
Nell’arte di oggi, tutto è facile perché tutto è difficile.
“ Tutti sappiamo che un dipinto e un ragionamento sono due cose ben diverse e che non basta il migliore dei ragionamenti per produrre il migliore dei dipinti” (Edgar Wind “Arte e Anarchia” 1960–1963).
Basterebbe questa frase dello Storico dell’Arte Tedesco per aiutarci a comprendere la complessa relazione che esiste tra concetto, progetto e produzione di un’opera d’arte, di un “oggetto” in sostanza.
Se assumiamo il cambiamento nel linguaggio dell’arte come un dato di fatto, un percorso parallelo al mutare della storia, impossibilitati a recedere e unicamente spinti a procedere, forse saremo in grado di trovare più conforto nel penetrare il senso delle opere, anche quelle a noi contemporanee.
Occorre una predisposizione alla comprensione, in qualsiasi stato esse si presentino ai nostri occhi, anche in quello più effimero , liquido, lucido, solido o gassoso dei linguaggi contemporanei. Anche quelli che da sempre, per tutto l’arco della storia, hanno cercato risposte facili a circostanze difficili.
Oggi, un tizio si fa chiamare Banksy. Si “fa chiamare” perché nessuno sa chi sia veramente. Immagino che non debba essere per niente facile far passare messaggi di denuncia sociale e politica al giorno d’oggi, soprattutto se hai una faccia riconosciuta o riconoscibile. Finisce che duri meno di un gatto in autostrada o quantomeno, finisci al fresco, come Ai Weywey il Cinese che il regime vorrebbe in gabbia.
Così, questo imbratta muri, si nasconde dietro uno pseudonimo. Le sue opere appaiono e scompaiono sui muri in tutto il mondo. Nella striscia di Gaza, sulle macerie prodotte dai conflitti, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui drammi della guerra, come: “Danno da bombardamento”, Banksy, 2015

Raffigura una Dea che si tiene la testa tra le mani.
Il lavoro è fatto su una porta in metallo con una bomboletta spray nera, come quelle che si usano per riverniciare i cancelli arrugginiti. L’intensità dell’opera lì, in mezzo alle macerie della guerra è uguale al Cristo del Mantegna conservato sotto vetro nella Pinacoteca di Brera.
Il suo oceanico successo è pari alla voglia che hanno di prenderlo, di incastrarlo, di fermarlo. Perché si sa, l’arte libera, come il pensiero libero, fa più danni di una guerra. E’ pericolosa dai tempi di Platone.
Banksy è la prova contemporanea che l’opera è presente mentre l’artista può essere assente. Genio! Chiedere ai galleristi che vendono profumatamente le sue opere. Ovviamente c’è anche chi ha provato a sostenere il contrario. (The Artist is Present, Marina Abramovic, Moma-New-Jork, 2010)
Tutto è facile perché tutto è difficile
Le opere d’arte, dai semplici oggetti decontestualizzati e di facile realizzazione, come il Ready Made “Bicycle Wheel” del 1913 di Marcel Duchamp , a quelle contemporanee estremamente più complesse nell’ ardita concezione e realizzazione come “The Flotting Piers ”del 2016 di Christo sul Lago di Iseo , possono ancora dirci qualche cosa? Possono segnare un’epoca? Resistere nel tempo?


Lo possono fare pur che esse parlino di noi, della nostra condizione, di ciò che stiamo diventando nel preciso momento in cui viviamo. Delle nostre crescenti difficoltà, dei drammi, delle miserie, delle paure ma anche delle speranze, delle certezze. Fino a quando saranno in grado di tenere alto il nostro insaziabile livello di stupore, le Opere e gli Artisti saranno salvi.
Da questo sforzo nel cercare di comprendere, non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che il mutamento dei linguaggi nell’arte, come il mutare della storia, vada unicamente verso un miglioramento o un peggioramento della qualità delle opere. L’arte è come la storia, ha movimenti e andamenti fortemente altalenanti ma del tutto casuali.
“L’opera d’arte non può e non deve più ambire all’eternità, se non altro perché l’eternità non esiste”.
Sembrerebbe una frase pronunciata da un giovane artista contemporaneo/contestatore/anarchico.
E invece no, è Marinetti che, nel Manifesto Futurista del 1909, avvertì la necessità di chiudere definitivamente con le antiche convinzioni sulla durevolezza delle opere a favore di una dinamica precarietà, necessaria. Inevitabilmente figlia dello scorrere veloce del tempo e che avrebbe certamente ridato slancio a tutto il movimento futurista che dimostrò di chiudere il baratro del passato alle proprie spalle.
Esiste una regola, una ricetta, un manuale che ci dica in quale modo si può fare un’Opera d’Arte?
Purtroppo la risposta è no, per dirla alla Bob Dilan, Nobel contemporaneo e pertanto controverso, “La risposta soffia nel vento”, ancora una volta, nel vento e nel tempo che cambia la storia.
“Ritorno al Futuro” dall’800


Immaginiamo per un istante che la macchina del tempo di “Ritorno al Futuro”, il film diretto da Robert Zemeckis nell’85, sia realtà consolidata già dall’ottocento. Una macchina capace di proiettarci nel futuro.
Nel 1879, Claude Monet, avrebbe potuto catapultarsi a Londra esattamente 134 anni dopo, nel 2013, per assistere all’allestimento della Mostra “The Weather Project” dell’artista Danese Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra.
Sceso da un improbabile Delorean ottocentesca, Claude Monet, aveva appena terminato la sua serie di dipinti all’aria aperta, in completa solitudine, “Soleil Levant” Olio su tela, dimensioni 48x63 cm. Una serie di dipinti che rappresentano il sole nelle diverse ore del giorno, oggi simbolo dell’Impressionismo.


Rivolto lo sguardo all’interno della Turbine Hall, la sala immensa della Tate Modern, Claude Monet rivede con stupore quello stesso sole che aveva appena dipinto a Le Havre nell’atto di levarsi.
Si sdraiò per terra e ne contemplò la bellezza, lasciandosi accarezzare il viso da una brezza umida.
Olafur Eliasson, il suo “collega artista contemporaneo”, lo stava costruendo per davvero…anzi per finta ma che sembrava un sole vero. Con tanto di specchi, luci e vaporizzatori d’acqua che ne simulassero intensità e calore. Un sole in carne ed ossa.
L’artista danese non era ovviamente da solo, come si fa a costruire un sole finto da soli?

Olafur era circondato da una novantina di assistenti, dei quali venticinque persone erano Architetti, le altre venticinque si occupavano di Storia dell’Arte e Filosofia. Poi c’erano i Ricercatori Scientifici e una trentina di operai artigiani specializzati che sperimentavano materiali da costruzione.
Monet, sconcertato, strinse timidamente la mano a Eliasson e le prime parole che ebbe timidamente a pronunciare furono :
“Non deve essere per niente facile fare l’artista contemporaneo…”
Olafur ci pensò un istante e rispose:
“ Per niente…però lei, Claude Monet, ci è riuscito perfettamente…”


