His Scientology Movie

Perché Louis Theroux ha perso un’ottima occasione di girare un nuovo documentario

L’ho scritto e detto tantissime volte: a me piace molto Louis Theroux. Louis Theroux per chi non lo sapesse è un filmmaker inglese, figlio dello scrittore Paul Theroux (quello che ha scritto “Mosquito Coast”, da cui hanno tratto un film che — ricordo — mi piacque molto quando ero ragazzino). Ha realizzato una lunga serie di documentari, mai meno che interessanti. Alcuni tra gli ultimi — in ordine di tempo — abbastanza pazzeschi (“A Place for Paedophiles”, “Extreme love: Autism” e “Transgender Kids” i migliori, secondo me).

A Louis Theroux riesce (riusciva, dovrei dire, ma ci arrivo) una cosa che è quasi l’antitesi dell’idea stessa di documentario: l’essere ‘in campo’ senza alterare in modo distruttivo la storia che viene raccontata. Un documentario dovrebbe — appunto — limitarsi a documentare, nonostante gli ovvi limiti dati dall’esistenza di una serie di variabili intervenienti (regia, mezzi tecnici, montaggio…). Theroux invece se ne sta lì ‘in scena’, con la sua aria da nerd britannico allucinato, e piazza delle domande quasi sempre ficcanti sull’argomento. Il trucco sembrerebbe quello dello scemo del villaggio che fa le domande banali cercando di far emergere la natura profonda delle cose. Un trucco trito e insopportabile che funziona come un meccanismo implacabile soprattutto in quest’epoca dominata da un solido e ottuso scetticismo qualunquista (per fare un esempio più che noto, uno come Pif è un campione vero della disciplina — infatti è di un moralismo nauseante, se posso dire la mia).

La differenza che vedo in Theroux (e che me lo fa amare molto) è che invece di recitare la pantomima del candore, non nasconde il fatto che vorrebbe violentemente sbugiardare chi ha davanti, sublimando però il tutto con un’educazione e un aplomb assolutamente british puntati come un cuneo nelle aree ‘molli’ del tema in questione. Nel frattempo, la storia ‘si racconta da sé’ (come dovrebbe accadere nei migliori documentari) mentre lui non finisce quasi mai le frasi. Sul serio: accade spesso che dopo due, tre parole venga interrotto o metta lì dei puntini di sospensione. In quei puntini di sospensione, c’è lo spazio che si prendono i fatti per rivelarsi.

(C’è chi sostiene che ai fatti, alle cose, alla verità — bum! — serva ‘spazio’ per rivelarsi. C’è chi dice invece che gli serve ‘tempo’. Chi dice così, di solito vuole prenderselo, il tempo. Che è un modo carino per dire che mente o che è più interessato alla propria, vittoriosa versione dei fatti. Questa però è una mia idea).

Insomma, passano i mesi e coltivo la mia passione per Theroux. Guardo e riguardo i suoi documentari, ammorbo amici e conoscenti e poi mi trovo davanti il trailer di “My Scientology Movie”. Bingo. Negli ultimi tempi ho sviluppato una curiosità morbosa per la setta. Complice il bellissimo “Going Clear”, documentario ispirato dall’altrettanto splendido, omonimo libro-inchiesta di Lawrence Wright. Sto lì che fremo perché voglio vedere come Theroux tratterà l’argomento. Sono convinto sarà un capolavoro. Le immagini del trailer promettono anche una specie di strana ‘ricostruzione’ di alcuni momenti, raccontati da coloro che sono sfuggiti alla follia di Hubbard, prima e di Miscavige, poi.

Finalmente riesco a vederlo. E ci rimango male. Malissimo. Provo a spiegare. “My Scientology Movie” è — per l’appunto — un film di Louis Theroux. Cioè il suo film di Scientology. Perché? Perché ‘stavolta Theroux si racconta nel documentario come il regista di un altro ‘film’ (che però non ha una ‘vera’ trama, né una conclusione). Qual è quest’altro film? Semplice: il film (fiction) che racconta una serie di momenti chiave di Scientology. Dov’è Theroux nel frattempo? Dietro e davanti la macchina da presa. Ma anche in mezzo agli attori. Durante il casting, ma anche durante la ricostruzione di una scena. Come ‘attore’. Che però sta facendo il regista. Insieme a uno degli ex-membri di Scientology che in realtà ‘dirige’ la scena accertandone in tempo reale la verosimiglianza.

Il me ventenne sarebbe impazzito di gioia a vedere questa specie di “8½” collassato. Il me di oggi è nauseato da un uso così improprio di un mezzo potentissimo come il documentario. Da una cosa così caoticamente falsa, così impunemente strumentale, da farmi persino pensare che forse quei pazzi di Scientology andrebbero sputtanati sì, ma con un minimo di onestà intellettuale in più. Perché sì, in tutto questo, Theroux ‘denuncia’ delle malvagità atroci (ce ne sono e ce ne sono state a iosa nella storia della setta), ma con un metodo che è tutta dialettica e raggiro. Arriva al punto con l’astuzia di uno che per vincere truccherebbe anche gli Scacchi.

C’è una scena che secondo me dice molto di quanto “My Scientology Movie” sia un documentario non riuscito e pieno di aberrazioni sul genere. Ed è una scena che curiosamente (e, credo, involontariamente) cita il finale di uno dei più bei film mai girati (“Lo Stato delle Cose”, Wim Wenders).

A un certo punto Theroux fa ‘irruzione’ (in realtà è su una strada pubblica e non sta commettendo nulla di illegale) nei pressi dell’ingresso della Gold Base. Nella Gold Base (un complesso di abitazioni) c’è “The Hole”: il buco dove vengono tenuti in condizione disumana alcuni appartenenti alla setta che hanno commesso gravi atti ‘soppressivi’ (questa è lunga da spiegare: diciamo “gente che — secondo le regole di Scientology — si è comportata male”). Arriva una responsabile della Gold Base e gli intima di andarsene. Con lei c’è un cameraman che filma tutto. Anche Theroux, ovviamente, è accompagnato da un cameraman.

Tra Theroux e la responsabile di Scientology si innesca un momento di tensione da poliziesco americano (“Metti giù la pistola!”, “No! Mettila giù prima tu!”), ma con le videocamere. Scientology si sta ‘preventivamente’ difendendo, minacciando con la registrazione di ciò che accade. Theroux sta — in qualche modo — facendo lo stesso. Il dialogo che segue è praticamente lo stesso dei film: “Digli di smettere di riprendere!”, “Io gli dico di smettere di riprendere se tu gli dici di smettere di riprendere”. Il problema è che Theroux — il suo cameraman — sta girando un documentario. E non dovrebbe chiedere di interrompere le riprese. Non solo per amore di verità, ma perché in quel momento, sta facendo una richiesta da regista. E non sta facendo una richiesta da regista per sollecitare la ripresa di un evento o di un dettaglio. Sta chiedendo di usare il suo mezzo — e il suo ruolo — in modo strumentale. Peggio: lo sta usando come termine di contrattazione nel bel mezzo di un racconto.

Nel meraviglioso finale del film di Wenders, un uomo punta la cinepresa e cerca di filmare il suo aggressore perché pensa che — forse — questo gli eviterà una pallottola. Filmare è l’unica arma che ha per difendersi. Filmare è l’unica arma che ha per mettere uno spazio tra sé e il suo destino. Per continuare il racconto di ciò che sta accadendo. Se avete visto il film, sapete che — alla fine — ci riesce.

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