(Re)opening day, fantasmi a scatola chiusa: l’intervento di Doctor Sleep sull’immagine a raggi K.

Daniele Badella
Nov 5 · 3 min read

Doctor Sleep, l’ibrido esperimento di Mike Flanagan sulla materia e i composti basici dei due più celebri dottor K., è film solidissimo pur se non completamente autonomo negli spunti. L’evidente strategia industriale, oltre il riadattamento da King, è quella di succhiare al massimo l’energia residua di Shining come da una batteria a 10000 watt, ridare corrente all’Overlook Hotel, riattivarne fantasmi, echi, atmosfere, icone; e lì inevitabilmente si arriva ma per vie traverse, in una progressione molto americana della caccia all’uomo - non si lesina sui fucili - con in più sussulti e schegge visive da possession movie saldate alla poetica kinghiana dell’ipersensilibilita’ cinetica dei ragazzi “speciali”, soffocati da adulti tragicamente inani e impreparati, quando non esplicitamente malvagi.

La tela kubrickiana è fin dall’inizio (sot)tesa sottilmente ad ogni angolo: pulsazioni, fasce e spilli sonori, vibrazioni costanti, la dissolvenza incrociata sistematica, slittamenti di setting (The interview), inquadrature a cielo sulle macchine solitarie in strada; ma soltanto nel finale si dipana in piena reviviscenza e riconoscibilità estetica dilagando in un delirio di potenza immaginifica. Talmente sovraccarica e stordente - come lo shining - da sconfinare nell’autoparodia (le copie-figurina - just like pictures in a book - per cui sembra a tratti di trovarsi dentro la serie di Scary movie), non mancando comunque di irradiare brividi puri di luccicanza primigenia (il pomposo arrivo notturno all’Overlook è da leccarsi le orecchie). King sarà contento per le benedette caldaie dell’Overlook finalmente ripristinate a pieni giri, sulle quali Stanley, imperdonabile sgarbo, soprassedette senza troppi rimorsi.

Sarebbe finita qui ma nulla ci leva dalla testa il tarlo che Doctor Sleep sia un testo estremamente teorico che riflette forme (aberranti?) di consumo di cinema. Di cosa e come il cinema oggi subdolamente si nutre e ci nutre: l’immaginario derivativo a cui attingiamo assuefatti, insaziabili e cannibali (insistenza sul cibo e antropofogia a cui lo stesso Shining accennava brevemente nel racconto della spedizione Donner).

Oltre l’Overlook Hotel, grande macchina-cinema spenta e arrugginita da restaurare ai grandi fasti, i pittoreschi nomadi del Vero Nodo, che attirano le loro prede in una sala d’essai (si proietta Casablanca), lamentando come Netflix abbia ottuso i sensi (della luccicanza), non sono forse vecchie creature filmiche in crisi, che assetate di luce e nuovi sogni elettrici assimilano onnivori inserti visivi, squid di esperienze, mix di ricordi, talenti e poteri dalle vittime di cui si cibano? Lo spazio mentale di Rose Cilindro, immenso schedario, “cattedrale” di memorie e pronte all’uso e all’abuso, sembra un grande deposito/serbatoio dell’immaginario come quello di Ready Player One di Spielberg (dove uno dei “file esplorati” era, non a caso, proprio il setting dell’Overlook Hotel). E prima che il vecchio del gruppo (guardacaso Carel Struycken, il gigantone di Twin Peaks, grande catalizzatore di epifanie) diparta, sempre Rose lo elogia passandone in rassegna quelle che sembrano, più che epoche di vita vissuta, stagioni di cinema attraversate nel tempo (i film di re e regine, quello dei gladiatori ecc…).

Come interviene Doctor Sleep su questi corpi filmici in dissoluzione? Shining è la salma livida ricoperta di mosche, il sarcofago larvato da sotterrare, o un corpo vivo e sensibile da ridestare dal trance? L’incorporazione spiritica e visuale, operata essenzialmente sulla materia kubrickiana, è la culla o la tomba dell’immaginario? Linfa vitale che gli ridona splendore immortale o droga che lo distorce e corrode definitivamente?

Qui sembra che Flanagan modelli il simbolismo della scatola chiusa nel cervello (con qualche debito da Inception), nelle sinapsi della mente e delle reminiscenze cinematografiche non solo per difenderci dai demoni interiori di Dan Torrance ma anche e soprattutto per guidarci e farci uscire dal labirinto di una cinefilia bulimica e schizofrenica - mostrando al tempo stesso la natura, le difficoltà e gli scompensi dell’operazione di “risveglio” dell’immaginario a raggi K -: certe cose - cose di Cinema - giusto rievocarle e andarle a scoperchiare. Altre - pensiamo al presunto Jack Torrance iperbasettato che sembra il Doofy della saga dei fratelli Wayans - meglio che restino “congelate”, chiuse e seppellite per sempre, in una scatola/tomba della memoria ben sigillata, o dietro la porta del bagno di casa. Senza rimpianti.

Daniele Badella
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