Utopia Libia: ostacolo o mezzo risolutivo?

L’Italia, in tutta la sua storia più rilucente, ha sempre mantenuto la leadership sul Mediterraneo.

Militare e politica ai tempi di Roma imperiale. Commerciale e culturale nei secoli della Serenissima, durante i quali Venezia era un lume anche artistico. Il buio è calato nel periodo fascista, quando ci siamo avventati con feroce ingordigia sui brandelli di Africa ancora a disposizione, solo per cancellare il complesso di inferiorità del fascismo nei confronti delle altre potenze europee, senza che ciò servisse comunque a farci sentire adeguati ad esse.

Fu un vergognoso insuccesso politico-militare e sappiamo come andò a finire. L’Italia da allora non coltivò più alcuna significativa visione politica verso il Mediterraneo.

Ora è sotto gli occhi di tutti il fatto che neppure l’Europa, impegnata più con la ragioneria dell’Euro, orienta più una seria e concreta strategia politica verso il Mediterraneo, quale insieme di stati che vi si affacciano, e tantomeno verso l’Africa centrale, saccheggiata da sempre.

Dapprima con la feroce deportazione di intere popolazioni verso la schiavitù, poi in tragica sequenza dal colonialismo, dalle guerre tribali favorite dagli interessi occidentali, dalla cinica ricerca del profitto da parte delle grandi multinazionali, dai cambiamenti climatici che l’hanno disseccata, dall’irruente incremento demografico ed ora dal silenzio avido ed invadente della Cina.

Eppure essa è destinata a diventare un tema centrale nella politica del mondo e soprattutto per l’Italia e la sua storia un’area più promettente dell’Asia stessa.

Per ora ciascuno fa da sé. La Germania ha riempito di miliardi la Turchia perché bloccasse l’esodo verso le terre balcaniche, affidando la sorte degli esuli direttamente alla Turchia di Erdogan, la cui censura sull’argomento le offre per ora alibi convenienti.

La Spagna ha stretto significativi accordi economici e militari con il Marocco per limitare al massimo l’esodo attraverso lo stretto di Gibilterra. La Francia, che con la scusa di seminare in Libia la democrazia, ma con l’obiettivo vero di sbloccare la porta chiusa ai suoi interessi, ha avuto ai tempi di Sarkozy la responsabilità maggiore per questo disastro sul Mediterraneo, avendo aperto il fuoco su Gheddafi, consenzienti gli USA e l’Inghilterra, con Berlusconi a fare il Ponzio Pilato nonostante i suoi pittoreschi accordi sotto le sue tende nel deserto, facendo così saltare il “tappo” di un regime che comunque conteneva il ribollire delle tribù libiche.

Ora Macron, affacciatosi sulla scena internazionale come il Nembo Kid dell’europeismo, invoca ipocritamente la “differenziata” tra profughi politici e profughi economici per consentirsi, almeno temporaneamente, un totale impegno con la “grandeur”.

Ovviamente la Grecia fa naturale barriera contro i profughi con la sua attuale povertà e così è rimasta solo l’Italia con il cerino in mano. E che cerino!

Gli italiani, che qualche volta sono davvero “brava gente”, sono rimasti soli a salvare gli africani che ci rovescia addosso lo sfiatatoio inarrestabile ed ingovernabile della Libia.

A questo punto vengono spontanee alcune domande.

1) E’ lecito consentire ad una Libia senza regole, abitata solo da quattro milioni di persone, lo sfruttamento di immense riserve petrolifere, in buona parte utilizzate per acquistare armi e sostenere una infinita e multipla guerra civile fra tribù, cui consegue un putiferio nel Mediterraneo che produce sua volta una pressione inaccettabile sul nostro Paese, incrina gli equilibri in Europa ed impedisce di fatto la ricerca di soluzioni socio-economiche nel Centro Africa ?

2) Quella considerevole quantità di petrolio libico impiegata per l’acquisto di armi, non potrebbe invece essere utilizzata per alimentare giganteschi dissalatori dell’acqua di mare lungo tutto il nord Africa ed addirittura lungo le coste affacciate sull’Atlantico e sviluppare, mediante l’utilizzo delle avanzate tecnologie israeliane che hanno trasformato pietraie in boschi e frutteti, l’agricoltura di tutti quei Paesi africani dai quali ora si fugge attraverso l’imbuto libico ?

3) Invece che impantanarsi in cavillose e sterili polemiche di politica interna, l’Italia, visto il riconoscimento universale per il generoso lavoro di soccorso ai migranti sui gommoni, non potrebbe più produttivamente intestarsi una lungimirante strategia politica rivolta al Mediterraneo, in accordo con le nazioni che vi si affacciano (Spagna, Francia, Grecia, Turchia, Egitto, Algeria, Tunisia e Marocco), sostenuta dall’Europa e dell’ONU, per decidere un intervento in Libia con forze militari multinazionali ed occupare decisamente i pozzi petroliferi che alimentano il putiferio post-Gheddafi ?

4) Questa azione militare di peace keeping, o forse qualcosa di più, non potrebbe sostituire tutte le analoghe missioni che abbiamo in giro per il mondo (Afganistan, Iraq, Libano, Siria e addirittura ancora Kossovo) soprattutto per compiacere la politica americana, ora peraltro totalmente irriconoscente ?

5) Questa impresa titanica non darebbe contenuto alla sterile enunciazione chiamata pomposamente Piano Marshall per l’Africa ?

6) Dare concretamente inizio e continuità su questi estesi territori ad un grandioso piano pluriennale per sviluppare le possibilità agricole delle nazioni del Centro Africa, integrandolo sia con diffuse iniziative scolastiche di agronomia di base e di agronomia industriale, sia con la realizzazione di sufficienti infrastrutture socio-economiche, cercando così di fermare produttivamente le popolazioni sulle loro terre, in modo di dare un efficace freno all’esodo biblico che si sta scatenando, non sarebbe giustificazione morale sufficiente al “lavoro sporco” del mettere le mani sul petrolio della Libia (nella circostanza un regalo del cielo forse un po’ immeritato) per almeno una decina di anni ?

7) La leadership di una tale iniziativa, di portata gigantesca ed a suo modo coerente con l’ordine mondiale, non procurerebbe all’Italia un’autorevolezza morale e politica immensa, spendibile non solo in Europa, ma nell’Africa stessa ed addirittura nella politica globale ?

Utopia ? Certamente. Ma perché non sostituire il chiacchiericcio inutile della nostra politica, con qualche sforzo in questa direzione ?