più deboli. In questo senso, gli enti locali sono già stati in prima linea durante la fase di lockdown per far arrivare alle famiglie i buoni spesa per l’acquisto di cibo e beni fondamentali (qui una ricognizione di alcune delle misure adottate dai Comuni).

Per quanto riguarda il ruolo del terzo settore, molte fondazioni si sono già impegnate durante il lockdown a prestare il loro aiuto a bambini e studenti più in difficoltà, spesso in collaborazione con le scuole. Ad esempio, Mission Bambini — tra le sue varie iniziative — ha distribuito già a partire da metà marzo tablet o PC a più di 600 studenti svantaggiati, sostenuti anche attraverso attività di accompagnamento educativo svolto quotidianamente e a distanza in collaborazione con alcune scuole di Milano, Padova, Torino e Brescia. Save the Children ha messo in campo il programma “Non Da Soli” per affiancare le famiglie durante l’emergenza e combattere la povertà educativa, offrendo sostegno materiale (acquisto di tablet, buoni spesa) e supporto psicosociale alle famiglie. Attraverso le attività svolte durante il lockdown, le amministrazioni locali potrebbero aver già identificato i nuclei familiari con minori in difficoltà, il che agevolerebbe nel raggiungere facilmente gli studenti più bisognosi e offrire loro ulteriore supporto nella fase del rientro a scuola.

Nonostante il know-how locale, qualsiasi attività svolta al di fuori dell’orario obbligatorio scolastico, proprio per la sua natura non obbligatoria, rischia comunque di non riuscire a coprire e aiutare proprio le famiglie più sfortunate. Questo può essere dovuto sia a motivi strutturali (dove svolgere le attività di supporto allo studio se fatte di persona? E se fatte da remoto, come garantire la copertura internet nell’abitazione degli studenti e un ambiente adatto alla concentrazione e studio?), sia al rischio di mancato coinvolgimento e informazione (come assicurarsi che le famiglie più bisognose siano effettivamente a conoscenza delle attività disponibili? Come incentivare la loro partecipazione?). Per questo motivo, i Comuni e le singole scuole non possono essere lasciati soli: serve una collaborazione più profonda tra amministrazioni locali e centrali.
In particolare, dal nostro punto di vista, l’intervento a livello centrale rimane cruciale per garantire l’uniformità di condizioni e la possibilità di accesso e fruizione efficace della didattica a tutti gli studenti almeno durante l’orario scolastico obbligatorio.

GRIGLIA OPERATIVA

* Maddalena Ronchi è Phd candidate alla Queen Mary University of London, Silvia Vannutelli è Phd candidate alla Boston University. Scrivono qui in veste personale, come contributo esterno al CBLab

Aiutiamo i Comuni e le Amministrazioni locali a risolvere problemi complessi attraverso l’uso di dati, sperimentazione, progettazione e partecipazione civica

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